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Ulisse e l'avventura nell'Odissea di produzione Rai (Franco Rossi 1968)

Ulisse e il genere dell'avventura

La questione dei generi è alquanto delicata, e come ci insegna Rick Altman, sia la definizione di cosa sia un genere, sia la decisione di che tipo di opere far rientrare in una determinata categoria di genere piuttosto che in un'altra e secondo quali criteri, è stata estremamente varia e mutevole nel corso dei secoli.
Inoltre l'ascrivere un'opera a un particolare genere risulta spesso riduttivo, poiché, limitandoci anche soltanto al cinema, il moltiplicarsi di sottogeneri e di ibridazioni ha dato vita a un'infinità di classificazioni, al punto da far dubitare, talvolta, della necessità e dell'utilità di tali distinzioni e ripartizioni.
Ma, si sa, per parlare di qualcosa abbiamo bisogno di dargli un nome, di definirlo, di farlo rientrare nell'ambito - nel genere appunto - di qualcosa che già conosciamo. Ed è così che, se non altro a un primo sguardo, l'Odissea prodotta dalla Rai nel 1968, appare, oggi così come agli spettatori e alla critica dell'epoca, ascrivibile alla categoria dei film d'avventure. Riguardo al personaggio di Ulisse in particolare, già allora il pubblico si espresse in termini molto positivi, e lo definì come un esempio di coraggio, anche se non come un modello che potesse essere valido nella vita di tutti i giorni; detto in altri termini: un modello, ma distante, impossibile da imitare nella realtà quotidiana.
Naturalmente la parola avventura riferita a un genere − letterario o cinematografico che sia − assume connotazioni diverse a seconda dei diversi ambiti storico-culturali in cui viene usata.
John Cawelty ci fornisce delle coordinate precise per individuare cosa caratterizzi il genere avventura. Innanzitutto egli individua l'esistenza di forme archetipiche, transculturali se non addirittura universali, alla base delle formule letterarie; queste ultime poi – se confrontate con quella che viene definita letteratura "seria" o "alta" − sono altamente convenzionali e chiaramente orientate verso forme di evasione, poiché i personaggi ci portano in un mondo più soddisfacente e appagante, nonché più eccitante, di quello in cui viviamo. Il fatto che le forme archetipiche si declinino in numerose formule evidentemente rispecchia interessi e bisogni psicologici basilari, e il loro studio può fornirci dei validi strumenti per la comprensione della psiche umana. Tuttavia tali formule non possono essere completamente avulse dalla realtà, pena l'incapacità di funzionare come strumenti di evasione: per questo motivo sono connesse a particolari culture o a un particolare pubblico, che ne determinano i confini e i limiti di credibilità da non oltrepassare.
Come si diceva tali formule sono orientate all'evasione e alla creazione di un mondo immaginario in cui trascendere dai limiti e dalle frustrazioni di quello quotidiano, per questo l'autore parla di moral fantasy, intendendo con questa espressione la creazione di un mondo del tutto simile al nostro, con la differenza che il protagonista, diversamente da ciò che accade nella realtà, risulta vittorioso davanti a ogni avversità. Accanto alla moral fantasy si può individuare l'esistenza di una physical o material fantasy, in cui il mondo immaginato è materialmente diverso da quello reale, ma personaggi e situazioni soggiacciono alle stesse leggi; una sorta di declinazione alternativa di moral fantasy, che, ci dice l'autore, è presente a diversi gradi in ogni formula narrativa, per cui la sua analisi ci permette di individuare le strutture alla base della narrazione. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Ulisse e l'avventura nell'Odissea di produzione Rai (Franco Rossi 1968)

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Informazioni tesi

  Autore: Manuela Frosali
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia, Critica e Produzione dello Spettacolo
  Relatore: Paola Valentini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 539

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