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Correlazione tra eventi critici di evasione e suicidio. Analisi e relativi interventi di Polizia Giudiziaria

Sindrome da Burnout e Polizia Penitenziaria

Il fenomeno dei suicidi non riguarda solo la popolazione detenuta ma anche il personale preposto alla vigilanza, per cui è importante descrivere l’ambiente lavorativo al fine di avere una lettura completa del contesto socioculturale in cui si opera. In un unico ambiente rappresentante oggettivamente il primo baluardo della legalità, opera un esercito di uomini e donne i quali interagiscono e si imbattono quotidianamente con individui che il più delle volte hanno fatto dell’illegalità uno stile di vita. Operatori che giornalmente condividono la struttura penitenziaria e le sue varie problematiche interne, con i detenuti ivi ristretti e relativi disagi e complicazioni che ne conseguono, le quali si riversano inevitabilmente sul personale che vi è costantemente a contatto.

Di conseguenza per il personale di Polizia Penitenziaria, oltre alle predette problematiche, si aggiunge il disagio riconducibile al sovraffollamento della popolazione detenuta, che è composto da 1/3 da soggetti stranieri di varie etnie, il che comporta non poche difficoltà dovute molto spesso a problemi di comunicazione e incomprensione, ad usi e costumi diversi fra loro e diversi dal territorio in cui si trovano, nonché problematiche legate alla gestione di soggetti tossicodipendenti. In relazione alla tipologia dei detenuti stranieri, nei confronti degli stessi si rende necessaria un’attività di osservazione ancora più attenta posta in essere dal personale operante, al fine di captare segnali e indicatori di radicalizzazione che, per un discorso di elusione, sono in continua evoluzione e/o dissimulazione di atteggiamenti e comportamenti che caratterizzano i c.d. profili a rischio.

Si aggiungono inoltre le attività straordinarie e complesse relative ad eventi critici, nonché a difficoltà oggettive rappresentate dalla mancanza di risorse economiche adeguate. Tutte queste criticità incidono inevitabilmente sul personale di Polizia Penitenziaria che col tempo subisce un rimodellamento soggettivo delle proprie attitudini personali. Tutto ciò, comunque, concorre a costruire il bagaglio di esperienza lavorativa, che ogni singolo poliziotto penitenziario vive nel corso della sua carriera professionale. Non da ultimo spesso manca il riconoscimento professionale a cui aspirano gli agenti, i quali ambiscono ad essere riconosciuti quali operatori attivi, in un’ottica di mediazione e sensibilizzazione tra i bisogni dei detenuti ed il regolamento dell’Istituto, e non come meri esecutori di ordini. È opinione consolidata che il lavoro in carcere della polizia penitenziaria è quello meno apprezzato fra le forze dell’ordine, oltre ad essere il meno conosciuto dall’opinione pubblica che sottostima ogni sforzo lavorativo degli agenti.

In definitiva il carcere è una comunità con le sue regole ed i suoi ritmi nella quale debbono necessariamente coesistere i detenuti, la polizia, il personale addetto al trattamento e quello sociosanitario.
Un miglioramento delle condizioni lavorative della Polizia Penitenziaria potrebbe essere auspicabile solo se venissero attivate alcune variabili: miglioramenti strutturali negli ambienti di lavoro, interventi a sostegno del disagio psicologico degli agenti, formazione professionale continua ed anche interventi legislativi che apportassero una limitazione del sovraffollamento. Presupposti questi che potrebbero incidere positivamente sulle condizioni di depersonalizzazione e disagio, che il personale vive all’interno dell’organizzazione, di conseguenza ne risentirebbe positivamente anche l’attività di vigilanza ed espletamento dei compiti istituzionali stabiliti dall’art. 5 della Legge 395/90. È opportuno sottolineare l’esistenza di una certa difficoltà a denunciare pubblicamente il proprio stato di disagio, addossando spesso eventuali suicidi degli operatori di polizia, a cause esterne all’organizzazione, facendoli ricondurre a problematiche in seno alla famiglia, provocate eventualmente dalla lontananza, dall’indebolimento dei legami sociali, affettivi ed amicali, mentre ufficialmente appare debole il legame con un disagio connesso a problematiche organizzative o comunque in stretto rapporto con il lavoro. Tali variabili emotive, comunque riconducibili alle esigenze dell’ambiente lavorativo, unitamente alle altre criticità intrinseche all’organizzazione, inevitabilmente incidono sulle capacità e attitudini individuali per la loro gestione, creando una condizione di disagio e logoramento stressogeno complesso. Esso si manifesta spesso con esaurimento emotivo, depersonalizzazione e da una ridotta realizzazione personale. Resta comunque un fatto assodato; il numero dei suicidi di poliziotti penitenziari negli ultimi quindici anni è di 128.

Si può parlare quindi di “sindrome da burnout”. Preso atto che non derivi da predisposizioni genetiche o personalità depressa e, tanto meno, da mancanza di ambizione, le cause riconducibili allo stato di burnout sono quindi da ricercare nell’influenza reciproca tra soggetto e contesto lavorativo ossia: personalità dell’individuo, struttura dell’organizzazione in cui lavora, tipo di attività svolta e utenza intesa come popolazione detenuta di cui si occupa.
Sembra esserci un’assonanza tra la circolare DAP che istituisce il servizio “Nuovi Giunti” e la circolare GDAP 0266119 del 16/70/2012, che impartisce istruzioni per l’inserimento lavorativo del personale di Polizia Penitenziaria neoassunto, una relazione dettata una presa di coscienza delle realtà esistenti interne alle carceri e dalle difficoltà oggettive che gli operatori devono affrontare quotidianamente.

Nel dettaglio con tale circolare, a seguito di precedenti sperimentazioni positive relativi ai processi di socializzazione lavorativa, si è voluto definire un modello per “l’inserimento assistito” in ambiente lavorativo del personale appena assunto, al fine di diminuire la percezione di burnout nelle sue varie forme, ridurre l’intenzione di abbandonare l’Amministrazione, facilitare l’integrazione relazionale e non da ultimo favorire la condivisione degli obiettivi istituzionali. La figura cardine individuata per introdurre il neoassunto nell’ambiente lavorativo è quella del “facilitatore”. Lo stesso viene individuato, con incarico formale, tra il personale appartenente al ruolo sovrintendenti e/o ispettori e, che abbia requisiti di tipo professionali, relazionali e motivazionali.
Indubbiamente si tratta di una lodevole iniziativa, come lo è stata l’istituzione del numero help line dedicato al burnout e rischio suicidio negli operatori penitenziari. Un primo passo per limitare le condizioni di disagio e di disorientamento, per chi è in procinto di entrare in un ambiente lavorativo difficile come quello del carcere ma, purtroppo, poco allevia le esigenze del personale più anziano come dimostra l’elevata età lavorativa in cui avvengono i suicidi.
In relazione a tale problematica si evidenzia che da una indagine conoscitiva effettuata presso la Procura della Repubblica di Cosenza, nelle aliquote di polizia operanti nella relativa sezione di Polizia Giudiziaria, in occasione del tirocinio di polizia giudiziaria presso le Procure disposto dal programma del corso in itinere, si è avuta la contezza che per tutte le forze di polizia operanti sul territorio nazionale ovvero Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, è vigente un presidio psicologico dedicato al disagio del personale sia in caso di singole necessità che su segnalazione. Il personale di ogni forza di polizia ha quindi la possibile fruire di una consulenza psicologica individuale, presso uno sportello messo a disposizione della ASL ubicato nei distretti regionali.
In particolare per la Guardia di Finanza, dalle informazioni ricevute, sono predisposti incontri obbligatori periodici di gruppo che avvengono nei capoluoghi di provincia al fine di esporre problematiche lavorative e non solo. Viene spontaneo ed inevitabile non paragonare la predetta realtà con la quasi assenza di interventi destinati al personale di polizia penitenziaria, se non sporadiche iniziative di carattere regionale, al fine di mitigare il fenomeno del disagio psico-fisico accertato. Soprattutto in riferimento al personale operante in ambienti detentivi, a differenza delle altre forze dell’ordine, essi convivono ed assorbono quotidianamente il malessere, i problemi e le richieste di personalità difficili sottoposte a misure detentive.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Correlazione tra eventi critici di evasione e suicidio. Analisi e relativi interventi di Polizia Giudiziaria

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Informazioni tesi

  Autore: Santo Tunnera
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Corso di Formazione per Ispettori di Polizia Penitenziaria
Anno: 2019
Docente/Relatore:
Istituito da: Scuola di Formazione e Aggiornamento per il Personale del Corpo di Polizia e dell'Amministrazione Penitenziaria
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 38

FAQ

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