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La memoria del testimone: la fallibilità dei ricordi nella testimonianza del minore

L’intervista cognitiva (IC)

Data l’importanza della deposizione dei testimoni come prova per l’individuazione di un colpevole, negli anni Ottanta venne introdotto, negli Stati Uniti, un nuovo “metodo scientifico strutturato per gli interrogatori investigativi” (D’Ambrosio, 2010), chiamato Intervista Cognitiva (IC), progettato per migliorare i resoconti dei testimoni oculari (Geiselman et al., 1984, citato in Holliday et al., 2009). Fu poi revisionata nel 1992 dagli stessi Fisher e Geiselman, i quali aggiunsero nuovi elementi per oltrepassare quelle limitazioni dell’attenzione e dell’esposizione verbale che potevano ostacolare una deposizione; la seconda versione è, infatti, basata sul criterio secondo cui sarebbe possibile accedere ad un ricordo attraverso diversi stimoli chiave (cue), in linea con le ipotesi della teoria della connessione a rete (D’Ambrosio, 2015).
In entrambe le versioni, il requisito fondamentale nell’interrogato è la sua motivazione, ovvero la propensione a collaborare: l’IC non è infatti pensata per rilevare le menzogne, ma per favorire la ricostruzione dei fatti così come il soggetto è disponibile ad esporli.
La sostanziale novità introdotta dalla versione rivisitata dell’IC è fornita dai suoi quattro principi, che D’Ambrosio (2015) elenca così:“ 1. ripristinare mentalmente l’evento in questione, 2. riportare tutto, anche ciò che appare meno importante, 3. tentare di ricostruire anche con un diverso ordine temporale il ricordo dell’evento [e] 4. cambiare prospettiva quando si cerca di recuperare dalla memoria”. Risulta centrale il ruolo della comunicazione, che non solo incentiva a fornire informazioni, ma aiuta anche a stabilire una relazione tra interrogatore e interrogato per comprendere meglio i bisogni psicologici e le motivazioni di quest’ultimo. Secondo Fisher e Geiselman (1992, citato in D’Ambrosio, 2010, pp.205-207), occorre tenere in considerazioni varie ipotesi di base, quali la soggettività dell’interpretazione dell’evento, i metodi per aumentare la probabilità di recupero del ricordo - come, ad esempio, chiudere gli occhi e concentrarsi solo su ambito o compito - e la necessità di utilizzare trigger diversi per riattivare le aree in cui il ricordo è stato immagazzinato - stimoli visivi per le aree visive, uditivi per le uditive, ecc. (vedi cap.1). Studi recenti (Shields et al., 2017) hanno anche evidenziato l’importanza del ruolo dello stress emotivo nella codifica del ricordo, mostrando come esso possa influire anche sul recupero, riducendo la probabilità di richiamo del ricordo stesso: l’intervista cognitiva, nella sua versione aggiornata, tiene maggiormente in considerazione il contesto mentale, in modo da facilitare la narrazione dettagliata dei fatti, anche se traumatici (citato in Dodier et al., 2021).
Per quanto riguarda la struttura, l’IC ha cinque fasi: la presentazione, il racconto libero, le domande, un secondo racconto e la chiusura. La fase introduttiva ha lo scopo di creare un legame di fiducia e calma tra l’interrogante e l’interrogato, il quale sarà più disponibile a comunicare; chiamare il testimone per nome, ad esempio, favorisce la creazione di un rapporto empatico. La fase centrale dell’intervista è rappresentata dalla libera narrazione, in cui il testimone è chiamato a ricostruire il contesto generale dell’evento, pur includendo le descrizioni dell’abbigliamento, della posizione e della prospettiva durante l’episodio (D’Ambrosio, 2010): la tecnica si basa sull’assunto che ogni aspetto immagazzinato possa richiamare ulteriori dettagli della scena (Griffiths & Milne, 2010). I particolari devono essere approfonditi nella fase del sondaggio, con domande aperte o chiuse, in cui l’investigatore chiede informazioni dettagliate seguendo un ordine preciso e rispettando le eventuali pause del soggetto, per mantenere sia una ricostruzione organizzata sia una conversazione basata sulla fiducia (D’Ambrosio, 2010). Secondo Köhnken e colleghi (1999, citato in Griffiths & Milne, 2010), l’istruzione del “report everything” incoraggia un’esposizione più dettagliata nonostante un possibile ricordo limitato.
Il secondo resoconto mette in rilievo le eventuali differenze con la prima esposizione e aggiunge altre rifiniture, utilizzando un cambio di prospettiva o dell’ordine temporale degli eventi (D’Ambrosio, 2010; Griffiths & Milne, 2010). Infine, la chiusura include la racconta delle informazioni personali e anagrafiche, che Fisher e Geiselman (1992, citato in D’Ambrosio, 2010, p.219) consigliano, infatti, di non fare all’inizio, per evitare di creare un legame distaccato tra intervistatore e intervistato. È anche fondamentale continuare fino alla fine a far sentire il testimone di vitale importanza, e mai inutile o non apprezzato: ad esempio, nel caso degli abusi, il testimone-vittima potrebbe essere l’unica fonte di prove da cui attingere.

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La memoria del testimone: la fallibilità dei ricordi nella testimonianza del minore

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Informazioni tesi

  Autore: Chiara Bracconi
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2020-21
  Università: Università degli Studi di Perugia
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Francesca Ciammarughi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 44

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Parole chiave

memoria
testimonianza
minore
amnesia
testimone
suggestionabilità
intervista cognitiva
psicologia della testimonianza
falsi ricordi
psicologia forense

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