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Il Piano Marshall e il miracolo economico in Italia nel Secondo dopoguerra

Il Piano Marshall in Italia

Il piano Marshall fu avviato in Italia nel giugno 1948, quando venne accettato dal governo dopo la vittoria della Democrazia Cristiana nelle elezioni politiche dell'aprile dello stesso anno. Il 28 giugno del 1948 il Governo italiano firmava il protocollo bilaterale in cui, in ottemperanza agli obiettivi ERP, si impegnava a promuovere lo sviluppo della produzione industriale ed agricola, a stabilizzare la propria moneta e a pareggiare il bilancio dello Stato.

Il programma prevedeva l’investimento di 2273 miliardi di lire nel quadriennio 1948 – 1952, in particolare: 665 all’agricoltura, 920 all’industria, 630 a trasporti e telecomunicazione, 8 a corsi per riqualificazione professionale per favorire l’occupazione. I settori sui quali il programma intendeva concentrare, in modo particolare, gli investimenti delle imprese pubbliche, gli aiuti e i finanziamenti erano: le industrie energetiche (generazione e trasporto di energia elettrica, raffinerie di petrolio greggio, valorizzazione delle scarse risorse interne di combustibili fossili potenzialmente disponibili); l'industria siderurgica e quella meccanica; il tessile; la chimica e la gomma. Nello stesso tempo si avviavano corsi di riqualificazione per favorire meglio l’occupazione. Era ancora assente, tuttavia, un piano di rivalutazione del Mezzogiorno che verrà attuato a partire dal 1950, con la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno. L'Italia ricevette dagli USA complessivamente 1,35 miliardi di dollari in prestiti, di cui lo 0,79% consistente in donazioni.

In virtù del Piano, la maggior parte delle merci importate furono: cotone (27,67%), cereali (17,54%), prodotti petroliferi (15,75%), carbone (13%) e macchinari (15,55%). L'andamento degli arrivi dei grants fu però estremamente diversificato: se, per esempio, le importazioni di cotone e petrolio furono soggette ad una crescita vertiginosa nel corso del quadriennio, quelle dei cereali, invece, calarono sensibilmente già dopo il primo anno, in seguito alla normalizzazione della produzione agricola nazionale, mentre quelle di carbone vennero sostituite dal ripristino del canale nord-europeo. Tra aprile 1948 e dicembre 1951, circa il 18% delle importazioni complessive giunse in Italia per effetto del Piano Marshall. Se si considera, invece, solo il periodo di tempo compreso fino al 1950, i beni giunti all’interno dell’ERP rappresentarono più di 1/3 del totale delle importazioni italiane.

Inizialmente, fino al 1949, a causa di alcune lungaggini burocratiche e di una ripresa del mercato ancora troppo lenta, gli imprenditori italiani – già piuttosto scettici nei confronti del Piano – si limitavano a servirsi del programma solo per l’importazione di materie prime. Passate, però, tali difficoltà nel reperimento di materie prime, si registrò una crescente fiducia nella ripresa del mercato, sia interno, sia internazionale, che indusse gli imprenditori italiani ad utilizzare gli aiuti americani per l'ammodernamento dell'industria. I settori industriali che riuscirono a trarre maggiori benefici dalle importazioni di macchinari americani furono il meccanico, il siderurgico e l'elettrico. Per quanto riguarda la concessione di loans, nelle regioni in cui il settore industriale era maggiormente sviluppato, come Lombardia, Piemonte e Liguria, le grandi imprese riuscirono ad assorbire grandi quantità di prestiti per l'ammodernamento delle strutture, mentre altre aree più arretrate e pesantemente colpite dalle distruzioni, come l'Emilia Romagna, la Campania e la Sicilia, beneficiarono in particolare delle erogazioni del “Fondo-Lire”.

In Italia i fondi di contropartita vanno a costituire, appunto, il Fondo-Lire, la cui formazione fu regolamentata dall'accordo di cooperazione economica Stati Uniti-Italia del 1948. In base all'articolo IV di tale accordo, il governo italiano si impegnava a costituire presso la Banca d'Italia un conto speciale sul quale avrebbe effettuato dei depositi in lire corrispondenti al costo in dollari di beni e servizi ricevuti dall'ECA, quindi in sostanza anticipava l'effettiva vendita delle merci. Le prime due voci che contribuirono insieme a formare i 2/3 circa del Fondo furono, da un lato i rimborsi a fronte di importazioni di privati, dall’altro i ricavi dalla vendita di cereali.

Inizialmente i fondi di contropartita venivano tesaurizzati per la maggior parte, cioè devoluti dalla Banca d'Italia al Tesoro sotto forma di anticipazioni e dunque impiegati per tamponare il deficit di bilancio. Questo orientamento suscitò pesanti critiche da parte di illustri economisti come Daneo, che considerava la tesaurizzazione del Fondo-Lire una mancata occasione di rilancio dell'economia, mentre i sostenitori della manovra, in particolare Luigi Einaudi, affermavano che fosse utile a mantenere la stabilità dei prezzi e a contenere il debito del Tesoro.

Dunque, l’inizio effettivo dell’ERP non modificò l’economica restrittiva adottata da Einaudi che, impedendo l’incremento della produttività, contravveniva agli obiettivi dell’ERP. Nonostante la posizione degli Stati Uniti si facesse più pressante e rigorosa per indurre il Governo italiano a mutare atteggiamento ed allentare la stretta creditizia, esso continuò a perseguire gli obiettivi cardine della politica economica italiana: il pareggio del bilancio e l’accrescimento delle riserve valutarie. Gli americani ebbero delle perplessità, espresse pubblicamente nel 1948, nel rapporto steso dall’amministratore dell’ECA Paul Hoffman, il Country Study, con cui si imponeva al governo italiano un chiarimento in merito alla gestione degli aiuti.

Nel rapporto, pur sottolineando apprezzamento per l’aumento delle esportazioni e il controllo effettuato sui prezzi, richiamava l’Italia per non aver adottato un programma di investimenti pubblici coordinato e per non essere ancora riuscita a raggiungere gli obiettivi relativi a sviluppo, produzione e occupazione. Le critiche si concentravano, in particolare, sul basso moltiplicatore occupazionale che derivava principalmente dagli investimenti rivolti verso settori quali metallurgia, meccanica e settore energetico e invitavano il Governo ad incoraggiare l’iniziativa privata, sollecitando una politica più audace di investimenti pubblici. Inoltre veniva manifestata la richiesta di una immediata soluzione, senza timori inflazionistici, del problema italiano riguardante investimenti e stabilità monetaria e si auspicava, contemporaneamente, un bilancio nazionale degli investimenti.

Il maggiore impedimento nella corretta gestione dei fondi ERP consisteva, secondo il rapporto, nel fatto che l’Italia non era in grado di effettuare una pianificazione efficace; pertanto Hoffman suggeriva, come avveniva negli altri paesi, la creazione di una “Autorità del Piano” indipendente dai principali ministeri con mansioni esecutive e che potesse contare su una direzione professionale e tecnica con ottima preparazione. Chiedeva, inoltre, che fosse: stilato un bilancio degli investimenti nazionali trimestrale (come quello preparato negli USA o in Francia); preparato un programma di importazioni con coordinamento della concessione delle licenze e della politica di controllo dei cambi; creata una amministrazione uniforme per il controllo in genere dei crediti, in particolare degli investimenti privati.

Una delegazione tecnica italiana (DELTEC) fu inviata a Washington per rispondere al rapporto che fu giudicato eccessivamente rigido e che non rispecchiava fedelmente le condizioni economiche dell’Italia. Molti illustri economisti, fra cui Pella e Menichella, giustificarono l’azione del Governo che aveva agito adattandosi al tenore di vita basso degli italiani ed alla politica monetaria in atto. Altri economisti, tra cui Saraceno e il presidente dell’IRI Francesco Giordani, già contrario alla politica liberista perché «sterilizzatrice delle risorse», erano del parere che accanto ad una politica di controllo dell’inflazione fossero necessari una politica di espansione ed un programma di specifici investimenti indirizzati soprattutto verso il Mezzogiorno.

Tra la fine del 1949 e gli inizi del 1950, sia per le continue pressioni americane, sia per effetto dell'entrata in funzione di nuovi meccanismi di spesa, i fondi di contropartita iniziarono ad essere utilizzati per finanziare grandi progetti di ricostruzione e sviluppo economico, segnando la fine della politica di sterilizzazione del Fondo-Lire. Il programma generale di utilizzo del fondo del 30 giugno 1951, prevedeva lo stanziamento di 650 miliardi di lire, di cui il 30% ai lavori pubblici e ai trasporti ferroviari, il 28% all'agricoltura, il 23% all'ammodernamento dell'industria e l'8% ai piani di riforma del ministero del Lavoro. In particolare 15 miliardi di lire furono devoluti all'attuazione del cosiddetto “piano – Fanfani - case”. Infine, particolare attenzione fu rivolta all’Italia meridionale dove vennero impiegati circa i 2/3 degli investimenti.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il Piano Marshall e il miracolo economico in Italia nel Secondo dopoguerra

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Informazioni tesi

  Autore: Fabio Pasquali
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2014-15
  Università: Università Telematica "E-Campus"
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia aziendale
  Relatore: Angelina Marcelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 88

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