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La stimolazione magnetica transcranica applicata allo studio e alla riabilitazione della malattia di Alzheimer

Terapia farmacologica per il decadimento cognitivo causato dall’AD

Le varie manifestazioni cliniche con cui si manifesta l’AD riflettono un deficit generalizzato dei sistemi neurotrasmettitoriali, ma nel corso degli anni si è percorsa strada principalmente l’ipotesi che nella patogenesi della malattia sia centrale la scarsa funzionalità del sistema colinergico. Nel corso degli anni i ricercatori hanno assodato la presenza di una riduzione dell’acetilcolina nell’AD (si veda cap. II par. 3.1), di conseguenza la terapia dell’AD si basa sulla somministrazione di sostanze che possano ripristinarne i livelli fisiologici. Purtroppo questi farmaci non curano la malattia, ma possiedono un discreto effetto nel rallentare la progressione della sintomatologia cognitiva (Giusti e Surdo, 2004).

I farmaci inibitori delle acetilcolinesterasi (AChe-I) rappresentano sono l’unica terapia farmacologica (insieme alla memantina) approvata dalla comunità scientifica internazionale, il meccanismo d’azione di queste sostanze si basa sull’inibizione dell’enzima che catabolizza l’acetilcolina, in questo modo si ottiene un aumento dei livelli di acetilcolina nello spazio sinaptico (Deutsch, 2000). In Italia i principali farmaci inibitori dell'acetilcolinesterasi, utilizzati nella terapia dell’AD, sono: la tacrina, il donepezil e la rivastigmina. Il donepezil è considerato il trattamento farmacologico di prima scelta in quanto, a differenza degli altri, è somministrabile in unica dose giornaliera e perché, a differenza della tacrina non determina effetti di epatotossicità.

In generale l’effetto di questi farmaci consiste nel migliorare le funzioni cognitive, rallentare il decadimento cognitivo e possono anche avere effetti positivi sull’inerzia e la depressione che colpisce i pazienti con AD lieve o moderata (Mariani e Clerici, 2006). Si ritiene che questi farmaci siano efficaci anche sui sintomi comportamentali. Purtroppo, questi farmaci sono indicati solo per le forme lievi e moderate di AD. Inoltre non tutti i soggetti rispondono al trattamento, mentre, nei pazienti che rispondono al trattamento, l'uso degli inibitori dell'AChe-I rallenta il decorso naturale della malattia di circa 7-12 mesi (Macchi, 2005). Più di recente, si è ipotizzato che la degenerazione neuronale induca un aumento rilascio di glutammato, un neurotrasmettitore eccitatorio, con effetti tossici sulle cellule cerebrali (si veda Cap. II, par. 3.1).

Quest’ipotesi ha portato al ricorso di farmaci che agiscono sul sistema glutamatergico, come la memantina, antagonista del recettore NMDA. La memantina è indicata nelle forme avanzate di AD, gli effetti di questo farmaco sono duplici: da un lato protegge le cellule nervose dall’eccesso di calcio causato dagli elevati livelli di glutammato, dall’altro migliora le performance cognitive e ha effetti positivi sui disturbi comportamentali (Reisberg, 2003). La ricerca è fortemente impegnata nella ricerca di molecole e sostanze da usare nella terapia dell’AD. In questi anni sono state proposte diverse ipotesi di intervento farmacologico, tra i diversi principi attivi proposti per il trattamento dell’AD, i principali sono: gli estrogeni, i farmaci antiinfiammatori non steroidei (FANS), gli antiossidanti. Nonostante gli sforzi, i risultati delle ricerche non sono completi e/o i risultati sono contraddittori, per cui allo stato attuale non sono inseriti nei protocolli terapeutici.

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La stimolazione magnetica transcranica applicata allo studio e alla riabilitazione della malattia di Alzheimer

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Informazioni tesi

  Autore: Ilenia Stincone
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Psicologia Clinica - indirizzo neuropsicologico
  Relatore: Massimiliano Oliveri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 150

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Parole chiave

riabilitazione
alzheimer
demenze
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interventi psicosociali per l'alzheimer
eziologia dell'alzheimer
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