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La decolonizzazione globale

La decolonizzazione italiana

Il Trattato di Parigi e il tramonto dell’impero italiano

Le ambizioni coloniali dell’Italia, sia prima che durante l’epopea fascista, consistevano nella creazione di un vasto impero che potesse inglobare a sé gli insediamenti italiani oltre i confini del Bel Paese, un progetto comunemente chiamato come “Magna Italia” e che prendeva a modello sia l’antica Magna Grecia che i fasti dell’Impero Romano. Dopo le deludenti spedizioni africane di fine ‘800, seguite però dalla vittoriosa conquista della Libia e delle isole del Dodecaneso dopo la fine della guerra italo-turca nel 1912, la missione coloniale italiana in Africa raggiunse il proprio apice il 9 maggio 1936 con la conquista dell’Etiopia e la nascita dell’Africa Orientale Italiana (Aoi), un’organizzazione che raggruppava al suo interno tutte le regioni del Corno d’Africa controllate dall’impero italiano e la cui fondazione simboleggiò la potenza fascista e del Duce Mussolini al di fuori dell’Italia.
Il maggior successo dell’imperialismo italiano fu la colonizzazione demografica nei territori conquistati con più di trecentomila italiani, per la maggior parte contadini, che si trasferirono nell’Africa Orientale e in Libia. Nel tentativo di sfruttare al meglio i terreni coloniali e di guadagnarsi anche il favore delle popolazioni locali, l’Italia fascista realizzò un’opera importante a livello di infrastrutture, di miglioramento dell’estrazione delle risorse minerarie e di bonificazione delle aree agricole, progressi che però non furono ben accolti dai popoli africani, anche a causa della segregazione razziale in vigore e dei metodi di controllo brutali utilizzati dalla polizia militare italiana.

La Seconda guerra mondiale stroncò immediatamente il sogno del Duce di creare un impero italiano erede del maestoso Impero Romano. L’Africa Orientale, indifendibile a causa della chiusura del canale di Suez, crollò alla fine del 1941 a Gondar, il cui presidio italiano non poté l’avanzata dell’armata britannica proveniente dal Sudan, mentre la Libia fu conquistata nel maggio 1943 durante lo svolgimento della campagna d’Africa, nonostante l’intervento dell’unità tedesca Afrikakorps mandata da Hitler in soccorso degli alleati italiani in Nordafrica.

La sconfitta totale delle forze dell’Asse segnò la fine del colonialismo italiano, la cui caduta fu certificata con il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 e l’applicazione dell’articolo 23, una risoluzione che obbligava l’Italia alla rinuncia completa a tutte le colonie, nonostante i discorsi di Alcide De Gasperi e Ivanoe Bonomi tenuti durante le assemblee generali e le richieste della concessione di una amministrazione fiduciaria (trusteeship) dei territori dell’Africa Orientale e della Libia.
Nonostante le richieste italiane furono respinte dalle potenze vincitrici, rimaneva aperta comunque la vita della negoziazione diplomatica, soprattutto nel caso se le quattro grandi potenze (USA, Gran Bretagna, Francia e URSS) non fossero riuscite ad accordarsi sulla gestione delle colonie italiane, in tal caso la decisione sarebbe stata rimessa all’ispezione dell’ONU, che avrebbe tenuto conto della volontà delle popolazioni interessate.
L’accordo fra le potenze non fu mai siglato e l’articolo 23 non venne mai applicato, a causa degli interessi politici divergenti dei quattro paesi e della politica ostruzionista adoperata dall’URSS, in uno scontro politico e ideologico che sarebbe stato centrale durante la Guerra Fredda. La decisione fu demandata all’Assemblea delle Nazioni Unite e il governo italiano riuscì a ottenere una tutela provvisoria sulla Somalia e sulla Libia, che manifestò all’Assemblea il dramma dei cittadini italiani rimasti ancora nelle colonie dell’Africa Orientale e in Libia.
In attesa della decisione delle Nazioni Unite, il Ministro degli esteri Carlo Sforzo collaborò con il capo del Foreign Office Ernest Bevin nell’elaborazione di un progetto, denominato per l’appunto “Compromesso Bevin – Sforza”, sulla tutela e la gestione delle colonie del decaduto impero italiano. Il piano fu presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ma fu respinto per un solo voto, una decisione seguita dall’applicazione della risoluzione 289 con cui fu decisa l’indipendenza della Libia e l’annessione della federazione d’Eritrea all’Etiopia, mentre la Somalia fu affidata in amministrazione fiduciaria all’Italia, una trusteeship di durata decennale che scadeva il 1960, anno in cui la Somalia sarebbe stata dichiarata indipendente.

L’applicazione della risoluzione 289 ebbe un effetto destabilizzate sugli equilibri geopolitici in Africa, danneggiò gli interessi coloniali della Francia (che ironicamente aveva votato a sfavore del compromesso Bevin – Sforza) e diede un’accelerata al processo d’indipendenza della Libia, ottenuta il 24 dicembre 1951 quando il leader dei musulmani senussi Mohammad Idris fu proclamato re dello Stato Federale della Libico. Idris era un uomo di fiducia della Gran Bretagna, alla quale offrì numerose concessioni petrolifere e diede il suo favore per la costruzione di basi militare nella nazione libica, un atteggiamento ben disposto che non si manifestò invero con la Francia, che nel 1955 fu costretta a evacuare le basi militari del Fezzan.

Il Corno d’Africa

L’annessione dell’Eritrea all’Etiopia fu oggetto di dibattito e proteste da parte dei rappresentati eritrei, preoccupati per le tendenze autocratiche del negus. L’Assemblea generale scelse una soluzione federale, divenuta effettiva il 15 settembre 1952 e che consisteva nella proclamazione dell’Eritrea come stato autonomo ma comunque federato all’Etiopia, a cui spettava il controllo politico e militare della neonata nazione federale. La politica di annessione e provincializzazione dell’Etiopia accese le tensioni sociali già presenti in Eritrea che si conversero nello scoppio della guerra di secessione, terminata solamente il 1993 con il riconoscimento dell’indipendenza all’Eritrea, una libertà nazionale ottenuta a caro prezzo.
Il percorso della Somalia verso l’indipendenza fu molto meno complicato e si concluse come da programma il 1° luglio 1960, con la formazione della Repubblica di Somalia e l’unione delle due entità nazionali più importanti, la Somalia britannica e l’ex Somalia italiana. L’Italia, giocò un ruolo fondamentale durante la preparazione dell’indipendenza della Somalia, attuando un’ambiziosa politica di sviluppo economico del paese e risolvendo alcuni problemi lasciati insoluti durante il periodo coloniale, come la gestione della frontiera con l’Etiopia e l’introduzione di un alfabeto unico che portò alla costituzione di una lingua somala scritta, un atteggiamento amichevole e di collaborazione tenuto da tutti i governi democristiani che si susseguirono nella guida dell’Italia, nel tentativo di ripulire l’immagine internazionale del paese agli occhi delle potenze straniere.

Se il percorso della Somalia verso l’indipendenza fu pacifico e quasi del tutto esente da scontri armati o azioni di guerriglia, lo stesso non si può dire degli anni che seguirono l’emancipazione dall’Italia; dopo l’abolizione della tutela italiana e l’unificazione dei due apparati amministrativi seguì un periodo di pace e prosperità in Somalia, interrotto bruscamente 21 ottobre 1969 con il colpo di stato architettato dal generale delle forze armate e leader del movimento irredentista somalo Syad Barre, il cui sogno era la costituzione di una Grande Somalia che riuniva sotto un’unica bandiera tutti gli somali sparsi nelle nazioni limitrofe. Le rivendicazioni nazionaliste culminarono con l’occupazione militare dell’esercito somale dell’Ogaden, una regione etiope dove vivevano un milione di somali; l’invasione fu il casus belli che diede inizio nel 1977 alla Guerra dell’Ogaden fra la Somalia e l’Etiopia, uno scontro armato che rientrò nell’orbita mondiale della Guerra Fredda che si concluse con la vittoria dell’esercito etiope, un risultato che segnò la fine del sogno di Barre e dei nazionalisti somali di creare un’unica Grande Somalia.

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Amedali
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Gianni La Bella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 125

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