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Alle origini del movimento fascista: il programma sansepolcrista

La politica estera fascista

Quando il movimento fascista conquistò il potere, nel 1922, non si era mai interessato molto di politica estera. I lunghi anni che Hitler trascorse nell’arena politica prima di conquistare il potere gli dettero ampie possibilità di riflessione sugli obiettivi della Germania nell’Europa centro-orientale, ma, prima della marcia su Roma, Mussolini solo sporadicamente si occupò di problemi di politica estera, e anche in quei casi si trattò più che altro di curiosità, naturale in un giornalista aperto e intelligente, ma in realtà interessato soprattutto alle questioni di politica interna.
Di conseguenza la politica estera fascista all’inizio conservò l’impronta della diplomazia tradizionale, molto cauta in tutto ciò che riguardava i problemi della sicurezza nell’Europa centrale e tesa unicamente a ottenere accrescimenti territoriali nel Medio Oriente e in Africa, d’intesa con le potenze occidentali.

Oltre che dalla vecchia diplomazia, la politica estera fascista venne influenzata soprattutto dall’Associazione nazionalista italiana, che favoriva l’espansione imperialista in Africa e nei Balcani fino al punto di rischiare conflitti con la Gran Bretagna e la Francia. Mentre il Foreign Office cercava di moderare le spinte aggressive del fascismo, i nazionalisti tentavano con ogni mezzo di raggiungere un accordo con la Jugoslavia e una revisione del trattato di Versailles. La terza componente della politica estera fascista era costituita dall’indole mutevole dello stesso Mussolini, il quale considerava l’imperialismo una forma naturale di competizione tra le nazioni e identificava il prestigio dell’Italia con quello della sua persona. Egli usava di proposito la politica estera come un mezzo per consolidare il suo potere, in contrapposizione con le attività degli esuli antifascisti, e per migliorare l’immagine estera del regime.

La presa di potere da parte dei fascisti nell’ottobre 1922 non segnò una vera e propria rottura col passato. Fino al 1933, vi furono cambiamenti graduali, che riguardavano più lo stile che la sostanza. Come grande potenza relativamente debole, l’Italia di solito riusciva a far sentire il proprio peso soprattutto quando il sistema europeo si trovava in equilibrio instabile, il che non accadde nel corso degli anni Venti, quando la Francia era la potenza continentale più forte e la Gran Bretagna dominava il Mediterraneo. Se è vero che una rinascita della potenza tedesca avrebbe potuto avvantaggiare l’Italia, è altrettanto vero che essa rappresentava una minaccia all’indipendenza austriaca, che l’Italia non poteva tollerare giacché significava l’affacciarsi sul confine nordorientale di una delle grandi potenze europee al posto di una nazione relativamente debole come la Repubblica austriaca. In un contesto internazionale del genere, concessioni in politica estera si potevano ottenere o intavolando negoziati diretti con i vincitori di Versailles o tentando di mettere l’Inghilterra contro la Francia o creando alla Francia nell’Est europeo difficoltà tali da indurla a fare concessioni altrove.
La politica estera fascista verso l’America fu condizionata dalle necessità finanziarie scaturenti dai debiti di guerra italiani e dal bisogno di prestiti americani per rafforzare la posizione della lira.
Questi due obiettivi vennero sostanzialmente raggiunti nell’ottobre 1925 da una missione italiana a Washington, che risolse la questione ottenendo a un tasso di interesse notevolmente basso un grosso prestito da un consorzio di banche.
Ma per la diplomazia italiana il problema essenziale era quello delle relazioni con l’Inghilterra. Dopo il fallimento della politica filoellenica del Foreign Office, nel 1922, e il conflitto sorto in seguito all’occupazione italiana dell’isola greca di Corfù, nel 1923, le relazioni italo-inglesi migliorarono. Nell’anno seguente, Austen Chamberlain, un ammiratore di Mussolini, divenne ministro degli Esteri della Gran Bretagna e, grazie ai suoi uffici, vennero risolti alcuni problemi riguardanti i debiti di guerra; inoltre, il territorio dell’Oltregiuba fu trasferito sotto la sovranità della Somalia italiana e si addivenne a una lieve rettifica del confine tra Libia e l’Egitto. Si trattava in sostanza di briciole, che il regime fascista nondimeno accettò in cambio della promessa dell’appoggio inglese a un eventuale, futuro banchetto a spese dell’Etiopia.

Molto più burrascose furono le relazioni con la Francia, che toccavano interessi strategici sia nell’Europa mediterranea che danubiana: tra questi, c’era anche la ferita tuttora aperta costituita dalla numerosa comunità degli Italiani di Tunisia, i cui diritti erano regolati dalla convenzione del 1896, abrogata dalla Francia nel 1918. La Francia era inoltre diventata il rifugio scelto da molti antifascisti in esilio, che anche se non vi erano trattati molto bene, tuttavia godevano di un margine notevole di autonomie per le loro attività politiche. Ma il nocciolo del contrasto concerneva l’Europa centrale: Mussolini era particolarmente sensibile all’egemonia francese nel bacino danubiano e nei Balcani. Dal canto loro, i francesi non erano disposti a fare concessioni in Africa in cambio dell’appoggio italiano al loro sistema di alleanze in Europa. Poiché nessuna delle due parti voleva cedere, le relazioni italo-francesi rimasero praticamente congelate fino al 1934, allorché le minacce della Germania all’Austria contribuirono a riavvicinare i due paesi.

Ma è sul tema delle relazioni con la Jugoslavia le contraddizioni fra le varie componenti della politica estera fascista emersero con maggior evidenza. Mussolini respinse le rivendicazioni degli ultranazionalisti e seguì la linea del ministero degli esteri, che cercava di arrivare a un compromesso con la Jugoslavia. Il nodo della controversia era rappresentato dalla città di Fiume, prima oggetto di disputa alla Conferenza di pace di Parigi, in seguito occupata dai volontari dannunziani tra il settembre e il dicembre 1920 e alla fine diventata una città libera secondo le clausole del Trattato di Rapallo del novembre 1920. Questo trattato sanzionava l’abbandono delle pretese italiane su gran parte della Dalmazia, salvo Zara e l’isola di Lagosta, e parte del territorio di Fiume (Porto Barros e il Delta), in cambio dell’autonomia di Fiume unita all’Italia da un corridoio terrestre. La destra nazionalista cominciò a strillare contro la “svendita”, ma l’accordo fu appoggiato da Mussolini, il cui obbiettivo principale, nel1920, era di evitare qualsiasi possibilità di rivalità con D’Annunzio. A parte l’appoggio al Trattato di Rapallo, i fascisti però rimasero generalmente ostili ai diritti delle minoranze slave in Italia; e pertanto, quando più tardi giunsero al potere, non esistevano precise indicazioni su quello che avrebbero fatto in proposito.

Nel 1923, quando l’Italia fascista fu coinvolta in una disputa con la Grecia a proposito dell’Albania e di Corfù, le relazioni con la Jugoslavia migliorarono, al punto che nel gennaio 1924 le due parti firmarono un nuovo accordo su Fiume. L’Italia poté finalmente annettersi la città in cambio di Porto Barros e del Delta. La soluzione della questione fiumana fu seguita, il 27 gennaio 1924, da un trattato di amicizia e di cooperazione tra i due paesi: l’accordo rappresentava un successo per coloro che sostenevano che l’Italia aveva da guadagnare intrattenendo buoni rapporti con la Jugoslavia e un passo avanti nella penetrazione commerciale italiana nei Balcani. Tuttavia, quel successo non fu mai sfruttato: i rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia tornarono a guastarsi nel 1925, sul problema albanese, quando i due paesi si trovarono ad appoggiare fazioni opposte nella guerra civile scoppiata fra i seguaci di Fan Noli, spalleggiato dall’Italia, e di Ahmed Zogu, protetto dalla Jugoslavia. Dopo la vittoria di quest’ultimo, sembrò che gli italiani avessero subito uno scacco, ma le complicazioni senza fine della politica balcanica e il miraggio del denaro italiano convissero Zogu a rompere con la Jugoslavia.
Nel 1926 l’Italia firmò un trattato che istituiva un semi protettorato sull’Albania, dopodiché gli Jugoslavi tornarono ad avvicinarsi ai loro alleati della Piccola Intesa.
[...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Alle origini del movimento fascista: il programma sansepolcrista

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Informazioni tesi

  Autore: Jelena Stucko
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere Moderne
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Giovanni Brancaccio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

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le origini del fascismo
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