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Sovrappopolazione e consumismo, i due volti dell'apocalisse antropica. Prefigurazioni in Moravia, Pasolini e nella letteratura fantascientifica

La prova del nove: possiamo essere tutti ''europei''?

Sebbene sia auspicabile che determinati parametri di consumo cambino, passando alla maggior frugalità di cui parla il già citato Latouche, ciò su cui bisogna lavorare per avere un quadro attendibile è la situazione presente. Non possiamo scommettere su qualcosa che potrebbe o non potrebbe succedere. Non possiamo fare calcoli sull'ipotetico, sul possibile.

E' da ritenere poco scientifico basare il nostro sviluppo sulla speranza di trovare soluzioni e nuove tecnologie e non su dati di fatto. Sarebbe un atto di fede, se non proprio una scommessa, un azzardo. E lasciar scorrere le cose, aspettare che si aggiustino da sé, che trovino un nuovo equilibrio da sole, è un atteggiamento pericolosamente provvidenzialista.

“Posto che non tutte le previsioni (settori o ambiti di previsione) sono eguali, le previsioni più difficili, e starei per dire le più impossibili, vertono sulle scoperte scientifiche. In materia non ci azzecchiamo quasi mai. Nessuno ha previsto gli antibiotici, l'energia nucleare, i computer. Il che non può stupire: se una cosa è da scoprire, prevederla è quasi come scoprirla.”

Noi uomini ci siamo costruiti l'idea di poter sfuggire alla legge dei numeri grazie alla nostra tecnologia, siamo entrati nella pericolosa mentalità secondo cui grazie alla nostra tecnica possiamo, tra le altre cose, raggiungere un numero indeterminato di individui:

“Una cieca fede nella scienza e nel futuro per risolvere i problemi del presente è contraria non solo al principio di precauzione, ma semplicemente al buon senso. Anche nella speranza di riuscire ad appropriarsi di nuove forme di energia, sarebbe ragionevole costruire «grattacieli privi di scale e ascensori semplicemente perché si ha fiducia nella capacità dell'uomo di riuscire un giorno a opporsi alla legge di gravità?» Eppure, è quel che facciamo con il nucleare, accumulando rifiuti potenzialmente pericolosi per i secoli a venire senza soluzioni in prospettiva.”

Un primo punto è che la nostra rimane pur sempre ancora la civiltà del petrolio. E non abbiamo ancora trovato il modo di sostituirlo adeguatamente, nonostante vi siano vari candidati:

“Mentre il petrolio che va a finire appartiene alle previsioni facili, il come sostituirlo appartiene invece al contesto delle scoperte scientifiche e quindi, dicevo all'inizio, delle previsioni difficili. Arriveremo in tempo e su scala adeguata con l'idrogeno?”

Questo significa che i nostri consumi passano ancora per lo più dal petrolio e, in generale, da fonti non rinnovabili e molto inquinanti. Secondo i dati della Banca Mondiale, al 2015 circa l'80% del consumo mondiale di energia deriva da combustibili fossili. Alla luce di tutto questo, possiamo fare un esperimento interessante per capire a quale pressione, in maniera abbastanza generica, sarebbe sottoposto il nostro ambiente se tutti gli abitanti del mondo consumassero come un Europeo medio. Per condurre questo esperimento prenderemo tre parametri o indicatori del benessere materiale: il consumo di carne pro capite, il consumo di elettricità pro capite e il numero di veicoli a motore (esclusi quelli a due ruote) ogni mille abitanti. Ma perché proprio questi tre elementi? In generale perché sono tre simboli del benessere, dello stile di vita, del lato consumistico del welfare state occidentale. L'automobile, insieme alla televisione, è stata per anni, ed è ancora, il simbolo per eccellenza dell'individualismo capitalista occidentale, uno dei più evidenti status symbol. Ma, per come è organizzato il nostro mondo urbanizzato, è anche un mezzo spesso necessario a raggiungere il luogo di lavoro, oltre a dare il diritto, la possibilità della mobilità. Insomma, è un mezzo di locomozione imprescindibile dalla civiltà come la conosciamo. La carne è sempre stata uno dei tratti distintivi dell'alimentazione o sovralimentazione dei paesi ricchi rispetto ai paesi poveri, sebbene, quasi paradossalmente, oggi proprio molti occidentali stiano imparando a farne a meno. Certo è che uno degli atavici motivi della malnutrizione in molti paesi poveri è la mancanza di proteine, siano queste di origine animale o vegetale. Ed infine l'elettricità, che è forse più di ogni altro fattore ciò che distingue il mondo industrializzato dal mondo pre-industrializzazione. Dei tanti elementi che si possono elencare, se ce n'è uno di cui un paese ricco non può assolutamente fare a meno quello è proprio l'elettricità, una necessità imprescindibile ad oramai quasi tutte le attività umane moderne, come l'accesso ai mezzi di comunicazione, l'illuminazione, il riscaldamento, la refrigerazione del cibo, più una lunga serie di automatismi computerizzati, tra cui, fattore particolarmente inquietante, il controllo dei nuclei dei reattori nucleari. E dunque, quanto usufruisce un europeo medio, che è sprecone ma non troppo, almeno rispetto ai consumatori per eccellenza statunitensi, di queste risorse? Ebbene, tra, per esempio, gli italiani, che hanno 625 veicoli ogni mille abitanti (quasi il record europeo) e gli irlandesi che ne hanno 439, diciamo che gli europei hanno 500 veicoli ogni mille abitanti. Contando che in Sierra Leone, ad esempio, ce ne sono solo 6 ogni mille abitanti, la media mondiale si attesta attorno ai 200 ogni mille abitanti. Affinché si raggiunga lo standard europeo i veicoli a motore nel mondo dovrebbero più che raddoppiare. E con essi le loro emissioni. Questo standard, per sbagliato ed eccessivo che sia, appartiene al modello economico e culturale attualmente dominante, anche a livello di immaginario comune. Un modello che, purtroppo, non c'è volontà di cambiare; e di questo bisogna prenderne atto:

“Per bloccare l'esplosione demografica basta una pillola (e il favorirne, invece che ostacolarne, l'uso). Non saprei invece come persuadere i popoli affluenti (che hanno accesso ad un largo consumo di beni materiali) a fare marcia indietro e a rinunziare alla loro affluenza. Tanto più che gli affluenti vivono in democrazie nelle quali hanno voce in capitolo, e quindi in paesi nei quali chi predica eguale povertà, o comunque rinunzie di benessere, perde le elezioni.”

Per quanto riguarda il consumo di carne, la media italiana di 80 kg pro capite all'anno è molto vicina alla media europea (Dati FAO). Considerando che, ad esempio, in Nigeria si consumano 9 kg pro capite annui, la media mondiale è di circa 40 kg. Siamo dunque alla metà del percorso. Nonostante siano già stati abbattuti milioni e milioni di ettari di foresta per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia e frumento destinati agli animali:

“L’Amazzonia brasiliana contava nel 2011 settantanove milioni di capi bovini. Quindici anni fa, ne contava meno di dieci. Soltanto negli ultimi cinque anni, la porzione di Brasile occupata dalle piantagioni di soia necessarie a nutrire tanto bestiame era diventata grande quasi come la Svizzera.”

Ma per comprendere meglio l'ennesimo tabù e scavare su quello che è uno degli aspetti più sottovalutati e ridimensionati del problema ambientale, sarà necessario estendere questa parentesi:

“Il settanta per cento dei cereali coltivati negli Stati Uniti e il novantotto per cento della farina di soia servono a nutrire il bestiame, non le persone (così come l'ottanta per cento degli antibiotici che si vendono). Circa la metà della produzione di cereali mondiale è impiegata per dare da mangiare agli animali. Ci vogliono quasi tre chili di granaglie (e grossomodo novemila litri d'acqua) per produrne mezzo di carne bovina. Tenendo conto dei costi energetici e dei fertilizzanti, la produzione di proteine animali brucia circa otto volte più calorie rispetto a quella di proteine vegetali. [..] Uno studio esaustivo condotto nel 2009 da due specialisti ambientali della Banca Mondiale, Robert Goodland e Jeff Anhang, calcolò il totale di cibo, meteorismo, deforestazione a scopo agricolo, confezionamento, temperatura di cottura, produzione di rifiuti, fluorocarburi usati nella refrigerazione della carne, trattamenti medici ad alto contenuto di anidride carbonica destinati al bestiame e ai mangiatori di carne che soffrono di malattie cardiache, tumori, diabete, pressione alta o che hanno avuto ictus, e perfino la Co2 cumulativa espirata dai 19 miliardi di polli, 1,6 miliardi di bovini e bufali d'acqua, un miliardo di maiali e due miliardi tra capre e pecore esistenti sul pianeta. La conclusione fu che il bestiame e i suoi sottoprodotti sono responsabili almeno del cinquantuno per cento delle emissioni annuali mondiali di gas serra.” Questa lunga divagazione era necessaria perché “la domanda di carne bovina continua ad aumentare addirittura più in fretta della popolazione, perché, trasferendosi nelle città, sempre più gente cerca le soddisfazioni della vita moderna, inclusa la dieta carnivora dell'Occidente.”

E alla luce di quanto detto, questo aumento assume una particolare gravità. Infine, per completare il quadro, vi è l'elettricità, di cui l'Italia consuma all'anno 5000 kWh pro capite, con una media europea di circa 6000 kWh. Contando il solito esempio africano, in questo caso del Senegal, con appena 220 kWh, la media mondiale è di 3100 kWh. Anche in questo caso, servirebbe un raddoppio dell'uso di elettricità per coprire il disavanzo tra paesi ricchi e poveri. Ora, nonostante stia aumentando l'elettricità prodotta con fonti rinnovabili, ancora ben il 66% proviene da gas, carbone e petrolio. Tutto questo è calcolato tenendo presente la popolazione mondiale attuale. Ma dal momento che, come abbiamo visto, salirà di almeno altri due miliardi e mezzo, con essa ovviamente saliranno anche questi ed altri bisogni. E dal momento che, come abbiamo appurato, stiamo già consumando più di quanto la Terra non possa dare e versiamo in condizioni ambientali devastanti, per non dire catastrofiche, a meno che l'uomo non riesca a compiere un vero e proprio miracolo tecnologico, qualcosa di quasi fantascientifico, per la sostenibilità, i conti non tornano. Bisogna agire partendo dalle certezze. E non è assolutamente certo che il “benessere” sia possibile per tutti. Una parte del problema è certamente lo stile di vita sopra le righe degli abitanti dei paesi ricchi. Ma lo spazio a disposizione e le risorse si riducono anche, e soprattutto, per ogni persona in più ad abitare il nostro pianeta finito.

“E’ tempo di cominciare a capire, allora, che è il nostro habitat che è minacciato dai troppi abitanti, e che esiste un punto di non ritorno ecologico oltre il quale l'uomo distrugge le proprie condizioni di vita.”

Questo brano è tratto dalla tesi:

Sovrappopolazione e consumismo, i due volti dell'apocalisse antropica. Prefigurazioni in Moravia, Pasolini e nella letteratura fantascientifica

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Informazioni tesi

  Autore: Nello Iovine
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Lettere
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Alberto Granese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 116

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