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Edward Palmer Thompson e la cultura plebea nell'Inghilterra del XVIII secolo

La vendita delle mogli

Uno dei saggi più affascinanti di Thompson, presente nell’opera Customs in Common, è dedicato alla vendita delle mogli (il capitolo è intitolato proprio “The sale of Wives”, pp. 404-466). Questo rituale era considerato con grande serietà dal popolo inglese, soprattutto nelle campagne e in alcune città, tanto da essere abbastanza diffuso nelle isole britanniche per quasi tutto il XIX secolo.

Lo storico inglese mette in luce fin da subito il fatto che di questa pratica popolare siano presenti solo riferimenti sporadici nelle opere della prima metà dell’Ottocento dedicate ai costumi inglesi. Eppure, fa notare, è un aspetto che meriterebbe maggiore attenzione nell’ambito dello studio delle norme matrimoniali e del comportamento dei sessi. Una fonte letteraria importante, ovviamente citata da Thompson, è Il sindaco di Casterbridge di Hardy (1886), dove un ruolo centrale è assunto dall’atto della vendita di moglie e figlia da parte del protagonista, Michael Henchard, a un marinaio di passaggio. La vendita della moglie si esplicava nell’acquisto diretto di un “bene mobile” («the wife sale was a direct chattel purchase»); a prima vista, un comportamento del genere potrebbe essere interpretato come sintomo di una forte oppressione nei confronti del genere femminile (un atteggiamento che non viene comunque escluso integralmente dall’autore) e di una scarsissima considerazione nei confronti dell’istituto del matrimonio nel XVIII secolo. A tal proposito, Thompson avverte che è necessario raccogliere diverse prove per giungere a una conclusione meno affrettata, perché «[…] it is this stereotype – and not the fact that wives were sold – which requires interrogation». Lo storico quindi auspica che il suo saggio stimoli l’interesse di altri storici e di antropologi.

Thompson afferma di essere riuscito a raccogliere trecento casi, dei quali duecentodiciotto considera autentici e degni di studio, mentre altri li ritiene ambigui o fonte di dubbio per vari motivi, dovuti soprattutto alla mancanza di informazioni dettagliate nelle fonti primarie. I casi provengono perlopiù dall’Inghilterra, un solo caso è scozzese e molto pochi sono quelli gallesi. Gli episodi “chiari” («visible cases») sono quelli studiati dai folkloristi ottocenteschi, quelli riportati sui giornali locali, i casi che avevano destato l’attenzione della pubblica opinione per particolari degni di nota. Nei giornali gli episodi di vendita delle mogli erano trattati spesso in modo approssimativo (riportando, nella maggior parte dei casi, solamente le occupazioni dei soggetti coinvolti, il costo e la data programmata per la transazione) e talvolta con un tono dileggiante; raramente, dice lo storico inglese, sono presenti altri dettagli nelle cronache. Questo uso, abbiamo detto, cominciò a destare una certa attenzione nei folcloristi del XIX secolo, stimolati, secondo Thompson, anche da una maggiore consapevolezza sociale, dal cambiamento degli standard morali e dalla nascita di nuovi valori (cui non è estraneo il revival evangelico di questo periodo, che influenzò, per citare un altro esempio di rito popolare, il modo di considerare lo charivari). Nel XVIII secolo, invece, questo rito non catturò particolarmente l’attenzione di scrittori e giornalisti, e i motivi di questo atteggiamento addotti da Thompson sono: la distanza che divideva la cultura dei lettori dei giornali dalla cultura del popolo; il fatto che si trattasse di una tradizione tanto diffusa da non essere considerata degna di attenzione; il disgusto, da parte dell’intellighenzia urbana, nei confronti di un mos che spesso era considerato “barbaro”. Nell’Ottocento, attraverso l’influenza culturale originata dal “risveglio” evangelico angloamericano, dai razionalisti, dai radicali e anche dai primi movimenti operai, la vendita delle mogli incontrò una sempre maggiore sanzione sociale e contro tale pratica si scagliarono magistrati, poliziotti, funzionari dei mercati (i luoghi dove avveniva la maggior parte delle transazioni) e, ovviamente, moralisti. A partire dalla metà del XIX secolo, ci dice infatti lo storico, la vendita delle mogli acquisì forme più private e segrete che non esponevano i soggetti coinvolti alla vergogna di essere additati pubblicamente. Anche se l’opinione diffusa tra gli illuminati studiosi ottocenteschi era che la vendita delle mogli fosse tipica solamente degli strati inferiori delle campagne più remote, alcuni dati raccolti da Thompson respingono questa tesi.
Su un campione di 158 casi, emerge che le occupazioni di coloro che vendevano la moglie o che ne “compravano” una rientravano tra quelli degli artigiani specializzati («skilled artisans»): la maggior parte di loro lavorava nel settore dei trasporti e del commercio; poi c’erano operai, minatori di carbone, cocchieri, fabbri, soldati, muratori, calzolai, giardinieri, panettieri, bracconieri, etc.: «Workers in the staple productive industry, textiles, are greatly under-represented». Sempre nel campione preso in esame da Thompson, sono presenti due casi interessanti che vedono coinvolti uomini di alto rango («gentlemen»): uno comprò la moglie di un tessitore nel 1766 per sei ghinee, l’altro invece nel 1822, a Plymouth, la vendette. Questi due episodi mettono in luce come questa pratica fosse diffusa e accettata da diversi strati sociali.
Quanto costavano le mogli? Thompson ha calcolato, in base al suo campione, che il costo variava tra i due scellini e sei penny ai cinque scellini, più una tazza di punch o un gallone di birra (oppure un orologio, un vestito o del buon tabacco), che potevano essere offerti al compratore dal marito. Thompson, sulla base del campione di casi che ha studiato, individua alcuni caratteri della vendita delle mogli. In primo luogo, non si trattava mai di un episodio casuale, e raramente assumeva un tono comico; era un fenomeno estremamente ritualizzato; si svolgeva in pubblico e prevedeva una cerimonia accettata e riconosciuta dalle altre persone. Lo storico aggiunge che probabilmente c’erano due diverse forme di vendita delle mogli diffuse in varie parti del paese, forme che potevano anche sovrapporsi fra loro: una forma, che Thompson chiama «the ‘true’ ritual wife sale», prevedeva sempre la pubblicità del rito nel mercato locale e l’uso di una cavezza; l’altra tipologia, più tarda, era quella basata sulla firma di un contratto scritto di vendita, con tanto di testimoni e con un rito di consegna che poteva svolgersi in un locale pubblico. La maggior parte dei casi analizzati da Thompson appartengono al primo tipo di vendita, il cui rituale, a sua volta, presentava determinate caratteristiche. Innanzitutto, il posto in cui avveniva la transazione, come abbiamo precedentemente rilevato, doveva essere un luogo pubblico, molto frequentato, e il mercato era il posto che meglio rispondeva a tale esigenza (in qualche caso veniva scelta la piazza del paese).

In secondo luogo, la vendita poteva essere preceduta da un annuncio pubblico fatto da un banditore che agitava una campanella, oppure il marito poteva far affiggere degli avvisi nel mercato. La cavezza è un elemento centrale del rituale, perché la moglie veniva portata al mercato proprio con la cavezza legata al collo o alla vita. Thompson osserva che questo elemento del rituale permetteva di rappresentare pubblicamente e in modo pregnante la consegna della moglie ad un altro uomo e quindi la piena disponibilità del marito a cederla ad un’altra persona; inoltre, la pubblicità della transazione mostrava a tutti il consenso della moglie ad essere ceduta, una condizione necessaria alla vendita, dal momento che, almeno in teoria, essa poteva opporre il suo veto, ripudiando qualsiasi contratto sottoscritto dal marito e da un’altra persona senza la sua approvazione.

Questo non significa che in qualche caso la sua autorizzazione non fosse stato estorta con la forza; ma del resto, aggiunge Thompson, un uomo che voleva vendere la moglie non doveva essere un marito con cui valesse la pena restare, tanto che spesso il compratore era proprio l’amante della moglie e, in alcuni casi, viveva già con la donna, che aveva quindi precedentemente abbandonato il tetto coniugale. Il rituale della cavezza veniva considerato in varie parti del paese come l’elemento essenziale di un acquisto “legale”. Nel 1789, racconta Thompson, ebbe luogo a Thame, un paese dell’Oxfordshire, la rivendita di una moglie: due o tre anni prima il marito l’aveva venduta per mezza ghinea, ma alcuni abitanti del paese gli fecero capire che la vendita non aveva rispettato tutti i crismi: «’the bargain would not stand good, as she was not sold in public Market’». L’uomo la riportò quindi con la cavezza al collo al mercato di Thames, dove la (ri)vendette per due scellini e sei penny e pagò addirittura una “multa” di quattro penny. Un altro elemento significativo che caratterizzava alcuni casi di vendita della moglie era la presenza, di comportamenti altamente ritualizzati: ad esempio, la donna era costretta a fare tre giri attorno al mercato, talvolta agitando un fazzoletto colorato; oppure, veniva tenuta al capestro sia dal marito per tutto il tragitto di arrivo al mercato, sia dal nuovo compagno durante l’intero percorso che la conduceva alla sua nuova casa. Thompson afferma con certezza che «the symbolism was obviously derived from the beast market, and here and there more elaborate forms were devised to sustain the pretence that the wife was a beast». Tornando alle caratteristiche di quella che Thompson ha definito «the ‘true’ ritual wife sale», lo studioso mette in luce come nel rituale si possa talvolta riconoscere una forma simile a quella della vendita all’asta, durante la quale il marito (o un incaricato di pubblico servizio), al mercato, assumeva il ruolo di banditore che raccoglieva le offerte dei potenziali acquirenti.

Infine, il rituale della vendita poteva essere accompagnato da uno scambio di promesse simile a quello di un matrimonio: la donna poteva restituire al marito la fede e ricevere un nuovo anello dal “compratore”, oppure il marito poteva fare una dichiarazione pubblica per esplicitare anche verbalmente (talvolta con toni sentimentali) la sua rinuncia alla moglie; la cerimonia, in particolare nell’Ottocento, poteva comprendere anche la firma di un contratto scritto, stipulato tra le parti, in presenza di testimoni, amici e talvolta anche di un avvocato che ratificava la vendita. Thompson afferma che non possiamo considerare la vendita delle mogli solamente come una forma brutale di alienazione di un bene mobile, ma anche e soprattutto come una forma di divorzio e di ri-matrimonio («re-marriage»). Anche questa definizione, però, potrebbe risultare ambigua, dal momento che nel rituale la donna veniva paragonata a una bestia. A quel tempo, tuttavia, il popolo inglese o gallese non aveva nessun altro modo per separarsi dal coniuge e le uniche alternative erano lo scambio informale (tra il marito e l’acquirente) e le coabitazioni (che spesso precedevano il rituale). Inoltre, gli uomini si trovavano in una posizione più vantaggiosa rispetto alle donne, perché potevano abbandonare moglie e figli più facilmente di quanto potesse fare la donna, la quale, senza un rituale socialmente riconosciuto come quello della vendita, non aveva nessuna possibilità, ad esempio, di sottrarsi ad un marito violento senza essere vittima della riprovazione pubblica, specialmente quando erano coinvolti dei figli.

A questo punto, nota Thompson, sorge spontanea una domanda: se l’abbandono della casa e del marito da parte della donna era comunque possibile, perché i coniugi (rimasti tali ormai solo formalmente), avvertivano la necessità di manifestare pubblicamente la loro separazione attraverso questo rito di compravendita, che, nella maggior parte dei casi, esponeva entrambi al pubblico ludibrio? Pur facendo appello all’utilità di questa pratica come mezzo di riammissione della nuova coppia all’interno della comunità, Thompson ritiene che sia impossibile dare una risposta univoca a questo interrogativo, sia perché è difficile ricavare dati più precisi dai giornali locali, che come abbiamo osservato all’inizio offrivano, a parte qualche eccezione, scarne informazioni, sia perché ogni caso è unico, ha una propria storia e ogni matrimonio era vissuto in modo diverso: «Today’s obligatory methodological imperative is to quantify, but the complexities of personal relationships are especially resistant to this exercise». Thompson continua l’analisi di questa pratica prendendo in considerazione l’atteggiamento della moglie nei confronti della vendita. Per quanto riguarda i casi che vedevano la moglie non consenziente, gli scritti moralistici del tempo, com’è ovvio, mettevano l’accento sul fatto che la donna era considerata solo come un bene mobile passivo, incapace di far valere la propria opinione nella transazione.

Invece, secondo Thompson, negli episodi che vedono la resistenza della moglie al rituale della cavezza si può trovare la conferma che sia la cavezza che il consenso della moglie fossero proprio gli elementi che rendevano“legittima” la transazione agli occhi del gruppo sociale. Abbiamo accennato al fatto che la vendita ratificava un accordo fatto in precedenza tra marito e moglie per separarsi; l’accordo poteva esserci anche quando la moglie veniva ceduta all’amante, e la vendita al mercato serviva per rispettare la forma consuetudinaria, ossia per fare in modo che la separazione, una volta resa pubblica, fosse pienamente accolta dalla comunità. Nel campione di Thompson sono presenti anche casi in cui le donne erano state vendute a parenti (un fratello, la madre, il cognato) invece che a un altro uomo, per permettere loro di “annullare” il matrimonio ed andarsene di casa. Thompson ha riscontrato esempi di vendita della moglie in cui coesistono Legge e tradizione, per cui le persone coinvolte nel rituale potevano accogliere forme e sanzioni tipiche della Legge positiva e della Chiesa. Ad esempio, in alcuni casi si faceva riferimento alle forme del matrimonio cristiano per convalidare il passaggio della donna ad un altro uomo: «The Glouster Journal, 24 Nov. 1766, reported that a husband in Thorne (Yorkshire) had sold his “old” wife in a halter for 5s. to a neighbour. Both men then went to Doncaster for a marriage licence, and at the ceremony the first husband gave the bride away to her new husband. (The minister officiating knew nothing of the circumstances)». Fino all’inizio del XIX secolo, infatti, si ha l’impressione – dice Thompson – che né le autorità giudiziarie né quelle clericali fossero eccessivamente zelanti nel condannare il rituale della vendita delle mogli. Thompson ritiene che la vendita rituale della moglie fosse probabilmente una tradizione «inventata» solo alla fine del Settecento, o più tardi. Sicuramente, dice lo storico, c’erano state vendite delle mogli già nel XVII secolo e anche prima, ma, aggiunge, «[…] I know of none before the eighteenth century which affords the clear evidence of the public auction and the halter». Un’ultima riflessione dello storico riguarda il simbolismo del rituale, legato alla vendita al mercato: secondo Thompson, infatti, è più probabile che inizialmente la transazione fosse equiparata alla vendita di prodotti alimentari e solo in un secondo momento, con l’introduzione della cavezza al collo, la forma della vendita all’asta, il pagamento della transazione e gli altri elementi che caratterizzavano il rituale, la vendita della moglie venne considerata analoga a quella del mercato degli animali.

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Edward Palmer Thompson e la cultura plebea nell'Inghilterra del XVIII secolo

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Informazioni tesi

  Autore: Arianna Barone
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Umanistiche
  Corso: Storia
  Relatore: Osvaldo Raggio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 74

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