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L'impronta femminile sul Covid-19: un ripensamento della leadership

La gender leadership: due stili a confronto

Garikipati e Kambhampati (2020) hanno esaminato l'associazione tra il sesso dei leader politici e la variazione delle risposte e degli esiti della pandemia in 194 Paesi. Le donne leader, in media, hanno reagito alla pandemia Covid-19 in modo più rapido e deciso rispetto ai loro omologhi maschi, attuando misure che hanno portato a tassi di mortalità più bassi. Questi risultati si applicano anche al controllo della spesa sanitaria annuale a livello nazionale, all'apertura ai turisti, all'indice di disuguaglianza di genere (la partecipazione delle donne alla politica e nel mondo del lavoro), al prodotto interno lordo (PIL) pro capite, alla dimensione della popolazione, all'urbanizzazione e alla popolazione di età superiore ai 65 anni. Questa analisi preliminare si è basata sui decessi totali e sui casi totali dovuti al Covid-19 fino al 19 maggio 2020, e copre quindi solo i primi mesi della pandemia. In generale, alcuni dei leader che hanno mostrato le risposte più severe e umanitarie alla pandemia sono donne (ad esempio, Jacinda Ardern in Nuova Zelanda, Katrín Jakobsdóttir in Islanda, Sanna Marin in Finlandia), mentre le risposte più indifferenti o addirittura sconsiderate sono state date dai leader maschi (ad esempio, Jair Bolsonaro in Brasile e Stefan Löfven e l'epidemiologo statale Nils Anders Tegnell in Svezia).
Secondo Mano-Negir e Sheaffer (2004), in base a uno studio condotto sugli orientamenti dei dirigenti, le donne tendono ad essere più efficienti nella preparazione alla crisi
mettendo in moto un approccio più olistico. Erman e Medeiros (2020) hanno analizzato le dimensioni culturali che potrebbero influenzare la risposta all’epidemia. Le culture più individualistiche sono incentrate sull’evitare l’incertezza e si orientano a lungo termine, esse sono caratterizzate da un numero più elevato di vittime e un maggiore tasso di mortalità. Nelle società più “femminili”, i leader donna tendono ad adottare delle politiche di prevenzione basate su tre punti fondamentali: aumentare la resistenza del Paese all’epidemia, limitare i danni e mitigare le conseguenze. Pertanto, se una donna si trova alla guida di un Paese che sostiene le norme culturali femminili è presente un maggiore supporto alle politiche sociali. In generale, i Paesi guidati dalle donne sono caratterizzati dall’avere una maggiore rappresentanza femminile nella propria legislatura, portando a risultati migliori dal punto di vista sociale soprattutto durante una pandemia globale. In questi casi il leader donna pone l’enfasi sulla preparazione di base in nome delle aspettative del loro ruolo di caregiver, ma allo stesso tempo adottano dei comportamenti maschili operando in maniera decisa, ad esempio, attraverso la chiusura delle frontiere o ponendo in essere misure esecutive di emergenza. In sintesi, le donne agiscono sia attraverso la compassione chiedendo ai follower il rispetto delle regole per salvaguardare la salute pubblica, ma anche in maniera aggressiva quando decidono di chiudere le frontiere anticipatamente. Queste azioni implicano per la donna leader il soddisfacimento sia di caratteristiche di genere che le caratteristiche intrinseche alla leadership.
Nel caso di un'epidemia, qualsiasi decisione sbagliata presa da una leadership inefficiente può avere conseguenze potenzialmente fatali per la comunità. La pandemia stessa ha cambiato il nostro modo di vivere e di lavorare, con un impatto di vasta portata. Guidare con compassione e prendersi cura della nostra forza lavoro e delle nostre comunità è più importante che mai.
Come è stato mostrato nel primo capitolo, storicamente il ruolo del leader era attribuito unicamente agli uomini e questo ha contribuito a creare l’idea che un leader politico debba necessariamente avere tratti tipicamente maschili, il che genera una svalutazione del femminile (Childs, 2004). È stato altresì dimostrato che le donne sono intrappolate in un doppio legame tra l’adottare caratteristiche propriamente maschili nella conduzione della leadership quali ad esempio durezza, e soddisfare nel contempo le aspettative legate al ruolo di genere femminile come l’empatia. In generale, gli elettori tendono a prediligere i tratti maschili nei leader politici, ma quando sono le donne ad assumere questo tipo di atteggiamenti, vengono talvolta svalutate rispetto alle loro controparti maschili. Le pressioni associate all’assumere caratteristiche maschili nella leadership per essere valutati come “dalla volontà debole” influiscono anche sul genere maschile, in quanto anche quando un uomo si trova ad adottare stili di leadership più comuni ai tratti femminili, viene visto come debole dato il discostamento dai tratti socialmente desiderati in base al loro genere (Eagly e Karau,2002).
La pandemia ha messo in rilievo alcuni meccanismi politici che necessitino di un cambiamento nel modo in cui gli individui, le organizzazioni, i governi e i media agiscono ed interagiscono (Ansell et al.,2014). Nonostante la teoria delle contingenze e quella situazionale, esposte entrambe nel primo capitolo, siano state ampiamente criticate e riviste, le stesse sostengono che in momenti di crisi la leadership autocratica si rivela la più efficace, data la rapidità con cui è richiesta una risposta al problema e all’urgenza che comporta. Negli ultimi decenni invece, è stato registrato un cambiamento su come definire una “buona” leadership in momenti di crisi. Alcuni studiosi contemporanei hanno dimostrato come alcuni tratti tipicamente femminili, come ad esempio la compassione, comportano una maggiore fiducia nei confronti del leader da parte dei follower, enfatizzando la collaborazione in situazioni di estrema complessità, come nel caso del Covid-19.
Inoltre, l’attenzione dei media è stata spesso incentrata sui risultati ottenuti da leader femminili nella gestione del Covid-19, aprendo la porta ad opportunità per le donne di mostrare che un atteggiamento autoritario e distaccato non è sempre utile nella sua gestione, quanto piuttosto alcuni tratti femminili (percepiti generalmente nella sfera privata) possano contribuire ad una maggiore efficacia. Difatti, nella crisi epidemica i leader che sono stati valutati più efficaci hanno utilizzato congiuntamente la volontà di agire con comando insieme ad una gentilezza compassionevole, data la delicatezza della situazione. La diversità di genere nella rappresentanza delle donne al potere è sicuramente messa in luce in un momento storico così importante, ma questo ci dimostra anche che la leadership più efficace non è intrinseca al genere, quanto al modo di rispondere in modo ottimale per salvare vite umane. Il leader non deve solo prendere delle decisioni che siano “sagge” per salvaguardare i propri cittadini, ma anche tenere in conto delle minoranze che sono necessariamente più colpite in momenti di crisi.
Come anticipato nel paragrafo precedente, l’avversione al rischio ha portato spesso le leader femminili a chiudere le frontiere in modo precoce (in termini di decessi per Covid-19 al momento dell’isolamento) rispetto ai leader maschili. In questo senso l’avversione al rischio delle donne al potere si manifesta maggiormente nei confronti della vita umana, essendo disposte a correre più rischi nel campo dell’economia rispetto ai leader maschili. Di conseguenza, la scelta dei leader di attendere per chiudere le frontiere, può essere stata dettata dall’avversione al rischio alle perdite nell’economia. Etac e Gurdal (2012) hanno effettuato uno studio sull’assunzione del rischio da parte dei leader per conto di altre persone nel loro gruppo. È stato osservato che mentre non vi è alcuna differenza di assunzione del rischio tra donne a capo del gruppo e donne che non vogliono guidare, nel caso degli uomini, coloro alla guida tendevano maggiormente ad assumersi più rischi. Gli uomini, in media, tendono ad avere un punteggio più alto delle donne nei casi di assunzione del rischio (d = 0,49), mentre 236 donne, in media, hanno ottenuto un punteggio superiore a quello degli uomini nella prevenzione dei danni (d = -0,33) (Archer, 2019). Poiché l'avversione al rischio delle donne è legata alla riduzione del rischio di danni fisici a sé stesse, alla loro famiglia e ai loro amici (Geary, 2010), e poiché gli uomini sono più concentrati delle donne sulla ricerca di uno status (Geary, 2010; Sweet-Cushman, 2016; Archer, 2019; Benenson e Abadzi, 2020), essi possono essere più propensi a dare priorità agli obiettivi economici immediati rispetto ai tentativi di minimizzare i rischi per la salute degli altri. Le donne, in media, sono più orientate alle persone, mentre gli uomini tendono a essere più orientati alle cose. Le prima hanno inoltre stili cognitivi più empatici rispetto agli uomini (Greenberg et al., 2018; Archer, 2019; Luoto, 2020). Per questo motivo, le donne tendono a considerare maggiori i rischi legati alla sofferenza umana piuttosto che quelli economici. L'economia, dopo tutto, è più lontana dall'esperienza umana diretta e, essendo un sistema astratto di alto livello, può quindi essere cognitivamente più prominente per i leader maschi (Chari e Goldsmith- Pinkham, 2017; Bosquet et al., 2019; Luoto, 2020). Inoltre, poiché gli uomini tendono ad orientarsi verso il conservatorismo economico e le donne tendono ad essere economicamente più progressiste (ad esempio, per sostenere le politiche volte a uniformare la ricchezza) (Pratto et al., 1997; Harteveld et al., 2019; Hessami e da Fonseca, 2020), è possibile che i leader politici maschili siano più preoccupati del mantenimento dello status quo economico rispetto alle donne. Questa tendenza potrebbe far sì che i leader maschi siano meno propensi delle femmine ad imporri limiti all’attività economica.
Determinati studi relativi alla fiducia e ai comportamenti associati tra uomini e donne hanno dimostrato che nonostante uomini e donne al potere non si distinguessero particolarmente per la stima di sé, gli uomini risultavano più sicuri del successo in situazioni di incertezza rispetto alle donne (Barber e Odean, 2001). Inoltre, nell’ambito della psicologia gli uomini e le donne reagiscono in maniera diversa rispetto ad esperienze negative. Normalmente le donne tendono a reagire in maniera più vigorosa e decisa degli uomini soprattutto quando si tratta di anticipare un esito negativo. Questo necessariamente influisce sull’intraprendere una scelta rischiosa piuttosto che un’altra e di conseguenza sulla loro decisione finale. Gli uomini tendono a contrastare le esperienze negative attraverso la rabbia che li rende meno prudenti sulle azioni future, mentre le donne tendono a rispondere con maggiore cautela e di conseguenza ad essere più trattenute nelle loro azioni (Lemer et al., 2003). Anche nella letteratura delle neuroscienze è dimostrato che queste differenze di sesso tra uomini e donne nei sentimenti di empatia non derivano solo dalla socializzazione ma bensì da processi neurobiologici più complessi. Alcuni atteggiamenti individuati nei leader maschili possono essere identificati come appartenenti ad una forma di “mascolinità protettiva” (Johnson, 2020). In quest’ottica i politici uomini tendono ad immedesimarsi come leader forti che difendono la comunità dalle minacce interne ed esterne garantendo al medesimo tempo una stabilità economica. Il leader assume l’atteggiamento del capofamiglia che protegge la famiglia, in questo particolare caso, dalla minaccia del Coronavirus. A differenza degli uomini, le donne al potere tendono ad attingere ad una forma di “femminilità protettiva” (Johnson,2020). In questo caso, le leader donne sono portate ad adottare un comportamento volto alla cura e all’empatia, atteggiamenti normalmente associati al ruolo di genere femminile, soprattutto in famiglia.
Gilligan, nel libro “In a Different Voice” (1982), introduce “l’etica dell’assistenza” secondo cui il senso di moralità delle donne è incentrato su relazioni e sentimenti di cura nei confronti degli altri. Quando si parla di leadership efficace nella situazione pandemica è evidenziato come i leader che sono riusciti ad ascoltare e promuovere gli interessi di tutta la comunità dirigendo l’attenzione verso la comprensione relazione della situazione di crisi sono stati quelli con maggiore successo. Per Gilligan l’etica della cura deriva da un ragionamento induttivo e contestuale piuttosto che deduttivo e matematico, ed è proprio ciò che è richiesto al leader in momenti di crisi. Sempre sullo sfondo della teoria dell’etica della cura, la Sherman ha individuato vari tratti che accomunano i leader che sono stati valutati come più efficaci nel contrasto alla pandemia. Le caratteristiche individuate nei leader che hanno avuto maggiormente successo sono: umiltà e volontà di consultare gli esperti; collaborare con la comunità e adottare un atteggiamento empatico con la stessa; intelligenza emotiva; porsi degli obiettivi che siano d’ispirazione per la società; capacità di dialogo per il conseguimento del bene comune e voglia di operare orizzontalmente. Secondo l’argomentazione della Sherman che riprende la teoria dell’etica della cura di Gilligan, questi tratti sono maggiormente individuabili nei leader femminili in quanto esse sono portate ad operare attraverso il relazionarsi con l’altro mediante il sentimento empatico e di conseguenza, nel caso delle leader femminili nella crisi sanitaria, a sentirsi responsabili in primis della tutela della salute pubblica. La Sherman sostiene inoltre che vi sia una ragione psicoanalitica di fondo che parte sin dall’infanzia per cui l’individuo quando si trova in situazioni di sofferenza tende a rifugiarsi nella figura femminile per sentirsi protetto. Pertanto, in una situazione di crisi dove ad essere minacciata non è solo una nazione, ma anche la salute della comunità, l’incertezza generata viene placata maggiormente quando il leader si pone come “protettore” del Paese e non come “dittatore”. Secondo Gilligan (1982) l'etica della cura è una voce "femminile" unica nel processo decisionale morale, che trasuda empatia e solidarietà. Questa voce non è determinata solo dalle proprietà biologiche, ma è un prodotto della socializzazione e dell'apprendimento, durante il quale alle donne leader viene insegnato a essere più cooperative, più inclini al compromesso e più compassionevoli, e quindi più democratiche delle loro controparti maschili (Regan e Paskeviciute, 2003: 291). Se applichiamo questo concetto alla pandemia, possiamo aspettarci che le donne leader optino per un approccio basato sull'inclusione dei bisogni del maggior numero di persone. I loro corsi e le loro pratiche di sicurezza dovrebbero riflettere un orientamento a ridurre al minimo le sofferenze del maggior numero di cittadini, così come una comunicazione regolare per riportare la società al suo funzionamento quotidiano il più presto possibile, quando le esigenze del maggior numero di persone sono soddisfatte. Le nozioni di cura sono spesso invocate in relazione alla gestione dell’attuale crisi. Ci si chiede di prenderci cura di noi stessi e degli altri isolandoci socialmente. Se siamo genitori, ci viene chiesto di prenderci cura dei bambini e della loro educazione quando le scuole proseguono a distanza. La concettualizzazione di Carol Gilligan (1993) dell’“etica dell'assistenza" fornisce una base per illuminare le dimensioni normative della gestione della crisi e per femminilizzarne le pratiche e i concetti fondamentali. Gilligan introduce quattro elementi centrali della sua teoria: la risoluzione non violenta dei conflitti, la comprensione del contesto e della narrazione, l'attività di cura e le reti di relazioni e responsabilità. Le relazioni, con gli altri e con la società, sono importanti nel lavoro di Gilligan (1993) perché sono "luoghi di cura" (Lawrence & Maitlis, 2012, p. 642). La nostra vita individuale è possibile solo grazie alle nostre relazioni di cura con le altre persone (Sevenhuijsen, 2003). Allo stesso tempo, l'etica della cura riflette anche "il legame tra relazione e responsabilità" (Gilligan, 1993, p. 173) e quindi "la preoccupazione di come adempiere a responsabilità conflittuali per le persone diverse".
Nel caso del Covid-19 le donne hanno dunque potuto usufruire delle caratteristiche tipicamente considerate “femminili” e non risultare come incongruenti al ruolo di leader poiché il loro modo di operare comporta una sicurezza nei cittadini. Come si vedrà in seguito alcune leader femminili come la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Primo Ministro neozelandese Jacinda Ardern sono state indicate come “madri” dalle proprie nazioni. Tradizionalmente sono proprio le madri a dedicarsi all’igiene domestica e ad essere empatiche in situazioni difficili. Pertanto, la pandemia ha contribuito a ridurre il divario tra la sfera privata (femminile) e la sfera pubblica (maschile) e la politica (Celis et al.2013) che ha caratterizzato da sempre lo svantaggio femminile nell’accedere ai ruoli di potere. In questi mesi, le donne del grande pubblico hanno mostrato maggiore preoccupazione per la propria salute e quella altrui (Prichard e Christman, 2020), e indossavano maschere 1,5 volte più frequentemente degli uomini (Haischer et al., 2020), anche se il rischio di mortalità pare essere più elevato negli uomini (Krams et al., 2020). Inoltre, alcune leader femminili, come la neozelandese Jacinda Ardern, sono state elogiate per le loro capacità comunicative, il che è coerente con il modello generale di capacità verbali e linguistiche più elevate nelle donne rispetto agli uomini (Archer, 2019); tuttavia, sono stati condotti pochi studi sulle differenze di sesso nella comunicazione e nell'uso del linguaggio in un contesto di leadership pandemico (anche se si veda Sergent e Stajkovic, 2020). La scienza evoluzionistica, associata al riconoscimento dei meccanismi di sviluppo neurologico prossimale e le predisposizioni psico-comportamentali di ambo i sessi, hanno un notevole potere integrativo che spiega le differenze tra i sessi in politica e fuori dalla politica durante una pandemia. Sarebbe interessante effettuare ulteriori ricerche sui tratti psico-comportamentali che determinano le differenze di leadership e su come le differenze possono essere sfruttate in modo efficace in diversi contesti ecologici e sociopolitici, a beneficio di intere società. Le prove attuali indicano che contro l'invisibile nemico virale che può mettere in ginocchio le nazioni, le strategie delle donne sono migliori rispetto a quelle dei "guerrieri" maschili che corrono rischi senza ottenere necessariamente risultati più efficaci.
In conclusione, l’epidemia ha rappresentato un’opportunità per mettere in risalto le prestazioni di femminilità proattiva portando alla rivalutazione dei tratti femminili nella leadership, il che ha favorito una copertura mediatica delle donne. Come è stato dimostrato nel Capitolo 1, gli uomini al potere tendono ad adottare dei comportamenti orientati al compito, mentre le donne leader tendono a prediligere dei comportamenti orientati alle relazioni. Questa differenza di atteggiamento è stata rilevata anche nella gestione del Covid-19. Mentre i leader maschili tendenzialmente hanno attribuito un alto valore all’impatto economico e finanziario dato dalla sospensione delle attività e utilizzato un linguaggio bellicoso per descrivere il virus, le donne hanno definito il virus come una minaccia per l’intera collettività adoperando un linguaggio emotivo e sollecitando il coinvolgimento di ogni individuo.

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L'impronta femminile sul Covid-19: un ripensamento della leadership

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Informazioni tesi

  Autore: Martina Schiavo
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2019-20
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Simone Tani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

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