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Le neuroscienze e la soggettività giuridica

Neuroscienze e diritto

Il rapporto tra neuroscienze e diritto non è importante solo per capire il perché o cosa abbia portato a tenere un comportamento. Un’ulteriore domanda che può sorgere è se il diritto sia connaturato nel nostro cervello: se così fosse e “se il diritto ha di mira il comportamento e, come abbiamo visto, il comportamento sorge dal cervello, allora imparare più circa l’architettura e il funzionamento del cervello dovrebbe aiutare il giurista a regolare i comportamenti nel migliore dei modi possibili”. Ci si chiede, così, se vi siano tracce di contenuti giuridicamente rilevanti nelle aree del cervello.

Il diritto e la giustizia, che per secoli sono rimasti agganciati alla volontà divina e al concetto di diritto naturale sovrasensibile, vengono intrise di carattere antropologico quali caratteristiche dell’uomo e della sua naturalità. La proprietà, ad esempio, è tutt’altro che una creazione normativa artificiale dell’uomo: il senso di proprietà fa parte della biologia umana perché “i principi fondamentali della proprietà sono codificati nel cervello umano”. Essa è una serie di sentimenti impiantati nel nostro cerebro per risolvere problemi di sopravvivenza secondo il principio del “chi arriva primo a impossessarsi di una cosa, se ne appropria”: principio codificato ben prima della legge scritta.

In noi vi è anche un ampio senso di giustizia innato, se si considera la nostra propensione all’equità negli scambi reciproci. Atahualpa Fernandez dimostrerebbe come il diritto sarebbe frutto della nostra evoluzione ontologica: l’interazione tra il sostrato biologico e gli stimoli ambientali crea strutture neuronali la cui attività sta alla base dei principi morali giuridici, dei valori individuali e anche della pianificazione delle decisioni. Le norme e i codici, in definitiva, sarebbero frutto della nostra evoluzione cerebrale: sono strumenti per assicurare il successo competitivo nella vita sociale, per predire comportamenti altrui e risolvere problemi pratici senza ricorso alla violenza. È considerevole capire come con l’avvento della ”neurolaw” cambia il modo di considerare l’uomo. L’apporto delle neuroscienze apparirebbe come necessario per prevenire gli errori che possono essere compiuti dal diritto. È per questo che oggi si potrebbe parlare di diritto “plastico”, proprio per evidenziare la sua relazione con la scienza. Spetta anche agli scienziati rivoluzionare gli ordinamenti giuridici.

L’uomo non è più visto come diviso tra anima e corpo, razionale e libero, bensì come frutto dell’evoluzione, irrazionale e dominato dalle passioni, meno libero di quanto si possa pensare a causa dei condizionamenti genetico-cerebrali: anche la presenza di determinati geni può essere causale a tenere certi comportamenti antisociali.
Numerose ricerche di genetica antisociale, hanno dimostrato che un polimorfismo del gene COMT - la quale funzione primaria è quella di favorire la degradazione della dopamina che aiuta a generare le sensazioni piacevoli che rinforzano i comportamenti positivi e motivano la persona ad agire in determinati modi per ottenere una ricompensa - aumenti il rischio di comportamenti aggressivi, violenti e suicidari. Taluni geni quindi, altererebbero la struttura e la funzionalità cerebrale e tali alterazioni predisporrebbero l’individuo al comportamento antisociale. In questo modo, viene meno l’immagine dell’io come entità cui imputare consapevolezza e responsabilità. Attraverso le prove scientifiche si vuole provare che se un soggetto ha delle disfunzioni mentali, tali da renderlo incapace di intendere e di volere, nel momento in cui compie un delitto non è lui a compierlo, ma il suo cervello.

Secondo Amanda Pustilnik il neurodiritto implica quattro tesi:
-Il cerebralismo. Il cervello è il livello al quale comprendere le condotte oggetto di diritto;
-Il localizzazionismo. Determinate condotte criminali sorgono causalmente dalla disfunzione di un’area del sistema nervoso;
-Il revisionismo. La presunzione di libertà e sanità mentale non possono essere considerati senza tener conto dei risultati scientifici;
-L’alterizzazione. Dato che molte azioni punibili dal diritto nascono da disfunzioni cerebrali, le persone che commettono tali atti sono biologicamente differenti dalle persone normali.

Abbiamo quindi una visione scientifica e una giuridica dell’uomo e del suo comportamento.

Secondo una visione scientifica, l’uomo si identifica nel suo cervello: egli è determinato nelle sue scelte, ovvero le sue azioni sono causate da leggi scientifiche che possono essere dimostrate empiricamente. Si dà grande importanza al ruolo delle emozioni, cosicché l’agire dell’individuo non gli può essere sempre attribuito, poiché potrebbe avere origine da azioni incontrollabili, ovvero da automatismi inconsci. Quindi si dà importanza all’evoluzione cerebrale dovuta anche ai cambiamenti ambientali e alle relazioni sociali. Il comportamento è “descritto” spiegandone la genesi e la persistenza: in definitiva l’ approccio scientifico si basa su concetti dimostrabili scientificamente e quindi contro-intuitivi. Secondo una visione giuridica, esiste un dualismo mente corpo: la mente sarebbe autonoma e l’io sarebbe il responsabile delle azioni. Ogni soggetto è libero e autodeterminato secondo un modello di “agentività cosciente”. Da ciò deriverebbe la responsabilità delle azioni di ogni soggetto che, quando è adulto e sano di mente, è libero e capace di porre sotto la propria signoria ogni scelta e solo eccezionalmente incapace di intendere e di volere.

Il diritto, inoltre, non si ferma a descrivere il comportamento, ma va oltre classificando l’azione come lecita o illecita attraverso un giudizio morale e un’attività “normativa”. L’approccio del diritto è di tipo “intuitivo” e fa affidamento su oggetti empiricamente non osservabili quali la mente o la coscienza. Scientificamente, quindi, si ha la frammentazione di un sé il quale non è unitario e stabile, bensì in continua trasformazione. Dalla visone scientifica viene infirmata l’idea dualistica cartesiana di mente-corpo e la contrapposizione tra res cogitans e res extensa: il corpo non può essere mosso da un’entità non fisica e materiale come la mente e danneggiando una parte del cervello viene meno una qualche capacità cognitiva. Attraverso l’effetto priming si è dimostrato come alcune nostre azioni possono essere inconsapevoli. L’effetto priming consiste nel fornire, senza che il soggetto ne abbia consapevolezza, un indizio contestuale; nell’indurre una facilitazione o un’inibizione rispetto a un compito successivo: l’individuo, influenzato, compirà, tra due possibili azioni, quella che gli è stata maggiormente indotta.

Si passa quindi dalla “psicologia ingenua”, basata sulle credenze o emozioni provate nella vita e che guidano le nostre azioni, alla “psicologia scientifica”, che, approcciandosi all’idea dell’evoluzionismo, fa prescindere le nostre scelte dalla nostra esperienza e dalla nostra evoluzione all’interno della società, cercando di dare così una spiegazione scientifica. La neuroscienza può dare un grande apporto grazie alla sua continua evoluzione. Essa, infatti, cerca sempre di superarsi attraverso teorie e supposti che tenta di dimostrare empiricamente: lo scopo ultimo di qualsiasi scienza è il progresso. Ma proprio perché essa è un continuo divenire, ciò che inizialmente può essere dato per vero successivamente potrà essere contraddetto da eventuali nuove scoperte: è questo il rischio di fare affidamento sull’empirismo. Così se molti giuristi sono concordi ad una stretta relazione tra scienza e diritto, dall’altro si sente il bisogno di usare molta cautela nell’utilizzo di certi risultati, la quale veridicità è ancora da dimostrare. Inoltre, non è detto che gli schemi giuridici siano sempre sbagliati quando contrastino con la scienza: non dobbiamo dimenticare che il diritto ha uno scopo e un linguaggio differente rispetto alla ricerca sperimentale.

Se, come abbiamo visto, la scienza tenta di dimostrare le proprie teorie e darle per vere con un approccio contro-intuitivo, il mondo giuridico cerca, attraverso i propri costrutti normativi, di regolare la vita sociale con un approccio intuitivo. Ciò che di certo vi è nel diritto è soltanto la legge e la sua applicazione, che, prendendo in considerazione l’uomo in quanto agente razionale e mosso dalle proprie credenze, desideri e intenzioni, ne detta i modelli comportamentali. Inoltre, se dal punto di vista giuridico un’azione può essere definita in termini di lecito/illecito, secondo il comune senso di giustizia, tale possibilità mancherebbe alla scienza, la quale, identificando l’area cerebrale interessata da cui scaturiscono certi comportamenti, non può dire se una tale attività neuronale sia giusta o sbagliata, poiché si approccia ad un modello descrittivo degli eventi. Esistono, pertanto, diverse correnti a riguardo: da un lato ci sono i moderati, che non negano l’importanza delle neuroscienze, ma non ammettono un loro apporto in campo giuridico, dall’altro i radicali, che ammettono l’innovazione delle neuroscienze nel campo normativo. Coloro che non accettano le acquisizioni neuroscientifiche nel campo del diritto, fanno forza sul fatto che non siano rilevanti in ambito giudiziario e giuridico: l’uomo continua ad essere visto come un agente razionale, mosso dalla proprie intenzioni che lo rendono responsabile giuridicamente e in nessun caso determinato dalle leggi fisiche dell’universo. A parere di Stephen Morse, allo stato attuale, le risultanze delle neuroscienze non sono adeguate a mettere in discussione la razionalità del soggetto, dal momento che solo alcune anomalie cerebrali annullano del tutto quella poca razionalità che è richiesta dal nostro sistema giuridico penale per addossare una responsabilità. Né un esame del soggetto, dopo il delitto, può dare la certezza che l’anomalia fosse presente nel momento della commissione del reato. Queste posizioni salverebbero, ammettendo il libero arbitrio, le basi del diritto: responsabilità, colpa e punizione.

Nel versante di chi accetta l’apporto neuroscientifico al diritto, vi sono coloro convinti che l’essere umano è la risultanza dei propri geni, genitori e idee: nessun soggetto è responsabile del proprio apparato biologico ed è immerso in un mondo determinato e incontrollabile che agisce sul comportamento tramite il cervello. Essi sono d’accordo con un diritto che non si basi sulla pena retributiva, ma su un sistema rieducativo con pene dissuasive ad hoc. Secondo una concezione “retributiva”, il reo merita di essere punito attraverso una pena che, in relazione al principio di proporzionalità, già si conosce nel quantum: si presume il libero arbitrio, poiché solo soggetti che abbiano agito liberi e in maniera intenzionale possono essere puniti. Secondo la concezione “consequenzialistica”, la pena è giustificata dai suoi effetti futuri, ovvero l’effetto deterrente e la messa in sicurezza della società attraverso il contenimento dei soggetti pericolosi: non presuppone il libero arbitrio. Le azioni criminali dipenderebbero dalla disfunzione di una qualche area cerebrale dimostrabile attraverso le note tecniche neuroscientifiche: il criminale è visto come un malato mentale che abbisogna di una cura e pertanto è inimputabile.

A conclusione del mio percorso posso affermare che gli esperimenti contrastanti, raccolti fino ad oggi, non sono capaci di spiegare se la mente abbia un’efficace causale sul cervello o sia un epifenomeno dell’attività cerebrale e che di conseguenza non è ancora possibile provare l’inefficacia causale della mente sulle decisioni umane e la negazione del il libero arbitrio, che, invece, risulta indispensabile, oggi più che mai, ad aumentare il senso di responsabilità dei consociati.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Le neuroscienze e la soggettività giuridica

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Informazioni tesi

  Autore: Antonio Castiglione
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Alessio Lo Giudice
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 139

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