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I Disturbi reattivi dello sviluppo: Traumi psichici e Disturbo post traumatico da stress

La visione attuale del trauma evolutivo: la prospettiva dell’attaccamento traumatico

La breve rassegna di cui sopra spero abbia reso un’idea sufficientemente chiara di come, lungo la storia della psicoanalisi, la concettualizzazione degli itinerari di sviluppo normale e traumatico del bambino si sia evoluta, grazie agli sforzi teorici e sperimentali di numerosi studiosi, da un’idea che attribuiva inizialmente un’importanza centrale al mondo interno ed alle dinamiche pulsionali del bambino ad una visione che enfatizza attualmente, sia ai fini dello sviluppo normale sia in rapporto a quello traumatico o patologico, l’importanza di un contesto co-costruito tra la madre ed il bambino, al cui interno quest’ultimo risulta in grado di svolgere da subito un ruolo attivo ed interagente con la figura di accudimento.
Si potrebbe pertanto affermare, riassumendo in maniera schematica gli esiti del percorso sopra accennato, che nel corso del tempo si è passati:

-> dalla teorizzazione freudiana, nata in un contesto epistemologico positivista ispirato alla fisica newtoniana ed alla biologia darwiniana, centrata sull’idea di una mente monadica e nel cui quadro teorico di riferimento il concetto di “relazione” assumeva un ruolo che definirei marginale;
-> alla teoria delle relazioni oggettuali, che ha puntualizzato il ruolo del soggetto (ossia il caregiver) che interagisce col soggetto (cioè il bambino), rimanendo però, per lo più, all’interno di un’ottica di influenza unidirezionale da parte dell’adulto nei confronti del bambino;
-> alla visione dell’infant research, dove finalmente l’ipotesi che si fa strada è quella di un’influenza reciproca tra i soggetti in interazione.

Tuttavia è bene precisare che la direzione attuale della ricerca sul trauma evolutivo si muove su un terreno assai più complesso che tenta, all’interno della cosiddetta prospettiva dell’attaccamento traumatico, una sintesi tra psicoanalisi, teoria dell’attaccamento e visione evolutivo – cognitivista del trauma.


Tale approccio integrato, come risulta facile comprendere dalla sua stessa denominazione, conferisce molta importanza al tipo di attaccamento precoce del bambino al caregiver ed organizza il proprio nucleo teorico intorno all’idea che un attaccamento di tipo sicuro è ciò che permette risposte adeguate alle situazioni traumatiche, mentre un attaccamento insicuro, in special modo quello disorganizzato, determina risposte dissociative agli eventi stressanti.
Ciò in quanto, come anticipato trattando della teoria dell’attaccamento di Bowlby, i diversi stili di accudimento determinano la diversa strutturazione dei modelli operativi interni (MOI) che il bambino pone alla base della comprensione di sé stesso, delle relazioni e del mondo e che egli utilizza per fare previsioni affidabili sulla propria vita relazionale.
Per chiarire le complessa modalità di influenza dei diversi tipi di MOI nella risposta alle situazioni traumatiche, faccio riferimento a quanto indicato in un interessante articolo dello psichiatra Giovanni Liotti, che classifica i MOI corrispondenti ai diversi tipi di attaccamento secondo due dimensioni psicologiche, da individuarsi nelle dimensioni della sicurezza - insicurezza e nella dimensione dell'organizzazione – disorganizzazione.

In particolare, in rapporto alla prima delle due dimensioni, Liotti (ibidem) distingue i MOI sicuri, che derivano da esperienze positive di attaccamento e veicolano pertanto aspettative di sicurezza nel ricevere protezione dal pericolo o conforto dal dolore, dai MOI insicuri, che veicolano invece aspettative di rifiuto o di ambivalenza da parte della figura di accudimento a seconda che si consideri un attaccamento evitante oppure un attaccamento resistente.
Per ciò che riguarda poi la dimensione dell’organizzazione - disorganizzazione, Liotti (ibidem) distingue invece i MOI organizzati, che veicolano una percezione unitaria e coerente, positiva o negativa, di sé e della figura di accudimento, dai MOI disorganizzati, che invece veicolano percezioni molteplici, incoerenti e non integrate (dissociate) di sé e dell'altro.
Cosa succede, dunque, a livello comportamentale ed emotivo, in base alle diverse tipologie di MOI, quando il sistema di attaccamento di un bambino viene attivato da esperienze di paura o dolore?
Un MOI sicuro ed organizzato favorirà nel bambino la possibilità di regolazione intrinseca delle emozioni dolorose grazie alla fiducia che egli legittimamente nutre circa il fatto che una sua ricerca di aiuto da parte del caregiver sortirà effetti positivi.
Un MOI insicuro, a seconda che si consideri il tipo evitante o il tipo resistente, veicolerà invece aspettative negative o ambivalenti rispetto al bisogno di aiuto e di conseguenza una meno efficiente regolazione interna delle emozioni dolorose del bambino.
Tuttavia la situazione più drammatica è certamente quella relativa alla presenza di MOI disorganizzati, in quanto, come sostiene Liotti (ibidem) la loro attivazione di fronte ad eventi dolorosi conduce inevitabilmente alla comparsa di sintomi dissociativi e predispone altresì allo sviluppo di un disturbo da stress post – traumatico.

Per meglio comprendere i motivi di ciò, è utile ricordare che il bambino caratterizzato da MOI disorganizzati avverte il caregiver come la specifica fonte del proprio disagio e che ciò gli rende pertanto impossibile, nella situazione di disagio, pensare di rivolgersi proprio a lui alla ricerca di protezione e di aiuto.
La prospettiva dell’attaccamento traumatico, tuttavia, costituendo un approccio integrato, non valuta le diverse modalità di attaccamento solo rispetto alle conseguenti modalità di strutturazione dei MOI, ma analizza le risposte all’evento traumatico anche in rapporto alle basi psicobiologiche del sistema di attaccamento stesso.
Un altro dei capisaldi concettuali della prospettiva in questione riguarda infatti la convinzione, supportata da evidenze sperimentali, che specifiche modalità di attaccamento influenzino lo sviluppo più o meno adeguato delle strutture neurali deputate al processamento delle emozioni ed alla integrazione tra memoria ed emozioni.
Nello specifico contesto, assai interessanti sono gli esiti degli studi di Allan Schore, ricercatore dell’Università della California di Los Angeles il quale, nel tentativo di creare una connessione concettuale tra neurobiologia e teoria dell’attaccamento, ha teorizzato che ogni tipo di trauma relazionale precoce, anche nelle situazioni in cui il genitore non è esplicitamente maltrattante, finisce per esercitare un'influenza negativa sull’organizzazione cerebrale del bambino piccolo.
Nello specifico, egli sostiene che nei bambini con attaccamento di tipo disorganizzato risulta di frequente riscontro uno sviluppo non ottimale dell’emisfero non dominante, con specifici deficit a carico del sistema che connette i circuiti emozionali limbici alla neo corteccia attraverso la corteccia orbito frontale.
Sempre secondo i teorici della prospettiva in trattazione, tuttavia, le conseguenze di un attaccamento disorganizzato non si limitano a questo, ma si estendono anche ad un’ulteriore problematica in grado di concorrere all’emergere di risposte dissociative a fronte di stimolazione traumatiche.
Ci riferiamo, nello specifico, a possibili deficit di ciò che è stato definito da Fonagy e Target nei termini di “abilità di mentalizzazione” o di “funzione riflessiva del sé”, ossia alla capacità del bambino di riconoscere gli stati mentali implicati nei propri e negli altrui comportamenti.
Secondo Fonagy e Target, infatti, l’acquisizione di tale abilità risulta dipendere in maniera diretta dalla qualità dell’attaccamento precoce e, nello specifico, da ciò che essi stessi chiamano “sensibile responsività materna”, ossia un’attitudine relazionale del caregiver in grado di favorire l’instaurarsi di un legame di attaccamento sicuro.

Viceversa, la presenza di un legame di attaccamento di tipo disorganizzato, come indicato da Liotti (ibidem), determina a carico del bambino un deficit nella capacità di mentalizzazione, che ostacolando l’elaborazione delle memorie e degli eventi traumatici può concorrere allo sviluppo di PTSD, disturbi dissociativi e disturbi borderline in risposta ad eventi traumatici.

Questo brano è tratto dalla tesi:

I Disturbi reattivi dello sviluppo: Traumi psichici e Disturbo post traumatico da stress

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Informazioni tesi

  Autore: Antonio Maulà
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università Telematica Guglielmo Marconi
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Psicologia
  Relatore: Annalisa Scanu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 195

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Parole chiave

giappone
età evolutiva
ptsd
adhd
hikikomori
trauma psichico
developmental psychopathology

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