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Mariù prima di Irene Brin: gli articoli di Maria Vittoria Rossi sul quotidiano “Il Lavoro” di Genova

L’importanza del contesto secondo Mariù

Il contesto nel quale si inserisce l’oggetto dell’articolo spesso occupa quasi l’intero spazio della rubrica; solo verso la fine, quando un neolettore di Maria Vittoria Rossi sarebbe già disorientato, arriva il tema, l’oggetto del titolo. In “Uva a Sirmione”, articolo del 15 settembre 1935, leggiamo una panoramica completa di Sirmione, del suo castello e dei personaggi che lo abitarono e soprattutto si ricorda la noia delle castellane, i cui consorti sono invalidati dalle battaglie, e i cui figli e figlie sono destinati a diventare a loro volta, guerrieri e castellane. Compaiono Catullo ma anche i picnic incivili di gitanti che lasciano tracce, cocci e scatole di sardine. L’uva viene menzionata solo nelle ultimissime righe, ed è zuccherina, tra le mani e in bocca a turiste “barbare” “ariane” e perciò, verosimilmente, nordeuropee. L’articolo potrebbe quindi intitolarsi semplicemente “Sirmione”. Altra struttura simile è quella dell’articolo “Golf a Carezza”, dell’1 agosto 1937: i tavolini del “Grande Albergo” sono occupati per la merenda da vecchissimi Inglesi che evocano a Mariù la figura biblica di Giosuè. E’il tramonto, l’aria si raffredda e gli ultimi bagnanti si affrettano verso l’albergo, mondano e accogliente con le sue torte che immaginiamo ricche di cioccolato, di frutta, di panna e pan di spagna e frolle: i bagnanti hanno lasciato il lago che di anno in anno si prosciuga sempre di più. Ecco, verso la fine: “infine a Carezza c’è il golf” e l’attenzione della giornalista si posa su un’opulenta e miope Americana che gioca a golf con palline arancione, le sole che le risultino visibili. Stesso discorso per “Il venditore di uccelli”, racconto “olandese” del 25 settembre 1938, con un’incantevole descrizione preliminare: l’antica città dell’Aja, è serena, nello scampanellio di tram e biciclette attrezzate con cestini, sedilini, portaombrelli e fiocchi; il profumo di cibi buoni, non greve ma gradevole, permea l’atmosfera cittadina, a qualunque ora:
"Da poco eravamo arrivati all’Aja e la pioggia leggera che di tetto in tetto, di terrazzo in terrazzo, di ombrello in ombrello, lasciava scivolar le sue gocce grevi, ma iridate in tondo, con la riproduzione piccolissima di un albero o di un campanile, faceva la città ancor più ovattata, modesta e diplomatica. Tram scampanellanti passavano, e biciclette civilizzate con la sportina per le spese, il gancio per il parapioggia, la cesta per il bambino, il fiocco per la guarnizione; mentre dai negozi e dalle finestre e dai carrettini salivano tante note diverse della sinfonia commestibile che in Olanda si svolge durante tutto il giorno, ma senza dar noia né pesantezza, tanta è la cordialità e quasi diremmo la sincerità: si pensava ad arrosti fragranti, a patate morbide nella loro crosta rosolata, a torte fiorite di creme e pistacchi. Il succedersi dei pasti è così rapido, lassù, che tutto finisce per confondersi, si perde ogni rigidità convenzionale, nello stabilir l’ordine dei piatti, e il dolce-forte costituisce, appunto, il motivo fondamenta-le di questa musica mangereccia. Già si avvicinava la sera, non malinconica. I lumi che si accendevano evocavan case tranquille ben chiuse, decorate di bianco, con le sole macchie brune dei libri e della cioccolata. La notte sarebbe stata tranquilla, e tranquillo il nuovo giorno: così si prendeva congedo dal crepuscolo senza rammarico, camminando a passi misurati, lungo il giardinetto della chiesa principale, che pare, e forse è, solo la chiesona di un villaggetto."
Ma nel paragrafo finale si arriva, infine al venditore di uccelli “con quelle carni […] rosatissime, che rivelano la cucina al burro […] ” Proprietario di un negozio strabiliante di gabbie, confort, piccole altalene e giochi che rendono meno pesante la cattività a pennuti esotici dai colori incredibili, il venditore di uccelli riesce a farsi capire con quattro lingue mal parlate: detesta gli uccelli, il loro canto, il proprio mestiere. Così è la vita. In “Burattini al Pincio”, 27 novembre 1938, Mariù ci descrive il popolo in festa della domenica mattina a Villa Borghese:
"Una folla varia e compatta gremisce, la domenica mattina, Villa Borghese ed il Pincio, e da Piazza Barberini come da Piazza di Spagna si vedono salire queste persone serie, compostissime, che paiono avviate ad una processione. Correnti opposte si sfiorano, senza raggiungersi mai: ci sono le ragazze borghesi, fiere del cappellino nuovo, che sperano d’incontrare il loro giovane innamorato, timido ma arrogante; ci son le fatalone, in pantaloni jodhpurs, frustino e riccioli al vento, che sperano nel Regista Americano, o nel milionario di qui; e poi i vecchi Personaggi-in-Pensione, che sospirano, rammentan-do le belle amazzoni del tempo del fu e le trottate della Regina Margherita; né mancano duemila signo-re grasse, soddisfatte e chiacchierone".

Questo brano è tratto dalla tesi:

Mariù prima di Irene Brin: gli articoli di Maria Vittoria Rossi sul quotidiano “Il Lavoro” di Genova

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Informazioni tesi

  Autore: Bianca Bertazzi
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Daniela Baroncini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 57

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