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Cura delle ossa nelle persone transgender: la sanità al giorno d'oggi

Il ruolo della fisioterapia nell’osteoporosi

L’intervento della Medicina Fisica e Riabilitativa nei confronti del soggetto con osteoporosi si svolge con diverse modalità per il raggiungimento di obiettivi specifici. La fisioterapia, infatti, può agire nell’ambito della prevenzione osteoporotica evitando la riduzione della massa ossea, nella fase di osteoporosi conclamata, oppure in seguito a fratture osteoporotiche indotte dalla patologia. L’esercizio fisico utilizzato nella riabilitazione si focalizza anche sul concetto del rimodellamento osseo che avviene in seguito a sollecitazioni meccaniche a cui l’osso si sottopone, a cui fanno seguito una serie di cambiamenti nella sua struttura interna ed esterna. Tra le forze a cui l’osso viene sottoposto vi è la forza di gravità, ecco perché un paziente sottoposto ad un allettamento o immobilità prolungata (anche distrettuale, dovuta alla presenza di gesso) può andare incontro ad osteoporosi secondaria. Lo stress meccanico a cui l’osso si sottopone, quindi, è un fattore determinante del picco di massa ossea, infatti, il livello di attività fisica praticata nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza determina una sua variazione del 15-20%. In questo periodo, se si effettua esercizio fisico, si raggiunge il BMD più elevato grazie a delle modifiche periostali, endocorticali, trabecolari e intracorticali. Nel periodo post-menopausale l’attività fisica impedisce la perdita di massa ossea, mentre nel periodo senile riduce il rischio di cadute e conseguenti fratture patologiche. Tra i meccanismi deputati a influenzare il rimodellamento osseo va ricordato l’effetto piezoelettrico, in cui l’impulso meccanico trasmesso sull’osso viene trasformato in impulso elettrico grazie alla presenza di cristalli di idrossiapatite, che creano un potenziale elettrico quando sono sottoposti a stress meccanico da carico del peso corporeo oppure in conseguenza all’attivazione muscolare. Si determina, quindi, una polarità negativa nella superficie sottoposta a sollecitazione, che favorisce il deposito di calcio e fosforo e in cui si ha una maggiore attività da parte degli osteoblasti. L’esercizio fisico, inoltre, determina una vasodilatazione a livello del distretto corporeo interessato, con incremento del flusso ematico osseo e conseguente miglioramento del metabolismo locale.

La fisioterapia per l’osteoporosi, quindi, ha un ruolo preventivo, curativo e riabilitativo e deve considerarsi un supplemento ai farmaci osteoprotettivi. Gli obiettivi generali della fisioterapia consistono in stabilizzazione dello scheletro, incremento della mineralizzazione dell’osso, miglioramento del dolore e prevenzione delle cadute. La maggior parte delle fratture osteoporotiche, infatti, è la conseguenza di cadute traumatiche che si determinano dall’instabilità ossea e, quindi, la Medicina Fisica e Riabilitativa deve contrastare la debolezza muscolare e mirare alla mobilità globale del paziente. Gli esercizi sono attentamente scelti per il singolo paziente, che deve essere prima sottoposto ad un’accurata valutazione. Bisogna, infatti, scegliere il tipo, l’intensità e la durata di un programma riabilitativo, in base alle condizioni muscolari, comorbilità, densità ossea e storia di precedenti fratture del paziente. E’ possibile avvalersi di esercizi più intensi e di attività ad alto impatto nei soggetti giovani, ma non sono indicati per alcuni soggetti anziani osteoporotici. L’esercizio migliore per le ossa è quello che costringe il paziente ad agire contro gravità: fra le attività quotidiane si include il salire le scale, mentre fra gli sport più adeguati vi è il ciclismo, il jogging, il running, la danza, l’arrampicata e il sollevamento pesi moderato. Il nuoto, invece, riduce il peso corporeo e non è stato dimostrato nessun effetto sull’aumento della densità ossea indotto da tale sport. La rimineralizzazione e la lotta contro l’osteoclasteogenesi posso essere determinati anche da esercizi di resistenza aerobica (fitness). La fisioterapia ha un ruolo fondamentale nella prevenzione, ecco perché il paziente deve essere educato ad evitare alcuni movimenti responsabili di uno stress eccessivo nei confronti dello scheletro. Ad esempio, a patologia conclamata, bisogna evitare la flessione del tronco ed i movimenti cifotici del rachide, esercizi di salto, rotazione o flessione laterale del tronco, movimenti forzati e allungamento muscolare eccessivo.

È stato dimostrato, inoltre, che dopo un periodo di circa 6-12 mesi di esercizio fisico, gli individui sedentari ottengono un risultato migliore rispetto ad atleti già addestrati circa l’incremento del BMD. Anche nelle donne in perimenopausa e in postmenopausa un allenamento superiore a 6 mesi induce risultati positivi sullo scheletro: una camminata veloce o jogging ha dei benefici sul BMD di anca e rachide. Diversi studi hanno esaminato la necessità di rinforzare i muscoli degli arti superiori e inferiori piuttosto che agire singolarmente sul rinforzo degli estensori spinali e di specifici muscoli dell’anca come l’ileopsoas. L’incremento della forza nei siti dell’anca e della colonna vertebrale dipende dall’intensità dell’allenamento: per il rinforzo del rachide devono essere utilizzati carichi elevati (70-90% di una ripetizione massima, per 2-3 serie di 8-10 ripetizioni, 3 volte a settimana per almeno un anno). Alcuni esercizi specifici sono in grado di aumentare la densità minerale ossea a livello dell’anca: squat, leg press, hip extension, hip adduction. Nelle fasi più avanzate della patologia si cerca di ridurre lo stress scheletrico, mediante l’uso principale di contrazioni isometriche e tecniche propriocettive che facilitano la stabilità del sistema motorio. L’esercizio fisico ha, inoltre, lo scopo di prevenire le cadute, comportando un miglioramento della forza muscolare, della coordinazione e dell’equilibrio. Questo concetto è fondamentale per le persone anziane che, mediante l’uso di programmi specifici, riducono il rischio di fratture. Molto spesso, però, l’esercizio fisico è limitato dalla presenza di dolore, della malattia in fase avanzata, della mancanza di adattamento delle diverse strutture e, quindi, l’allenamento di profilassi di caduta possono includere anche esercizi di equilibrio in acqua, sfruttando le sue proprietà fisiche. In acqua, infatti, il paziente percepisce una riduzione del dolore grazie alle sue caratteristiche termiche ed una ridotta paura di cadere. La viscosità dell’acqua, infine, determina uno stimolo tattile che migliora la percezione del proprio corpo. Per concludere, l’esercizio fisico comporta un miglioramento della qualità di vita, del benessere generale, del sonno, delle relazioni sociali dell’individuo, agendo sul paziente in maniera biopsicosociale.

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Cura delle ossa nelle persone transgender: la sanità al giorno d'oggi

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Informazioni tesi

  Autore: Graziana Moretti
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2020-21
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Fisioterapia
  Corso: Fisioterapia
  Relatore: Vilma Patrizia Uzzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 68

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Parole chiave

fisioterapia
osteoporosi
transgender
ossa
terapia ormonale
bones
non binary

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