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La Stampa rossa a Genova (1945-1953). Le carte Adamoli

Radio San Giorgio: un modello di controinformazione

Trattando di giornali di fabbrica, o più in generale di informazione e cultura in fabbrica, possiamo illustrare un caso concreto, seppure insolito per gli anni Cinquanta. Tra le "battaglie operaie" più emblematiche dell’epoca, l'autogestione della San Giorgio nella primavera del 1950 segna l'apertura di un periodo di infuocate di vertenze e occupazioni: rappresenta inoltre il primo caso di controinformazione autogestita, svolta attraverso la creazione di una redazione operaia autonoma. Gli operai della San Giorgio non erano nuovi alla mobilitazione politica: durante la seconda guerra mondiale, mentre la fabbrica produceva meccanismi di precisione per esercito, marina e aeronautica, si consolidava al suo interno un esteso gruppo antifascista, che coordinò azioni di opposizione e organizzò il "soccorso rosso" a favore delle brigate internazionali e la raccolta di fondi a sostegno delle famiglie di detenuti, feriti e caduti di guerra. Nel dopoguerra la San Giorgio fu la prima azienda meccanica genovese a subire i piani di ristrutturazione di Finmeccanica quando la holding - a capo di 50 stabilimenti e oltre 88 mila dipendenti - si adoperò per la riorganizzazione delle imprese controllate seguendo criteri di razionalizzazione e ridimensionamento degli organici. La vicenda dell'occupazione della San Giorgio resta emblematica per alcuni aspetti: essi, come vedremo, in parte riguardano la rivendicazione del diritto di informazione; ma è significativa la capacità degli occupanti di guadagnare il sostegno della popolazione del Ponente genovese, attraverso forme di coinvolgimento dei cittadini e dialogo con le istituzioni, locali e nazionali. Alla base di tale alleanza stava soprattutto l’omogeneità sociale della comunità sestrese e del ponente operaio genovese, legati dai valori già acquisiti diffusamente dell'antifascismo, della Resistenza, del riscatto sociale dei ceti deboli; ma durante l'occupazione, attorno agli operai senza stipendio da settimane, si costituì una concreta rete di solidarietà, alimentata anche dal capillare lavoro di propaganda della sinistra genovese.

"Dalla fabbrica che lavora senza direzione si procede alla costruzione, temporanea ma efficace, di un insolito blocco stretto attorno ad una specie di gramsciana "casamatta". Nascono i comitati delle mogli, delle figlie, degli studenti, dei pensionati, dei bimbi, comitati di iniziative nel territorio, nelle scuole".

L'avvio dell'occupazione - a sostegno di tredici operai ingiustamente licenziati e in risposta alla serrata dell'azienda da parte della direzione - coincide con l'entrata in scena del neo-amministratore, l’Avv. Federico Nordio, che con i suoi primi provvedimenti aveva frenato la divulgazione di informazione politica all'interno dello stabilimento. Le restrizioni prevedevano: l'eliminazione di ogni informazione politica nelle aree dell'azienda e il divieto di divulgare volantini e di diffondere giornali di partito: si consideri che "L'Unità" e "l'Avanti" erano affissi regolarmente in bacheca in fabbrica e le 43 cellule del PCI presenti, a cui aderivano 3500 operai attivisti, attuavano una diffusione capillare. Inoltre, Nordio ostacolò le riunioni degli "esperti di reparto" (i delegati sindacali) bollandole come "condizioni di illegalità interne causate dai lavoratori".

In risposta alla serrata dell'azienda da parte della Direzione, gli operai occupano lo stabilimento:

"Per 80 giorni, dal 4 febbraio al 24 aprile [1950, ndr], tecnici, operai, impiegati restati al proprio posto - nella misura del 94% di operai e 70% di impiegati - danno vita alla nuova esperienza dell'autogestione con la prosecuzione normale della produzione, fenomeno mai visto prima, almeno per le dimensioni dell'azienda e la complessità delle 300 lavorazioni da terminare".

Dopo un primo momento di sbigottimento, sottolineato dai "titoli a cinque colonne" dei quotidiani locali e nazionali, la conferenza stampa organizzata dai rappresentanti dei lavoratori per il 9 febbraio è disertata dai giornalisti "indipendenti": vi partecipano solo i corrispondenti de "L'Unità" e de "Il Lavoro", che hanno così la possibilità di visitare i reparti della fabbrica e di constatarne le penose condizioni. "L'Unità", in accordo con la propria missione, seguiva la lunga vertenza quotidianamente, anche attraverso la partecipazione attiva dei suoi giornalisti in piazza, mentre "Il Secolo XIX" se ne occupò con toni da crociata, in difesa del padronato. Il quotidiano mantenne tale atteggiamento fino allo sciopero di solidarietà ai sangiorgini organizzato dai portuali, il 3 marzo successivo: da quel momento, raccogliendo la preoccupazione della borghesia cittadina impegnata nei traffici marittimi, ritornò a parlare della vertenza, assumendo una posizione conciliatrice tra le parti e pubblicando i comunicati dei lavoratori.
[…]

Radio San Giorgio si fondava sull'esperienza di Radio Scintilla (che nella primavera del 1946 aveva sostenuto la campagna per la scelta repubblicana): l’esigua squadra "incaricata all'autogestione informativa" produceva una rassegna stampa, due edizioni quotidiane per le notizie, alle 10 e alle 17, e il "bollettino quotidiano dal fronte di lotta" con comunicazioni delle Commissioni interne e del Comitato di gestione.

"L'ascolto dei radiogiornali [attraverso gli altoparlanti montati nel cortile esterno, ndr] diventa appuntamento per centinaia di sestresi (…); il radiogiornale diviene un fenomeno partecipativo. Corrispondenti improvvisati informano su eventi interni, quali l'andamento produttivo; altri collaboratori raccolgono le notizie esterne sulla solidarietà (scioperi, sottoscrizioni, adesioni). I redattori centrali organizzano, con anticipo di anni, la rassegna stampa; invitano esponenti delle istituzioni per interviste in diretta".

Le trasmissioni e i testi dei bollettini quotidiani divennero anche fonte per i giornali tradizionali. Dopo la visita del sindaco Adamoli allo stabilimento e la discussione della vicenda in consiglio comunale, "L’Unità" si mobilitò per organizzare una campagna di diffusione straordinaria, con l’obiettivo di informare tutta la cittadinanza sull'andamento della vertenza.

L’apice delle tensioni fu lo sciopero dei metalmeccanici del 7 marzo, al cui corteo parteciparono 100 mila genovesi; la foto dello striscione simbolo della manifestazione, dipinto dall'operaio-pittore istriano De Brevi, con lo slogan "Qui si difende l'Italia", resta una delle immagini più emblematiche delle lotte sindacali degli anni Cinquanta, a sottolineare la continuità delle lotte produttiviste con la Resistenza.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La Stampa rossa a Genova (1945-1953). Le carte Adamoli

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Informazioni tesi

  Autore: Deborah Tolomeo
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Marina Milan
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 169

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