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Il ruolo della donna nella Pubblica Amministrazione

Parità formale o sostanziale?

Il ruolo che hanno avuto le donne e il loro impiego all’interno dei Ministeri, degli Enti pubblici e in generale nel mondo lavorativo non è stato facilitato; a volte sono state persino discriminate, solo perché la tradizione ha sempre relegato il loro ruolo a quella di moglie e madre. Fin dall’inizio gli impedimenti sono stati notevoli e molteplici.

Una data importante per l’inizio del lavoro femminile fu il 1865, quando si ebbe l’ingresso della prima donna in qualità di commessa negli uffici postali, dipendenti all’epoca dal Ministro dei lavori pubblici; l’ostacolo che poteva mettere in pericolo una loro possibile assunzione era il requisito fondamentale richiesto: essere vedova o sorella nubile di un impiegato defunto.

L’assunzione di queste persone era anche un pretesto per evitare di elargire loro sussidi o altre agevolazioni. Questo permise all’Italia liberale di promuovere lo sviluppo del settore pubblico con bassi costi per lo Stato. Oltre al requisito appena detto, vi fu quello che poi condizionò l’impiego della donna in molti altri settori, cioè quello del nubilato.

Si accedeva senza concorso (per nomina del direttore di compartimento) e non vi era possibilità di carriera. Le retribuzioni erano basse rispetto a quelle degli uomini e fino al 1889 nessuna ebbe il titolo di “impiegata civile” o il diritto alla pensione, pur prestando giuramento come impiegati pubblici. Dopo l’Unita d’Italia il lavoro femminile era considerato come una necessità per far fronte all’incertezza dell’economia e alle ristrettezze alle quali le famiglie erano sottoposte.

Alla donna era preclusa qualsiasi possibilità di carriera imprenditoriale o d’alto profilo ed erano chiamate a svolgere lavori semplici come stenografa, dattilografa o centralinista. Nonostante le discriminazioni a partire dal biennio 1874-1876 poterono accedere alle università (250 iscritte), licei ( 287 iscritte), istituti professionali ( 10000 iscritte ) e ginnasi (1178 iscritte). Il settore che accolse le prime laureate fu, nella Pubblica amministrazione, più precisamente quello del sistema bibliotecario nel 1889, con l’incarico di Sottobibliotecarie; le mansioni da svolgere erano relativamente semplici come catalogazioni, schedatura o lavori di statistica.

Nel 1901 su circa 13.000.000 d’italiane, le lavoratrici erano 5.148.107 e di queste 15.553 lavoravano nel settore pubblico e privato divise in questo modo: 12686 erano nella pubblica amministrazione e il restante 2847 in quello privato. Il censimento del 1911 quantificò un’ulteriore crescita del settore impiegatizio femminile, dai 15.553 a 52.286, pari all’11,6% degli occupati del settore.

Vi era stata quindi una lenta crescita della femminilizzazione degli uffici pubblici in ambiti anche nuovi e mai prima di allora caratterizzati dalla presenza di donne, come quello accademico. Si possono fare vari esempi in questo senso: la prima donna laureatasi in medicina fu Ernestina Paper, la quale dovette poi ripiegare sull’impiego offertole dalla direzione di Poste e Telegrafi di Firenze non avendo trovato nulla di più consono e che si attenesse al suo percorso di studi.

Altre figure di donne importanti furono: Lidia Poët e Teresa Labriola, entrambe laureate in Legge, con la differenza che la prima vide negarsi l’iscrizione all’Albo degli avvocati, mentre la seconda riuscì a diventare docente presso l’Università di Roma, dove nel 1901 inaugurò un corso di Filosofia che ebbe un boom di iscritti anche negli anni successivi. Nel 1908 si era avuta la nomina delle prime donne ispettrici agli Scavi e ai Musei: Emma Drimosi per la zona di Udine e la dott.ssa Maraviglia per il Museo preistorico kirneriano di Roma, nel 1910 della dott.ssa Morpurgo per il Museo di Villa Giulia di Roma.

Altri nomi sono quelli di Anna Maria Mozzoni, fondatrice del femminismo italiano o le prime donne a svolgere la professione di medico come Maria Montessori, Emilia Concorotti e Giuseppina Cattani. Un settore invece dove la figura femminile era considerata in modo più equo era quello degli Enti di beneficenza e assistenza, dove ricoprirono ruoli manageriali e dirigenziali e dove potevano decidere sugli stipendi, concorsi, ruoli o programmi delle varie associazioni. Il salto di qualità si ebbe quando fu loro riconosciuto il diritto di elettorato passivo, grazie a Francesco Crispi, permettendo loro anche di entrare nei Consigli di amministrazione delle istituzioni medesime.

Altro punto a favore delle donne fu l’introduzione nel mondo lavorativo della “macchina per scrivere”; questo strumento si rivelò utile per svolgere più rapidamente le mansioni che erano loro affidate, creando situazioni favorevoli anche allo svolgimento di corsi di formazione gratuiti, orientati ad un miglioramento del fattore lavorativo sia in termini di qualità che di efficienza. Agli inizi del 1900 l’unico dato certo era il lento aumento delle impiegate ( sia nel settore pubblico che privato), le quali erano relegate sempre in ruoli secondari e ai margini del struttura sociale, sempre in ragione del criterio di necessità e convenienza per lo Stato.

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Il ruolo della donna nella Pubblica Amministrazione

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Informazioni tesi

  Autore: Sara Bonelli
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi della Tuscia
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienza della Pubblica Amministrazione
  Relatore: Giovanna Tosatti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 46

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