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Il buio e lo squarcio. Figure della profezia in Montale

Poeti, profeti e sapienti

In realtà, con le proprie argomentazioni Platone sta recuperando un antico elemento antropologico della propria cultura: è stato appurato, infatti, che ai primordi della civiltà greca (ben prima della nascita della filosofia) le funzioni del poeta e dell’indovino si identificavano in figure stravaganti e semileggendarie di sapienti ispirati, ai quali era attribuito il potere di accedere a un sapere precluso ai comuni mortali.
Come ha osservato Jean-Pierre Vernant, nella mentalità ancestrale «indovino, poeta e saggio hanno in comune una facoltà eccezionale di vedere al di là delle apparenze sensibili; posseggono una specie di extra-senso, che apre loro l’accesso a un mondo normalmente proibito ai mortali», cioè alla cognizione di ciò che accade, è accaduto o accadrà in tempi e spazi remoti. La capacità sottostante all’azione di questi personaggi numinosi è insomma di tipo mantico: anche per la tradizione successiva, l’uomo che vede, e perciò sa, «tutte le cose presenti, passate e a venire» è in primo luogo l’indovino.

Perciò, come argomentato da Gregory Nagy, in origine il termine μάντις dovette designare, più che il semplice vaticinatore, un’indistinta personalità poetico-profetica, analogamente a quanto accadeva in altre lingue indoeuropee come il latino, che aveva vates.

La separazione tra poeta e indovino sembra essersi compiuta, almeno sul piano terminologico, già all’inizio della letteratura greca: ci si riferisce infatti a queste figure rispettivamente con le parole ἀοιδός (‘cantore, aedo’) e μάντις o κῆρυξ (‘messaggero’). Nondimeno, tracce della precedente fase di indistinzione affiorano con tutta evidenza nell’immagine omerica dell’aedo e nell’autorappresentazione esiodea, che continuano ad assegnare al poeta la funzione di “veggente”.
Il cantore odisseico è infatti raffigurato come un uomo che, per ispirazione divina, accede alla conoscenza degli eventi del passato che poi diventano materia del suo canto (la cecità di Demodoco e dei veggenti in generale, sulla quale tornerò, è simbolo di una visione non ordinaria, chiusa sul visibile e aperta sull’invisibile); Esiodo, invece, ritiene di aver ricevuto dalle Muse il dono di vedere anche il futuro, proprio come un μάντις:

[…] le figlie del grande Zeus, abili nel parlare,
[…] come scettro mi diedero un ramo d’alloro fiorito,
dopo averlo staccato, meraviglioso; e m’ispirarono il canto
divino, perché cantassi ciò che sarà e ciò che è,
e mi ordinarono di cantare la stirpe dei beati, sempre viventi;
ma esse per prime, e alla fine, sempre.


Quello della Teogonia è a tutti gli effetti un messaggio divino e sapienziale espresso poeticamente, cioè secondo gli schemi ritmici che veicolavano anche i vaticini dei profeti: secondo l’ideologia che ne guida la composizione, infatti, «divulgando ciò che si cela nelle profondità del tempo, il poeta reca, nella forma stessa dell’inno, dell’incantesimo e dell’oracolo, la rivelazione d’una verità essenziale, che ha il doppio carattere d’un mistero religioso e d’una dottrina di saggezza».
Gli oracoli dell’antica Grecia – ricordavo sopra – erano solitamente espressi in versi; in particolare, quelli della Pizia delfica, che si credeva ispirata da Apollo, giungevano all’orecchio o all’occhio dei fedeli nella forma dell’esametro dattilico. Sempre in esametri erano scritte le profezie delle Sibille, anch’esse donne che vaticinavano freneticamente, e, in età successiva, i cosiddetti oracoli “teurgici”, opera di maghi (teurghi, appunto) che si dicevano capaci di animare i simulacri degli dèi affinché divinassero. Poiché la teurgia è un fenomeno che appartiene al tardoantico, si può constatare che l’associazione tra metrica e profezia si conservò e continuò a operare nella cultura pagana fino a un’epoca piuttosto avanzata, in cui gli intellettuali erano già venuti a contatto con la “poesia” oracolare della Bibbia. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il buio e lo squarcio. Figure della profezia in Montale

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Informazioni tesi

  Autore: Edoardo Cintioli
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scuola di Lettere e Beni Culturali
  Corso: Italianistica, culture letterarie europee e scienze linguistiche
  Relatore: Stefano Colangelo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 142

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