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Le mutilazioni genitali femminili: fra etnocentrismo e relativismo culturale

Le E/MGF (Escissione/Mutilazione Genitale Femminile) nel contesto migratorio

Quanto è stato detto fin ora, si riferisce, ovviamente, al contesto di origine delle pratiche di E/Mgf, ossia a quel contesto in cui tali pratiche trovano il motivo della loro esistenza. Tuttavia, in questa sede, non può essere trascurato il fenomeno migratorio, il quale ha la capacità di apportare notevoli cambiamenti nell’ottica delle E/Mgf.
I migranti lasciano il loro paese di origine per dirigersi verso un nuovo continente, una nuova cultura, delle nuove tradizioni e una nuova lingua.

Si tratta di una esperienza difficile da affrontare soprattutto se la cultura di accoglienza, in questo caso quella occidentale, porta con sé modelli educativi e valoriali del tutto differenti rispetto a quelli delle culture a tradizione escissoria. I ruoli di genere e tra generazioni sono del tutto differenti e il migrante, che è vissuto fino a poco prima all’interno di una rete sociale abbastanza solida e coesa, può trovarsi a vivere una situazione problematica, in cui si perde un punto di riferimento importante che era dato dalla famiglia e dalla comunità di appartenenza.

Abbiamo avuto modo di approfondire come tutte le decisioni relative alle questioni familiari, matrimoniali e tradizionali e dunque anche quelle relative al rito dell’escissione, vengano prese all’interno di un contesto comunitario, in cui la comunità è più importante del singolo. In un contesto migratorio, tuttavia, la pressione sociale esercitata dalla comunità e dal dovere di rispettare le sue migranti decidano di abbandonare le pratiche escissorie, sottraendo le loro figlie all’obbligo di subire l’intervento, in una società che non lo condivide e addirittura lo condanna.

Questo può avvenire per il desiderio di integrarsi nella società di accoglienza, ma anche in virtù del confronto con una cultura diversa, con i suoi valori e con il suo modo diverso di concepire la sessualità che può spingere l’immigrato a ridefinire il valore assegnato alle E/Mgf comprendendone la nocività sia a livello fisico, sia a livello psicosociale (Vulpiani, 2004). Questo cambiamento, ovviamente non avviene in modo del tutto automatico e non senza un conflitto interiore abbassante importante. Il cambiamento, infatti, si accompagna sempre ad un duro confronto tra cultura di origine e cultura di accoglienza e tra i due modi di vivere e concepire la sessualità: fortemente restrittivo e repressivo nel primo caso, più libero nel secondo. Il confronto avviene anche tra i due modi di concepire il ruolo della donna che porta le donne africane a mettere in discussione la loro identità di genere e a negoziarla con quanto appreso fin ora e la figura della donna occidentale che risulta essere più emancipata, più indipendente, più libera di esprimere la propria sessualità e di decidere autonomamente della propria vita. Inoltre, nella cultura occidentale viene assegnato un peso diverso al valore della verginità e i matrimoni non sono combinati sulla base di tale valore, ma sono il frutto di una scelta libera e consapevole da parte dei partner. La società occidentale è caratterizzata anche da un deciso individualismo che si contrappone al forte spirito comunitario vissuto all’interno della cultura africana. Insomma, si tratta di un contesto del tutto differente che potrebbe sviluppare nelle donne immigrate una spinta verso la loro emancipazione e la loro indipendenza.

Il più delle volte questo accade anche in virtù delle scarse condizioni economiche in cui si trovano a vivere gli immigrati e che quindi porta alla necessità, anche da parte delle donne, di lavorare e di percepire uno stipendio. In questo modo la donna ha modo di acquisire maggiore autonomia nei confronti del marito, facilitando il percorso di una presa di coscienza riguardo alla forte disparità di genere e sottomissione vissuta nella propria cultura di origine (Lombardi, 2008). Il confronto con una nuova cultura, tuttavia, non produce sempre un cambiamento di rotta per quanto riguarda la percezione delle pratiche escissorie, anzi il più delle volte capita che il confronto rafforzi anziché indebolire il legame con tali pratiche. Questo succede perché integrarsi nel paese di accoglienza non è semplice e spesso accade che è la stessa società ad essere ostile nei confronti degli immigrati e a rendere difficile il loro percorso integrativo. Dunque, gli immigrati, sentendosi esclusi, isolati ed emarginati finiscono per legarsi ancora di più alle loro tradizioni per sentirsi più vicini al paese di origine (Fusaschi, 2003). La chiusura all’interno della propria comunità e delle proprie tradizioni, può avvenire anche per paura di perdere la propria identità culturale e di essere contaminati da una cultura che viene vissuta come estranea e pericolosa perché del tutto differente dalla propria.

Questo spinge i genitori a sottoporre le loro figlie ad interventi di E/Mgf, perché si ha paura di perderne il controllo in una società in cui le ragazze sono più libere e autonome, in desideri, ma anzi di esprimerli liberamente e di decidere in maniera autonoma del proprio futuro, sia per quanto riguarda la vita di coppia, sia per quanto riguarda il matrimonio e la sessualità (Pasquinelli, 2000). Può anche accadere che, sebbene i genitori siano propensi all’abbandono delle pratiche escissorie perché ne hanno compreso la nocività, essi siano comunque spinti ad operare le proprie figlie dai parenti rimasti in Africa e dalla paura di non essere più accettati dalla propria comunità, soprattutto in vista di un futuro rientro in patria. Oggi si parla di transmigrazione per riferirsi al fenomeno in base al quale il migrante rimane sempre in contatto con il proprio paese di origine, con i propri parenti ed amici grazie alle nuove tecnologie. Siamo nell’era della comunicazione di massa in cui chiamare e parlare con parenti ed amici lontani è semplice, veloce e poco dispendioso. Da numerose ricerche è emerso, infatti, che gli immigrati hanno contatti frequenti con parenti ed amici rimasti nel paese di origine, rendendo i rapporti con essi attuali e concreti. Questi legami risultano essere fondamentali per gli immigrati soprattutto per mitigare il contatto ed il confronto con una realtà completamente diversa e per mantenere vive le proprie radici. In virtù di questi contatti accade che la voce della tradizione, rappresentata soprattutto dalla comunità di donne e di anziani, spinga i genitori ad effettuare l’intervento sulle bambine, magari durante una vacanza effettuata nel proprio paese di provenienza (Pasquinelli, 2000). Gli immigrati, dunque si trovano a gestire un conflitto interiore che li porta, da un lato, a restare fedeli alla la loro identità culturale, e dall’altro, a dirigersi verso il cambiamento spinti dal bisogno di emancipazione e di integrazione nella nuova società in cui si vive (Vulpiani, 2004).

Da una ricerca effettuata da AIDOS, ADUSU e Culture Aperte nel 2009, sono state individuate tre tipologie di donne immigrate per quanto riguarda il loro atteggiamento nei confronti delle E/Mgf.
La prima tipologia è composta dalle donne tradizionali, ossia da quelle che non mettono in discussione le pratiche escissorie accettandole come un fatto naturale e per questo le difendono, anche e soprattutto in un contesto migratorio. Si tratta di donne poco più che analfabete che dipendono totalmente dal marito e che non dimostrano di avere una spinta verso l’integrazione.
La seconda tipologia è caratterizzata dalle donne emancipate, ossia da coloro che mostrano il desiderio di diventare autonome ed indipendenti e che vivono le pratiche di E/Mgf come una limitazione alla propria libertà individuale.
La terza tipologia è costituita dalle tradizionaliste, ossia da quelle donne che pur sentendo il bisogno di emancipazione, avvertono come fondamentale il rispetto della tradizione.

Dunque, gli immigrati, in seguito al confronto con la società occidentale potrebbero sviluppare o un abbandono delle pratiche escissorie o al contrario un attaccamento ancora più forte nei confronti della tradizione, a seconda del grado di integrazione all’interno del nuovo contesto socioculturale. A tal proposito, molte ricerche hanno dimostrato come l’inclusione, l’accettazione e l’integrazione sociale permettano agli immigrati umani. Al contrario, nelle società in cui gli immigrati vengano emarginati, oppure in cui si chieda loro un grande sforzo di assimilazione, le pratiche tradizionali vengono mantenute e perpetuate con maggior vigore, nel tentativo di preservare la propria identità culturale non accettata e rispettata dalla società di accoglienza (Johnsdotter, 2004). Molto dipende anche dal tipo di percorso migratorio che si intraprende e dalla predisposizione o meno all’integrazione nella società di approdo: se prevalgono atteggiamenti di chiusura è difficile che si decida di rinunciare alla pratiche escissorie che in questo caso, anzi, andranno ad assumere un significato simbolico ancora più forte di appartenenza etnica.

Tuttavia, è sbagliato pensare che per favorire l’abbandono delle pratiche tradizionali nocive bisogna intervenire solo sulle comunità di persone immigrate attraverso campagne di informazione, sensibilizzazione e di confronto aperto. Il primo passo da compiere, infatti, consiste nel coinvolgimento dell’intera cittadinanza, degli enti locali, dei servizi sociosanitari, delle scuole e di tutte le figure professionali che lavorano a stretto contatto con le comunità di immigrati. Mostrare un atteggiamento di condanna nei confronti delle E/Mgf può allontanare ancora di più le persone portatrici di queste tradizioni e farle sentire stigmatizzate, spingendole a chiudersi e a rifugiarsi nella loro cultura. Per cui è necessario mostrare rispetto nei confronti della cultura di origine degli immigrati, preparando un ambiente socioculturale favorevole e aperto al cambiamento, attraverso l’accoglienza dei loro bisogni, il riconoscimento dei diritti umani universali; un ambiente che tutti devono contribuire a rendere possibile (Mgf. Strada facendo. Imparare dall’esperienza, AIDOS, 2009). Affinché tutto questo sia possibile, è necessario evitare di sviluppare qualunque forma di proiezione etnocentrica che porta a interpretare il fenomeno sulla base dei paradigmi della propria cultura e preparare, invece, un terreno aperto al rispetto tra culture, evitando però anche il rischio di imbattersi nel relativismo culturale, ossia in quella prospettiva etica e cognitiva che si basa sull’assunto secondo cui ogni manifestazione culturale ha significato e validità se rapportato al contesto di riferimento, per cui ogni cultura va giudicata e valutata in relazione ai propri parametri di riferimento.

Se la prima prospettiva risulta essere poco aperta alla comprensione di culture diverse dalla propria, la seconda rischia di giustificare qualunque comportamento purché ritenuto valido dalla cultura di appartenenza, dunque anche le E/Mgf che secondo il punto di vista delle culture a tradizione escissoria, sono giuste e normali (Pasquinelli, 2000). Il modo per superare entrambi gli ostacoli, è la creazione di uno spazio aperto al confronto, al dialogo e al rispetto dell’Altro e del suo bagaglio culturale e valoriale attraverso la promozione dei diritti umani universali. Tali diritti devono essere garantiti a tutti attraverso il criterio delle pari opportunità e dell’uguaglianza. Nel caso delle E/Mgf parliamo del diritto alla vita, alla salute e all’integrità psicofisica, ma nell’ambito di un contesto migratorio ciò che deve essere garantito è anche il diritto all’identità culturale, il diritto alla diversità e il diritto a non subire discriminazioni di nessun genere (Vulpiani, 2004). Insomma, il rispetto di ogni essere umano come valore universale, qualunque sia la sua appartenenza culturale, è il messaggio di base che serve a promuovere l’abbandono di qualunque tipo di pratica nociva nei confronti delle persone, comprese le pratiche di E/Mgf.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le mutilazioni genitali femminili: fra etnocentrismo e relativismo culturale

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Informazioni tesi

  Autore: Gilda Ranauro
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi del Molise
  Facoltà: Economia
  Corso: Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali
  Relatore: Alberto Tarozzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 108

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