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L'intervento statunitense in Bosnia-Erzegovina (1992-1995)

La Pax Americana

Conclusa l’operazione militare, bisognava trovare un accordo dal punto di visto politico. Già il 27 settembre, in occasione della sessione celebrativa dell’Assemblea Generale convocata per il cinquantesimo anniversario dell’Onu, i tre ministri degli Esteri dei governi di Sarajevo, Zagabria e Belgrado non riuscirono a mettersi d’accordo sull’organizzazione delle istituzioni comuni. Dopo accese discussioni si riuscì a trovare un punto comune su una presidenza collettiva della repubblica e sui poteri spettanti al Parlamento e al governo centrale. Ben presto ci si rese conto che lo zoccolo duro degli accordi di pace sarebbe stata Sarajevo, «la Gerusalemme dell’intera equazione» come la definì Holbrooke. I serbi reclamavano un pezzo della città, mentre i musulmani volevano che restasse unita.
Per garantire l’implementazione della pace venne stabilito che un contingente dell’Alleanza Atlantica sarebbe stato mandato nei Balcani. La spedizione, la prima nella storia della Nato al di fuori dei propri confini, sarebbe stata guidata principalmente dagli Stati Uniti, i quali avrebbero inviato circa un terzo delle 60 mila truppe per un costo annuale vicino ai due miliardi di dollari. Il progetto venne però male accolto sia in patria che all’estero.
Gli americani erano ancora afflitti dalla “sindrome da Vietnam” ed erano preoccupati che un intervento così deciso si potesse protrarre a lungo, soprattutto in un’area dove si era appena raggiunto un fragile equilibrio. Bob Dole si oppose al progetto, sostenendo che sarebbe stato più opportuno insistere sull’abolizione dell’embargo sulle armi. Dall’altra parte gli europei non erano entusiasti, timorosi di un’ingerenza troppo massiccia degli Stati Uniti nel vecchio continente.
Al piano, presto battezzato Ifor (Implementation Force), avrebbero aderito 25 nazioni, tra cui la Russia. El’cin, però, espresse sin da subito le sue perplessità. Egli infatti, consapevole della forte opposizione che aveva in patria, non era disposto a mettere i suoi uomini sotto il comando Nato, poiché, dopo la fine del patto di Varsavia, avrebbe rappresentato per il gigante dell’est un’umiliazione. Oltretutto la Nato stava riflettendo sulla possibilità di allargarsi verso i paesi dell’Europa orientale e questo veniva considerato da Mosca come l’ennesimo tentativo di sopraffazione. Per trovare un accordo, Clinton, che voleva la partecipazione delle truppe russe per poter garantire ai serbo bosniaci un trattamento equo, invitò il presidente russo a Hyde Park, la residenza estiva di Roosevelt vicino a New York. Alla fine dell’incontro i due capi di Stato concordarono che due mila soldati russi avrebbero preso parte alla spedizione nel Balcani, ma, piuttosto che prestare servizio agli ordini della Nato, El’cin preferiva mettere i suoi uomini sotto il comando di un generale americano.

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L'intervento statunitense in Bosnia-Erzegovina (1992-1995)

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Informazioni tesi

  Autore: Gabriella Rita Tesoro
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Gregory Alegi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 224

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