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Opinione Pubblica e Politica Estera: un'analisi dell'orientamento della popolazione albanese in merito all'ingresso nell'Unione Europea

Il ruolo dell'opinione pubblica in politica estera: approcci teorici

Il ruolo dell'opinione pubblica in politica estera è stato e continua ad essere oggetto di analisi di quattro scuole di pensiero, nonché fonte di dibattito tra le stesse. Ognuna di esse si contraddistingue per il diverso peso che viene attribuito al pubblico in questioni di foreign policy. Affrontiamole una alla volta.
Il primo approccio che analizziamo è quello kantiano, che trae il suo nome da Immanuel Kant, il filosofo illuminista difensore dei Lumi della Ragione e della necessità di creare un ordine internazionale libero da conflitti. Infatti, nell'elaborare la sua tesi, egli si dedica soprattutto all'ambito dell'uso della forza e, più in particolare, alla scelta di muovere guerra. A tal proposito, i kantiani affermano che il pubblico si opporrà sistematicamente ad una guerra e sarà sempre “più prudente rispetto alle élite politiche”.
Questo non tanto perché il pubblico sia più pacifista, ma semplicemente perché “esso (il pubblico) sa ponderare meglio i costi e i benefici del muovere una guerra” prima di accordare il suo sostegno e di “farsi coinvolgere in un gioco così rischioso”. Quello su cui Kant, e i suoi discepoli in generale, fanno leva quindi non è tanto l'atteggiamento pacifico del pubblico, ma piuttosto le caratteristiche di prudenza e di razionalità. La linea di pensiero dei kantiani è stata ripresa anche dai liberali Wilsoniani, che devono il loro nome a Woodrow Wilson appunto. Essi condividono l'idea kantiana di un'opinione pubblica razionale e prudente, ma le affidano anche un nuovo ruolo. Per i Wilsoniani, infatti, la natura dell'opinione pubblica le consente di “influenzare la formulazione della politica estera limitando le tendenze estreme ed eccessivamente avventurose delle élite politiche, fornendo stimoli innovativi e guidando il governo verso una scelta razionale che rappresenta le preferenze del pubblico”. Secondo questo punto di vista, i leader dovrebbero quindi lasciarsi guidare dagli stimoli e provenienti dal pubblico al fine di ottenerne il consenso.
Veniamo poi alla seconda scuola: quella realista. I realisti, di cui ricordiamo figure storiche come Locke e Hume o più recenti come Lippmann, si schierano lungo una linea completamente opposta rispetto a quella kantiana. Infatti, per loro il pubblico è “poco razionale, sregolato e impaziente e oscilla tra due tendenze estreme: quella di imprudente veemenza e quella di supina compiacenza”. Sulla base di questi presupposti, i realisti sono critici nei confronti del ruolo del pubblico in affari esteri. Anzi, per loro in generale il pubblico influenza negativamente questo ambito decisionale. Per queste ragioni, i “policymaker non dovrebbero considerarlo quando elaborano la politica estera del proprio Stato”, anzi ad essi è affidato il compito di trovare una posizione intermedia tra le due tendenze contrapposte del pubblico e di riportare in esso la razionalità necessaria al buon funzionamento della politica estera. Sulla base di questi presupposti, i realisti concludono che “gli ideali democratici sono incompatibili con la realtà della politica internazionale”, per cui i leader politici sono tenuti a “sospendere il funzionamento della democrazia (quando agiscono) in politica estera”. Più specificatamente, i realisti suggeriscono che, in questo ambito decisionale, i leader debbano agire con la prudenza che li contraddistingue e attraverso quella che Locke chiama “gestione aristocratica” degli affari esteri, che potremmo interpretare come una marginalizzazione (parziale) del pubblico. Parliamo di marginalizzazione parziale perché, in realtà, i cittadini possono inevitabilmente intervenire in modo indiretto in issue di politica estera attraverso le elezioni interne al sistema statale (dove, si suppone, gli ideali democratici a cui i realisti fanno riferimento sono in vigore). Infatti, in sede elettiva essi scelgono il candidato il cui programma politico in ambito di affari esteri li soddisfa maggiormente, dopodiché non possono far altro che fare un passo indietro e limitarsi a sostenere la politica estera dei leader eletti, i quali comunque si impegneranno a soddisfare l'interesse dei cittadini, ma dando in primo luogo precedenza alla tutela dell'interesse nazionale. In breve, quindi, poiché l'opinione pubblica “ha sempre rappresentato un ostacolo in politica estera fino ad avere un impatto distruttivo nei momenti più critici”, i realisti consigliano ai leader di “ignorare le preferenze del pubblico, oppure di persuaderlo ad acconsentire alle loro decisioni”.
Un terzo punto di vista avanza la tesi di un pubblico “malleabile (…), se non addirittura manipolabile”. I suoi sostenitori muovono una critica alla formulazione di Kant, sempre facendo riferimento all'ambito dell'uso della forza e presentando due argomentazioni. Innanzitutto, essi affermano che per le questioni di politica estera il pubblico è connotato da “indifferenza, e non da pacifismo”, come affermato invece dai kantiani e che esso non realizza un calcolo razionale di costi e benefici prima di compiere una decisione. In secondo luogo, e conseguentemente, essi sostengono che le élite, approfittando di questa indifferenza, possono manipolare la posizione dell'opinione pubblica in politica estera (quindi si oppongono alla tesi kantiana/wilsoniana di un pubblico che guida i leader riportandoli in carreggiata nei momenti di perdizione). Per i difensori della tesi della malleabilità del pubblico, le élite politiche possono sfruttare diversi strumenti al fine della manipolazione. Per esempio, per issue che riguardano l'uso della forza, tali espedienti sono il nazionalismo e le minacce esterne. Il primo “inibisce la facoltà di percezione dei costi della guerra, infondendo nella mente del pubblico un potente spirito di sacrificio che spinge a superare la reticenza a sostenere personalmente i costi della guerra”. Per minacce esterne, invece, si intendono dei fattori che “causano un aumento dei costi dell'inattività, contribuendo a convertire il pubblico da indifferente a entusiasta”. Esempi di minacce esterne sono quelle provenienti dai regimi autoritari o non democratici, che possono essere sfruttati per scuotere gli animi e per “generare un'atmosfera di sospetto (…) che rende il pubblico dei regimi democratici facilmente sensibile e aperto all'impulsività e alla reazione”. In questa terza ottica, quindi, il pubblico non si interessa particolarmente agli affari esteri e questo lo rende un soggetto modellabile, di cui i leader politici possono servirsi per indirizzare le proprie decisioni o per ottenere il consenso necessario, soprattutto laddove il pubblico stesso non mostri adeguata convinzione. [...]

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Informazioni tesi

  Autore: Beatrice Chiodi
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2017-18
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali
  Corso: Lingue e letterature straniere
  Relatore: Andrea Locatelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 77

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