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Società e rischio: oggi tra riflessività e incertezza

La cultura del pellegrino

La figura del pellegrino non è stata un’invenzione moderna, essa è “vecchia” come il Cristianesimo.
Alla modernità è stato lasciato il compito di metterla sotto una nuova luce, donandole anche fondamenta diverse.
Quando Roma giaceva in rovina Sant’Agostino utilizzò la seguente affermazione “Si ricorda di Caino che egli costruì una città, mentre Abele, come se fosse un semplice pellegrino sulla terra, non ne costruì alcuna”.
Queste poche righe sono in grado di descrivere in maniera precisa la condizione dell’uomo contemporaneo.
L’individuo, circondato dal suo sistema autoreferenziale, vive in un’epoca in cui il tempo della vita è sempre più sradicato dal luogo in cui nasce; esso infatti, non è più determinante per poter spiegare il corso della propria esistenza.
Si assiste quindi al disancoraggio dal luogo che diviene sempre meno significativo nell’organizzazione della vita.
Oggi si vive solo in riferimento al presente,
sradicati, di conseguenza, dalle vecchie generazioni.
Nella società contemporanea l’identità diviene un gioco liberamente scelto, nomade e l’uomo vive indipendentemente da ogni legame generazionale.
Gli attori del nostro tempo danno sempre più peso alla realizzazione del presente, possiamo quindi parlare di una cultura del pellegrino, a tal proposito Zygmut Bauman scrive “ per il pellegrino, solo le strade hanno un senso, non le case – le case sono una tentazione al riposo e al rilassamento” .
In un’epoca precedente a questa, la cultura si basava sull’importanza del legame, oggi si è interrotto il continuum e di conseguenza, non vi è più interesse nel dare vita ad un ciclo generazionale, noi non facciamo più figli.
Nella cultura tradizionale non era neanche contemplabile la scelta di non avere figli.
Oggi quindi, il luogo non è più importante per spiegare l’evoluzione della nostra esistenza ed è scomparsa, quasi completamente, la ritualizzazione delle fasi di passaggio.
Questo perché la nostra è un’esperienza “aperta” e l’individuo è libero di scegliere tra corsi di vita possibili, e tali scelte sono sempre modificabili, infatti anche il matrimonio, con l’entrata in vigore del divorzio, non è più concepito come qualcosa di eterno.
In una terra tale, comunemente chiamata società moderna, il pellegrinaggio non è più una scelta del modo di vivere; sempre meno si tratta di un tipo di saggezza etica, ma è ciò che uno fa per necessità.
Così “ la determinazione di vivere alla giornata e il raffigurarsi la vita quotidiana come una successione di piccole emergenze” diventano i nostri principi guida.
Questo è stato accelerato dal fatto che in questo mondo non solo sono scomparsi i lavori che durano una vita, ma hanno anche perso importanza i luoghi dove sono svolti. Il lavoro infatti, non possiede lo stesso significato che aveva in precedenza : fino agli anni ’60 entrare nel mondo del lavoro equivaleva all’essere diventati adulti.
Oggi invece, la professione non rappresenta una risposta esauriente alle domande pertinenti la nostra identità, né dal punto di vista materiale, né da quello simbolico.
Prima degli anni ’60, l’uomo possedeva un’identità assegnata, appartenenza ad una stirpe o ad una famiglia.
Negli anni ’60 per poter conoscere l’identità di un individuo bastava che tipo di lavoro svolgesse.
Oggi questo non è più un buon indicatore, basti pensare che il tempo dedicato al lavoro è in declino, si è ridotto a circa 1/3.
Questo dimostra che il tempo che determina la nostra identità è da ricercare altrove.
Il lavoro ha lo scopo di finanziare le attività che soddisfino la nostra vocazione identitaria, basata, quindi sulla logica del consumo.
Infatti anche il nostro modello di socializzazione è cambiato : esso non è più né aristocratico, il quale prevedeva la realizzazione di ciò che si è in potenza, in cui le aspettative individuali corrispondevano a quelle sociali, né prevede la rinuncia, caratteristica tipica della cultura del progresso, che prevede la scarificazione del presente per poter ottenere domani un futuro migliore.
Oggi il nostro modello si basa sulla cultura dell’evasione, modello ludico-edonista, figlio di un tipo di società in cui il rapporto tra tempo do lavoro e tempo libero è centrale.
Nella cultura dell’evasione le industrie che hanno più mercato sono quelle del divertimento.
“ Il mondo fatto di oggetti duraturi è stato sostituito da prodotti di consumo progettati per una rapida obsolescenza.[…] In un mondo tale le identità possono essere adottate e scartate come se si trattasse di un cambio di costume”.

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Società e rischio: oggi tra riflessività e incertezza

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Informazioni tesi

  Autore: Serena Romano
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Gianfranco Pecchinenda
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

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