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Lolita come mondo della pura soggettività, tra due linguaggi: letteratura e cinema.

Lolita come mondo della pura soggettività: il romanzo

Lolita riesce incredibilmente a giostrare i propri contenuti e le proprie forme, tra la moltitudine pressoché illimitata di trappole di luoghi comuni in cui sarebbe potuto scadere.

La prosa di Nabokov, senza mai interrompere il flusso di coscienza del narratore protagonista (molto frequente, nella critica, il paragone con Ulysses di Joyce) ma talvolta, avvertendo quella che Nina Berberova chiama “l'intuizione di un mondo frammentato” e nonostante la sfiducia che non riusciamo a non nutrire nei confronti di chi ci sta parlando (Humbert) non possiamo non esitare davanti a quello che leggiamo.

Ci sono dei momenti in cui Humbert ci regala la nitida impressione di essere molto al di là di se, come se non considerasse più, spazio, tempo e limiti fisici:

À propos: mi sono domandato spesso che ne sia stato poi di quelle fanciulle. In questo mondo di ferro battuto, con le sue griglie di cause ed effetti incrociati, è mai possibile che il recondito palpito che carpivo alle mie ninfette non abbia influito sul loro futuro? Io l'avevo posseduta – e lei non l'ha mai saputo. D'accordo. Ma non si sarebbe visto, più avanti? Trascinando la sua immagine nella mia voluptas, non avevo in qualche modo manomesso il suo destino? Oh, questi interrogativi erano, e rimangono, la fonte di una grande, terribile curiosità.

In questo breve estratto si concentrano vari punti focali. Possiamo notare come forma e contenuto siano intrecciati in maniera indissolubile e se come dice Adorno "la forma estetica è contenuto sedimentato", l'uno diventa l'altro in un annullamento del rapporto soggetto-oggetto, che potremmo ritenere naturale, attraverso il quale le nostre soggettività (o i nostri egoismi per dirla con Kropotkin) si rapportano col mondo esterno, formato spesso da altre soggettività nell'immagine generata dalla nostra soggettività stessa, riportando quindi ogni realtà all'unica dimensione soggettiva.

Humbert inoltre vive in un rapporto così profondo con il proprio flusso di coscienza che non riesce a ritenere possibile che questo non tocchi la vita altrui: se la sua “libido” (termine che Nabokov non avrebbe apprezzato credo) ha posseduto una ninfetta per qualche istante immaginario, il nostro protagonista non può comprendere come la sua immagine possa non essere stata toccata profondamente da questo impatto onirico.

L'immagine dunque. Dunque il rapporto di Humbert con le sue ninfette e in particolar modo con Lolita non è altro che il parto di un'immaginazione malata? O forse Nabokov vuole guidarci in un mondo di immagini, in cui la nostra immagine si rapporti contemporaneamente con un immaginario (soggettivo più che collettivo) e con le immagini altrui?

Questo brano è tratto dalla tesi:

Lolita come mondo della pura soggettività, tra due linguaggi: letteratura e cinema.

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Informazioni tesi

  Autore: Niccolò Falsetti
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Mario Capaldo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 57

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