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La politica estera europea prima e dopo il Trattato di Lisbona. Due casi: la Guerra in Georgia e la Primavera araba

Il ruolo dell’Unione Europea nel processo di pace

Già dopo il crollo dell’Unione Sovietica, furono stabilite solide relazione tra i Paesi membri e la Georgia.
Nel 1996, dopo che il Presidente Gamsakhurdia, nel 1995, aveva dotato la Georgia di una nuova Costituzione, fu siglato l’Accordo di Cooperazione e Partenariato tra gli Stati membri, che istituiva tra le due parte cooperazioni economiche in diversi campi. In tal senso fu utile anche l’aiuto ricevuto dal TACIS – Technical Aid for the Commonwealth of the Indipendent States – che aiutò la Georgia ad armonizzare la propria legislazione a quella europea ed a compiere le riforme economiche necessarie.


Verso la metà degli anni ’90, l’attenzione dell’Occidente si rivolse verso il Caucaso, in particolare per le sue enormi risorse energetiche. Un passo avanti nella cooperazione europea fu l’ingresso della Georgia nel Consiglio d’Europa nel 1999.
I rapporti tra l’UE e la Georgia accelerarono però con la Rivoluzione delle Rose e l’ascesa al potere di Saakashvili, tanto da spingere il Consiglio Europeo, nel 2004, ad istituire l’Eastern Neighbourhood Policy, che prevedeva un’integrazione economica, assistenza finanziaria e dialogo politico; nel 2008, fu istituito l’Eastern Partnership, che prevedeva un sistema di visti facilitato, dogane aperte e protezione nel campo energetico. Questi strumenti non erano dei passi che portavano necessariamente i paesi interessati all’adesione dell’UE, ma non la escludevano nemmeno a priori.

Inoltre, il nuovo Presidente georgiano Saakashvili non aveva mai nascosto il proprio obiettivo primario di diventare membro effettivo dell’Unione Europea, spesso facendosi riprendere con la bandiera georgiana e quella europea – che rappresenta sia l’UE sia il Consiglio d’Europa - dietro di sé.
È evidente dunque che l’Europa non potesse restare a guardare, senza alcun intervento, un conflitto propagatosi ai suoi confini, in una regione particolarmente importante per i propri interessi economici e tra due nazioni con cui l’Unione ha degli importanti rapporti, soprattutto commerciali.

L’Unione Europea, al momento dello scontro, si è trovata di fronte ad un a scelta, dato che entrambi gli Stati in causa sono partners strategici per il rifornimento energetico dell’UE; non si poteva prendere, quindi, posizione nei confronti di una delle due parti e, difatti, nessuna delle diplomazie dei grandi paesi europei prese una posizione netta. L’unico Stato dell’Unione a prendere una posizione decisamente filo-russa fu l’Italia, per gli evidenti interessi commerciali che legano questo paese alla Russia.
Era necessario, quindi, intervenire immediatamente per riportare la situazione allo status quo ante così da poter continuare ad esercitare la propria influenza sul Caucaso e iniziare nuovamente a stringere interessanti accordi commerciali con la Federazione Russa. In particolare, in un contesto in cui gli Stati Uniti avevano un presidente uscente, George Bush jr., che, qualunque fosse stato il risultato delle elezioni, non avrebbe potuto essere rieletto e, soprattutto, erano alle prese con la crisi economica che stava iniziando a far sentire i suoi effetti, avendo colpito – all’epoca – in maggior misura i mercati americani.

Ad intervenire per primo fu proprio il Consiglio Europeo e, nello specifico, il suo presidente di turno, il Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy.
L’11 agosto, i diplomatici europei, guidati dal Ministro degli Esteri francese Kouchner, si recarono a Tbilisi e riuscirono a convincere Saakashvili a firmare una bozza per il cessate il fuoco.
Il giorno successivo, il Presidente del Consiglio Europeo, Sarkozy, si recò a Mosca per mediare i termini della conclusione delle ostilità con il neo Presidente Russo Dmitri Medvedev, redigendo un piano di sei punti, due dei quali furono aggiunti dallo stesso Medvedev come conditio sine qua non per la stipula degli accordi di pace.
Questi i sei punti del piano di mediazione di Sarkozy: 1) il rifiuto di ogni ricorso alla forza 2) la cessazione immediata di tutte le ostilità 3) il libero accesso agli aiuti umanitari 4) ritiro delle forze armate georgiane alle postazioni precedenti il conflitto 5) ritiro delle forze russe alle posizioni precedenti al conflitto. In attesa della creazione di meccanismi internazionali, le forze russe di pace prendono misure supplementari di sicurezza 6) inizio di un dibattito internazionale sul futuro status di Ossezia del Sud e Abkhazia, e dei mezzi per garantirne la stabilità e la sicurezza.

È evidente che gli ultimi due punti degli accordi per la conclusione delle ostilità erano particolarmente importanti nella definizione dei futuri rapporti tra la Georgia e la Russia, tra i quali l’Unione Europea si era posta come mediatrice. Accettando questi compromessi, l’UE metteva in dubbio la stessa integrità territoriale dell’alleato georgiano, pur di mantenere la pace tra le due nazioni. Questi accordi creavano però dissapori all’interno dell’UE e tra questa e la NATO, la quale avrebbe preferito un ritorno alla situazione precedente.

L’Unione, dunque, si inseriva in un conflitto da tempo congelato, proponendosi di aprire una fase che prevedesse l’indipendenza delle due repubbliche separatiste.
Un nuovo incontro l’8 settembre stabilì che la Russia dovesse ritirare le proprie truppe da Poti entro una settimana e dalle zone cuscinetto entro un mese. La Russia ottenne invece che le zone cuscinetto da cui avrebbe ritirato l’esercito, non avrebbero dovuto venire occupate dall’esercito georgiano, bensì sarebbero dovute andare sotto il controllo di osservatori UE e OSCE.
A settembre, poi, Bruxelles decise l’invio di una propria missione di osservazione, l’European Union Monitoring Mission – EUMM - per la Georgia. Questa missione era composta da 200 osservatori ed era comandata da Hansjoerg Haber, ex ambasciatore tedesco in Libano, sostituito nel luglio 2011 dal polacco Andrzej Tyszkiewicz. Intanto, nel giugno 2009, la missione degli osservatori OSCE dovette terminare, a causa del veto russo che ne bloccò il proseguimento. L’obiettivo primario della missione europea in Georgia era quello di permettere il ritiro russo entro un mese e di controllo, nel caso in cui uno dei sei punti venisse disatteso.
La missione di controllo europea riuscì nel suo intento, permettendo alle truppe russe di ritirarsi dalle zone cuscinetto entro i tempi stabiliti e di mantenere la pace in Georgia, una regione così importante per l’Unione.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La politica estera europea prima e dopo il Trattato di Lisbona. Due casi: la Guerra in Georgia e la Primavera araba

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Informazioni tesi

  Autore: Jacopo Favarin
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Marinella Neri Gualdesi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 61

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Parole chiave

unione europea
pesc
politica estera e di sicurezza comune
trattato di lisbona

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