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L'Unione Europea e la promozione dei diritti umani

La Corte di giustizia delle Comunità europee

La Corte di giustizia della Comunità europee, composta da ventisette giudici e otto avvocati generali scelti dai governi nazionali tra giuristi ed esperti, ha il compito di far rispettare il diritto e di interpretarlo in via autentica ed esclusiva.

La tutela dei diritti fondamentali accordata alla Corte di Giustizia delle Comunità europee può essere vista sia come fonte di unità che come fonte di disgregazione nel processo di integrazione europea. Da un lato infatti c’è chi sostiene che l’impegno per i diritti umani sia una sorta di ideale unificatore, un valore centrale attorno al quale il popolo e i cittadini dell’Unione si riuniscono. Ma c’è anche la visione di chi sostiene che tale ideale sia una fonte di tensione, visione quest’ultima sostenuta fondamentalmente da tre motivazioni.

In primo luogo, anche se un certo nucleo viene rappresentato dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in genere la definizione dei diritti fondamentali dell’uomo varia da ordinamento a ordinamento, dato che questa definizione rispecchia le scelte fondamentali di una società e rappresenta una parte importante delle diverse identità sociali e degli ordinamenti giuridici nazionali.

Quindi, nel momento in cui la scelta dei diritti fondamentali avviene nel contesto comunitario, può diventare fonte di tensione, dato che riguarda la scelta di quali siano i valori fondamentali, valori che, come detto sopra, variano da società a società. In secondo luogo, il controllo giudiziario europeo degli atti comunitari può essere percepito come un’espansione della giurisdizione nei settori dell’ordinamento sociale che, rappresentando le diverse identità sociali, dovrebbero essere prerogativa degli Stati membri e non ambito della Comunità.

Il vero problema riguarda però il cosiddetto “standard di tutela” dei diritti umani e quanto esso possa essere definito “alto” o “basso” nel contesto europeo. Come già detto nei precedenti capitoli, né il Trattato di Parigi né il Trattato di Roma fanno riferimento alla tutela dei diritti umani, anche se con il tempo è divenuto giuridicamente e politicamente indispensabile trovare un modo per far valere a livello comunitario i diritti umani, una necessità resa ancora più urgente dalla mancanza di democraticità del governo europeo. Stava quindi alla Corte coprire questo vuoto e definire lo standard di tutela da adottare.

Secondo l’approccio massimalista la scelta era ovvia: la Corte avrebbe dovuto perseguire lo standard più alto. E i motivi erano vari. In primo luogo perché una comunità ricercava sempre lo standard di diritti umani più alto che era presente, dato che la componente che usufruiva di questo standard massimo (nel caso della Comunità europea questa componente era rappresentata della Germania) non avrebbe accettato niente di meno.

In secondo luogo la Corte avrebbe accontentato la Germania, rispettando lo standard tedesco di tutela, che, come abbiamo già evidenziato, era il più alto nel contesto dell’Unione, senza scontentare gli altri membri. Questi ultimi infatti non avrebbero subito alcuna variazione a livello della propria legislazione interna, visto che il provvedimento era di carattere comunitario, e la Corte, in altri campi, avrebbe quindi rispettato i loro standard.

Tuttavia, la Corte ha rifiutato l’approccio massimalista perché non sarebbe stato soddisfacente né per il singolo Stato membro né per la Comunità. Se la forma costituzionale della Comunità, che comprende i principi dell’efficacia diretta e del primato, non dovesse pregiudicare la tutela dei diritti individuali garantiti da vari Stati membri e se la Corte dovesse garantire e mantenere la lealtà delle sue controparti statali verso la struttura costituzionale europea, allora dovrebbe adottare l’approccio massimalista e scegliere il massimo livello di tutela esistente tra gli Stati membri.

Dall’altra parte, se la Corte adottasse il massimo standard, ciò significherebbe che dovrebbe sottostare ai precetti costituzionali dei singoli Stati membri, anche qualora tali standard fossero inappropriati per la Comunità nel suo insieme. Come fu allora risolto il dilemma? La Corte decise di rifiutare l’approccio massimalista e chiese di riconoscere la Comunità e l’Unione come un ordinamento con la sua propria distinta identità, un ordinamento che quindi doveva individuare indipendentemente i propri equilibri fondamentali.

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Questo brano è tratto dalla tesi:

L'Unione Europea e la promozione dei diritti umani

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Informazioni tesi

  Autore: Francesca Masciadri
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2009-10
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Serena Giusti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 59

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Parole chiave

contesto europeo
contesto extraeuropeo
diritti fondamentali
diritti umani
istituzioni europee
organismi di tutela
trattati
tutela, promozione e sviluppo

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