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La Bellezza e il suo appello pro-vocante. Un percorso filosofico e teologico

La Bellezza chiama e invita alla lode

Manifestandosi nel simbolo, la bellezza si presenta come quel già là, che apre al non ancora ed è propriamente in questa dialettica tra l’indimenticabile – il già là – e l’insperabile – il non ancora – che si apre lo spazio della trascendenza. Nelle Confessioni, Sant’Agostino esprime tale dinamica con queste parole: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai!».
La Bellezza, che Agostino identifica chiaramente con Dio, si manifesta sempre come immemoriale, cioè come un a priori, la cui origine risulta perciò indisponibile.

L’immemoriale

non è stato ricevuto o acquisito in nessun tempo antecedente, esso è “da sempre”, mi appartiene fin da quando io sono, senza dipendere dal passato. E non è mio compito ritrovarlo, raccoglierlo, rammemorarmene, ma soltanto svegliarlo, poiché esso non è dimenticato, bensì dormiente o virtuale.

La Bellezza è da sempre già là, in noi e per noi, prima che possiamo prenderne coscienza e risponderle.
Ciò che è immemoriale è altresì indimenticabile, poiché non cessa di venire a noi dal passato.

In ogni momento della nostra vita, dunque, possiamo amare questa bellezza, e per quanto presto lo abbiamo fatto, sarà sempre possibile dire “troppo tardi t’amai”. Quando questa bellezza si manifesta, si manifesta insieme al suo precederci: essa brilla da prima che avessimo aperto gli occhi.

La Bellezza «così antica» è tuttavia, al contempo, «così nuova»: non solo essa viene incessantemente a noi dal passato, ma anche dal futuro. Il concetto di indimenticabile è perciò inscindibilmente legato a quello di insperabile. L’insperabile è attestazione di una sovrabbondanza che si manifesta sempre all’improvviso e che accade al di là dei nostri progetti e delle nostre aspettative. La Bellezza non è solo ciò che dall’eternità ci precede, ma è anche ciò che da sempre procede verso di noi per incontrarci. L’indimenticabile e l’insperabile sono perciò uniti dal concetto di incessante: la Bellezza non cessa di venire a noi sia a partire dal passato (indimenticabile), sia a partire dal futuro (insperabile). L’insperabile arriva senza preparativi e con la sua irruzione apre un tempo nuovo, di una novità che non passa e che sempre ci rinnova, ferendoci «di una ferita attraverso la quale la nostra esistenza viene alterata, si apre e diventa essa stessa luogo di manifestazione di ciò a cui risponde». La Bellezza non si accontenta infatti di manifestarsi e di divenire oggetto di contemplazione. La Bellezza appare sempre con una pretesa: quella di trasformare colui che incontra a sua immagine e somiglianza. La Bellezza è pertanto un appello, una chiamata alla trasfigurazione di sé e della propria esistenza. Nella lingua greca, il termine καλός, “bello”, somiglia infatti al verbo καλεῖν, ossia “chiamare”. Chiamandoci, la bellezza ci com-muove, ovvero ci tocca nel profondo e ci mette in movimento, in cammino, «affinché non restiamo là dove siamo, e affinché non restiamo ciò che siamo». L’epifania del bello non ci lascia mai come prima e talvolta decide completamente della nostra vita. L’incontro con la «bellezza così antica e così nuova» ha attuato in Agostino una totale metamorfosi: da uomo dedito alla “bella vita”, egli è divenuto un uomo dalla “vita bella”. La sua esistenza si è lasciata provocare dall’irrompere insperato della Bellezza; ha acconsentito ad essere messa sotto sopra, fulminata, sconvolta come da un’inondazione di luce, fino a divenire un tutt’uno con la Bellezza stessa.

La gratitudine suscitata da un simile accadimento destina l’uomo a divenire «l’essere vivente eucaristico». Il manifestarsi della Bellezza invoca infatti una risposta, che è quella dell’esaltazione. «Completamente gratuita, totalmente non dovuta, l’esaltazione è di fronte alla bellezza la nostra unica possibilità di essere. E benché essa non sia né imposta né prescritta, noi non possiamo eluderla».
È dal silenzio che questo canto di lode riceve il suo la. Il manifestarsi di un’eccedenza produce infatti una sospensione imprevista della parola, che viene colta di sorpresa, tracimata da ciò che insorge. Quando la Bellezza appare, veniamo privati della nostra stessa padronanza e, perciò, ogni lode resta all’inizio interdetta. Non si tratta, però, di un semplice ammutolire in seguito allo sgomento che l’incontro con il bello ha suscitato. Questo silenzio non ha affatto lo statuto di una privazione, cioè non costituisce una mera assenza di suono. Al cuore dello sconvolgimento provocato dall’epifania del bello, il silenzio si fa canto. Solo una parola ferita dall’infinito può donarsi così. Il silenzio iniziale è pertanto un’esaltazione primigenia, è «l’alef di tutti i canti, l’inascoltabile prima lettera tramite la quale le parole nascono alla loro stessa verità». Lungi dal negare la parola, il silenzio ne è la fonte.

Il silenzio è la gloria della parola, e la parola la gloria del silenzio (…). Senza il silenzio da cui proviene, che l’accompagna e al quale infine s’abbandona, la parola perderebbe tutta la propria dignità e diverrebbe rumore insignificante, chiacchiera votata al suicidio. Senza la parola che ascolta o convoca, senza quella che esso conserva custodendola come fosse uno scrigno, senza quella che esso diventa portandola su di sé e portandosi più in alto, anche il silenzio distruggerebbe se stesso nel proprio deserto.

Di fronte allo splendore insostenibile e sovrabbondante del Paradiso, Dante tace. «Transumanar significar per verba / non si poria». Non è possibile dire adeguatamente una simile Bellezza.
Tutti i canti della Divina Commedia sono canti impossibili. Eppure, Dante non rinuncia, con la fatica della penna e il tremito della voce, ad esaltare con la sua poesia l’indicibile che ha contemplato. Sebbene l’esaltazione umana sia una risposta parziale, inadeguata e non aggiunga alcunché alla magnificenza divina, non può chiudersi in un vocativo inespresso. Il cuore ricolmo dell’eccesso deborda in un inno di lode. La nostra lode non aggiunge nulla alla Bellezza: è del tutto superflua. Ma il superfluo, l’eccesso, il dono sono la logica di cui vive la Bellezza stessa. L’inutilità del nostro canto è perciò quanto vi è di più necessario. Null’altro nel mondo può infatti rispondere all’epifania del bello all’infuori dell’essere umano. Da ogni dove, un inno di lode s’innalza: nell’esplosione delle stelle, nell’innalzarsi delle montagne, nelle profondità degli oceani; ma solamente l’uomo può dare voce a questa esaltazione silenziosa. Il suo rendimento di grazie scioglie la lingua muta della natura. L’uomo canta dunque una liturgia cosmica. A questo riguardo, risulta emblematico il Sal 148, in cui tutte le creature vengono invitate a rendere lode al loro Creatore. Il salmista non si limita a ringraziare Dio per la magnificenza della sua creazione, ma offre al creato la propria voce: canta la bellezza del mondo e, al contempo, canta in sua vece ciò che esso non può dire. Analogamente al Sal 148, il Cantico delle Creature loda Dio pour e par le creature, cioè per esse e attraverso di esse.

L’esaltazione ha sempre un carattere polifonico. L’eucaristia dell’essere umano si unisce alla lode silenziosa del mondo e le dà parola. Il Te Deum più maestoso è tuttavia sempre limitato, poiché è cantato da voce umana. La nostra irrimediabile inadeguatezza trasforma anche il canto più estatico in un sacrificio: è il sacrificio dell’umiltà, che rinuncia al progetto di una commensurabilità tra il donatario ed il donatore. Riceviamo molto di più di quanto siamo in grado di offrire. Nell’inno di lode, doniamo la nostra stessa impotenza a donare. Il nostro canto, più che come risposta adeguata alla Bellezza, s’innalza come un flebile balbettio al suo cospetto. La gioia del canto offerto si trasforma allora in sofferenza, a causa della nostra incapacità a esaltare pienamente.
La confessione e l’accettazione della propria povertà divengono tuttavia quella «pietra filosofale» capace di trasformare ogni cosa in esaltazione. Le Fonti Francescane descrivono San Francesco di Assisi non come un uomo che pregava, ma come un uomo diventato preghiera. Proprio come Agostino, anche Francesco ha incontrato la Bellezza e da essa si è lasciato trasformare, fino a fare della propria vita una lode umile ed incessante. Le stigmate, ricevute poco tempo prima della morte, sono sigillo di quella metamorfosi che ha cambiato il “re delle feste” – così veniva definito il giovane Francesco dai suoi amici – in un uomo che ha reso la propria vita una “festa”, una perpetua esaltazione di quel Dio di cui egli ha scoperto il volto: «Tu sei bellezza», e del quale è ora divenuto ad immagine e somiglianza. Una vita bella, una vita festosa, non è però al riparo dal male e dalla sofferenza. Pochi sanno che Francesco ha composto il Cantico delle Creature quando ormai era quasi del tutto cieco. Come è possibile esaltare la Bellezza quando si viene privati della capacità di contemplarla? Come si può rendere grazie per il bello in un mondo in cui la signoria sembra spettare non alla Bellezza, ma al Tragico? Francesco di Assisi era un uomo semplice, ma non ingenuo. Nella sua breve esistenza ha sperimentato il dolore per la prigionia e le torture, per la malattia, per il rapporto difficile con la propria famiglia, in particolare con il padre, Pietro di Bernardone. È stato deriso da coloro che considerava suoi amici, i quali non avevano affatto compreso le ragioni della sua scelta così radicale. Ha constatato a malincuore i dissidi che sorgevano tra i suoi frati. È diventato cieco e ha patito il dolore delle stigmate. Francesco conosceva dunque bene la sofferenza. L’ha sperimentata in prima persona. Eppure, ha scelto di non maledire l’oscurità, ma di provare ad illuminarla: «dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce»; ha scelto di lodare, di trasformare tutta la propria vita in un inno alla Bellezza.

L’esaltazione della bellezza non è interamente bella, né circondata soltanto da bellezze. Noi non cantiamo l’amore in un mondo che non sia altro che amore, né la luce nell’estasi della gloria.
(…) Colui che celebra la bellezza deve accogliere nel proprio canto le grida, i pianti e i gemiti, e tutto ciò che la bellezza non abita, per offrirgliele.


Il canto di lode si colora così di una speranza escatologica. Esaltare la Bellezza non significa chiudere gli occhi d’innanzi alle storture della vita, ma credere che questo mondo, che «geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8,22), vedrà «un cielo nuovo e una terra nuova» (Ap 21,1). Il Cantico delle Creature diventa così professione di fede in Colui che farà nuove tutte le cose (Ap 21,5) e che fin d’ora trasfigura la vita di quanti rispondono al suo appello in simbolo tangibile e concreto della Bellezza trascendente.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Bellezza e il suo appello pro-vocante. Un percorso filosofico e teologico

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Informazioni tesi

  Autore: Noemi Beccaria
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Facoltà teologica dell'Italia settentrionale
  Facoltà: Teologia
  Corso: Teologia
  Relatore: Duilio Albarello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 110

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