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Le misure di prevenzione... Verso l'alba di un nuovo diritto?

L'efficacia delle sentenze penali nel procedimento di prevenzione

In seguito alla promulgazione della legge n. 55/1990 è stato sgretolato il sistema del "binario alternativo" che sanciva la sospensione del procedimento di prevenzione nel caso di un contemporaneo procedimento penale.
Viene affermato il cd. principio del "doppio binario" in virtù del quale procedimento penale e procedimento praeter delictum assumono indipendenze l'uno dall' altro onde per cui quest'ultimo può coesistere e trovare applicazione affianco del primo.
Allo stesso modo viene completamente autonomizzato il processo valutativo del giudice della prevenzione che, in tal modo, è del tutto libero di valutare i medesimi atti sottoposti al vaglio dibattimentale nell'ambito del processo di cognizione potendo anche giungere a soluzioni difformi rispetto a quelle conseguite dal giudice penale non essendovi alcun nesso di pregiudizialità fra i due procedimenti.
Ad onta di una simile struttura ecco che non esiste nessuna forza cogente del giudicato penale sul procedimento preventivo.
Permane, tuttavia, la necessità di temperare la facoltà riconosciuta al giudice della prevenzione di poter precludere al proposto di produrre entro il procedimento provvedimenti giudiziari posto che la giurisprudenza ha sancito la illegittimità di una simile imposizione con riguardo al procedimento di esecuzione.
Pertanto, è oggi pacifica la possibilità del pervenuto, così come dei terzi interessati, di poter produrre nel corso del procedimento preventivo copie od originali dei provvedimenti giurisdizionali sinchè non è intervenuta la conclusione della trattazione.
Quanto sopra affermato ben si concepisce laddove si abbia riguardo alla circostanza che presupposto giustificante l'applicazione della misura di prevenzione non è l'accertata responsabilità penale del soggetto destinatario, bensì la sua pericolosità sociale alla luce dei canoni delineati dalla normativa in materia.
Quindi, si tratta di apprezzamenti autonomi e distinti rispetto a quelli che incombono sul giudice penale e, almeno in un certo senso, non del tutto compatibili.

Gli effetti della sentenza di patteggiamento



L'introduzione entro l'ordinamento giuridico nostrano della possibilità di "patteggiare" la pena, come previsto dall'Art. 444 C.P.P. ha posto rilevanti problematiche ove si voglia considerare la sentenza che irroga la pena su accordo delle parti processuali quale ammissione di colpevolezza.
Invero, tale è stato l'orientamento originario da parte della dottrina come anche della giurisprudenza.
Successivamente la giurisprudenza ha mutato il proprio pensiero giungendo a ritenere che l'accertamento della responsabilità dell'imputato è circostanza squisitamente interna al procedimento penale che niente ha a che vedere con l'accertamento della pericolosità sociale del proposto rilevante ai fini del procedimento di prevenzione.
Tuttavia, tale orientamento sembra mal conciliabile con una esatta definizione circa la portata della sentenza resa ex Art. 444 C.P.P. poichè appare quanto meno inverosimile che l'imputato chieda l'irrogazione della pena, seppur con i relativi benefici conseguenti alla sua decisione, senza implicitamente ammettere un qualche suo elemento di colpevolezza.
Quanto sopra constatato si concilia in modo coerente con la decisione della stessa Cassazione di voler equiparare la sentenza patteggiata, circa gli effetti, alla sentenza penale di condanna, fra l'altro sentenza resa a SU il 26 febbraio 1997, dunque successivamente alla pronuncia volta a giungere a soluzioni con essa divergenti.
Eppure, con una soluzione che appare soprattutto di comodo, le stesse SU si premoniscono di sottolineare che l'elemento essenziale discriminante la sentenza di patteggiamento dalla sentenza di condanna vera e propria risiede nell' accertamento della responsabilità dell'imputato, salvo poi i problemi di compatibilità che una tale logica comporta con il principio di presunzione di non colpevolezza sancito al II comma dell'Art. 27 Cost. avente quale risvolto pratico la necessità che la colpevolezza dell'imputato sia accertata con prove certe ed oggettive.
All' onta di un principio supremo del nostro ordinamento giuridico come quello di cui all' Art. 27 II comma Cost., ecco che appare necessario presupporre che anche la sentenza patteggiata sia mossa da un minimum di accertamento di reità da parte dell' organo giudiziale, perlomeno, come sostenuto da gran voce della dottrina, nei termini di un accertamento per facta concudentia.
Pertanto, appare certamente preferibile che lo Stato, entro una sentenza di patteggiamento, più che rinunciare ad accertare la responsabilità dell'imputato circa il fatto di reato contestatogli, offra ad egli la possibilità di ottenere precisi benefici laddove lo stesso ammetta la propria reità, considerazione questa che meglio sembra sposarsi con i principi delineati dalla Carta Fondamentale in materia di pena e sua funzione rieducativa.
Inoltre, ciò sembra essere inevitabile anche avendo riguardo al compito del giudice di valutare la congruità fra la pena proposta dalle parti ed il fatto di reato per il quale si procede.
Dunque, pare condivisibile inquadrare la sentenza patteggiata quale species del più ampio genus delle sentenze di condanna.
Dopo aver messo un minimo di ordine riguardo al carattere essenziale della sentenza ex Art. 444 C.P.P., possiamo focalizzare la nostra riflessione circa il significato che essa può avere in vista del giudizio sulla pericolosità sociale del proposto entro il procedimento preventivo. [...]

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Informazioni tesi

  Autore: Francesca Nerli
  Tipo: Laurea magistrale a ciclo unico
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Roberto Bartoli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 329

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