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Raccontare la disabilità nel quotidiano: stigma, cura, giustizia

Raccontare la disabilità - La biografia

Tutte le persone che raccontano la disabilità lo fanno perché ritengono che scrivere sia importante per guardare questa realtà da una nuova prospettiva, e quindi, seppure in seconda battuta, per combattere lo stigma.

Credo che si possano distinguere essenzialmente due modalità di racconto: quello biografico e quello autobiografico. A mio modo di vedere il secondo assolve meglio a questo compito. Infatti, gli autori di biografie esprimono un punto di vista esterno, sebbene in diverso grado. Sarà infatti maggiormente esterno quello dell'«altro generalizzato» piuttosto che quello del «saggio».

Non solo: ritengo sia possibile notare che il primo è più incline a ricercare una presunta originalità in ciò che scrive. Prima di dedicarmi all'autobiografia, mi soffermerò innanzitutto su un esempio di biografia, anzi di raccolta di biografie di persone disabili, E li chiamano disabili. Storie di vite difficili coraggiose stupende, dell'ex giornalista sportivo Candido Cannavò. Egli stesso afferma che il suo libro non è «un viaggio scontato nelle angustie, nei problemi e nel dolore, ma bensì [vuole andare] alla ricerca delle meraviglie del mondo dei disabili. Orgoglio, capolavori, magie, imprese, colpi di genio. Un viaggio [...] per capovolgere il granitico teorema di un' emarginazione, di una condanna civile conclamata dalle abitudini, dalle convenzioni sociali, dall'incultura» (p. 6).

In realtà penso che le modalità con cui Cannavò ci fa entrare nel mondo della disabilità abbiano lo stesso effetto dell'antropologia, così come la intende Gayatry Ch. Spivak. La filosofa indiana infatti sostiene che l'antropologo non è mosso da un reale interesse per ciò che studia, ma che si limita a intervistare i nativi che conoscono la sua lingua (detti appunto “informanti nativi”), e che quindi possono agevolmente informarlo sugli usi e i costumi di quei luoghi; facendo questo però egli opera quella che Lacan definisce «forclusione», azione che consiste nel mostrare solo una parte della realtà esaminata, ben sapendo che una fetta consistente di essa resterà nell'ombra (Spivak 1999, p. 129).

Lo stesso Cannavò dichiara sin dalle prime pagine, che «[gli] viene il sospetto di aver forzato l'impegno, di aver cercato tra i disabili i campioni capaci di un'impresa provocatoria» (Cannavò 2005, p. 7). È pur vero che egli precisa che «[...] il pensiero si rivolge anche alla moltitudine che, lontana da ogni clamore, realizza l'impresa più grande: quella di vivere dignitosamente, giorno dopo giorno» (ivi), ma personalmente ritengo che quello che rimane più impresso dell'intero libro sia il fatto che propone storie di «superdisabili».

Se la realtà è questa, si può ben dire che il libro di Cannavò è un tentativo riuscito a metà di fare teoria sulla disabilità, almeno secondo il pensiero del critico e teorico della letteratura Jonathan Culler, per il quale «la teoria è una critica del senso comune, di concezioni ritenute naturali» (Culler 1997, p. 34). Dico questo perché, se da un lato, come ho mostrato, l'ex giornalista sportivo vuole mettere in secondo piano il lato buio della disabilità, dall'altro commette l'errore opposto: ovvero, per così dire, egli ne offre un ritratto un po' troppo ottimistico.

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Informazioni tesi

  Autore: Loretta Del Tedesco
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Sergia Adamo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 73

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