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L'impossibilità del negativo. Il problema del nichilismo in Fedor M. Dostoevskij

Informazioni tesi

  Autore: Antonio Spinelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Nicola Massimo De Feo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 266

Questa tesi focalizza l’attenzione su alcuni scrittori e filosofi che hanno svolto la propria attività di ricerca tra la seconda metà del secolo XIX e la prima metà del XX: Dostoevskij-Nietzsche-Camus. La linea che attraverserà e unirà l’analisi dei testi degli autori menzionati e dei testi critici intende seguire il solco formato da una domanda: un solco di cui non si è visto e non si vede il termine e che non finirà di essere tracciato; una domanda, a sua volta, che non trova una formulazione definitiva, ma che rimanda ad un complesso insieme di problematiche e che è il cardine della porta che il pensiero contemporaneo ha tentato di far diventare passaggio, ma che forse ha raggiunto solo la soglia, la “linea”. La storia è dunque quella del nichilismo, tracciata dai grandi personaggi dostoevskijani, dal pensiero di Friedrich W. Nietzsche e di Martin Heidegger, dalla filosofia vivente di Albert Camus.
Tuttavia se questo studio intende seguire la nascita e l’evoluzione di questa tematica, è ad un’altra problematica, strettamente connessa alla prima, che intende guardare più da vicino: quella delle possibilità che si aprono “oltre” la porta del nichilismo.
Il fulcro della questione si sposta così dal pensare e pensare a fondo il nichilismo e la sua storia, al vivere la nostra esistenza come questo pensiero, o meglio al tentativo di capirne le implicazioni nella nostra quotidianità. Per far ciò non bisogna distogliere lo sguardo dalla voragine apertasi nelle nostre vite, che oscillano tra il “furore” della domanda e l’angoscia della risposta.
E’ evidente, a questo punto, che il percorso non finisce su quell’orlo, “sulla linea” infinita che confonde orizzonti e imbrunisce la nostra razionalità. Quest'atteggiamento è la paralisi. Non basta prenderne atto come fosse un reperto, di cui sapere gli estremi per poi archiviarlo. Non basta ridurre i termini del problema a schemi prefissati, rimandarli a questioni affini, renderli solo un momento nella storia della filosofia. Il nichilismo non va normalizzato. Neppure il nichilismo va mascherato da filosofia inaccessibile.
La posizione che qui si assume è che il nichilismo vada vissuto e sperimentato personalmente, reso tempo e rottura del tempo, memoria e infinito schiudersi delle possibilità.
Sono queste stesse considerazioni che aprono lo studio ad un autore, filosofo, romanziere, drammaturgo, che dà alla nostra problematica la necessità di pensarsi nel movimento della vita. Di quest’autore, Albert Camus, seguiremo il percorso, attraverso le sue opere, per comprendere-scoprire il passaggio che ci porterà dalla critica nietzschiana, dalla “trasvalutazione di tutti i valori” all’analisi del nichilismo (dei nichilismi), alla “linea” heideggeriana fino al punto estremo di non-ritorno della possibilità di oltrepassare quella “linea”, di aprire la porta. Noi l’apriremo non perché riterremo conclusa e risolta la questione del nichilismo, ma perché riteniamo impellente decidere il da farsi per le nostre vite, piuttosto che stare in bilico sulla soglia, imbrigliati in un infinito ritornare sui propri passi del pensiero, sicuri che la risoluzione di andare oltre la porta non significhi raggiungere uno stato di certezze, ma rimanere ancora in errante equilibrio su un filo, l’unico percorso che si prospetta.
E’ innegabile che oltre all’interesse speculativo vi sia la concretezza di una domanda che ha nel vissuto le proprie radici: come vivere dopo aver raggiunto “la linea” del nichilismo? Quale rapporto con se stessi (troveremo interessante conferma di questo interrogativo e delle prime risposte ne Il mito si Sisifo di A. Camus), quale libertà, quale confronto con “l’altro” (anche qui una conferma e una risposta ne La peste e ne L’uomo in rivolta di A. Camus)? Può sembrare paradossale ma alcune risposte vanno cercate, prima che in Camus, in uno scrittore come Dostoevskij, che ha operato prima dello sviluppo del nichilismo, così come lo abbiamo conosciuto nell’ultimo Nietzsche e nel ‘900, ma che ne ha anticipato e criticato aspetti importanti. Guarderemo, a tal proposito, alla creazione letteraria in quanto pensiero che trova espressione nel movimento contraddittorio dell’esistenza, carico di possibilità e degli infiniti percorsi, della “carne” delle storie degli uomini. Vedremo emergere di volta in volta, come riferimenti della nostra ricerca, i personaggi creati da F. M. Dostoevskij nei suoi maggiori romanzi.

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1 I I NTRODUZI I ONE Nell’introdurre questo lavoro è bene tenere presenti quali sono i percorsi riflessivi, quali sono le domande, le questioni fondamentali che sono alla sua base. E’ inoltre estremamente utile dichiarare da subito i limiti e le parzialità dell’approccio di questo studio, affinché non solo si dia modo di esprimere una certa onestà intellettuale, ma anche si metta in risalto che sono limiti necessari al punto di vista di chi scrive in quanto esprimono, facendone parte, proprio quella filosofia del limite – limite ultimo del pensiero, limite ultimo della parola, limite ultimo della vita, limite ultimo della morale – che sarà oggetto delle pagine che seguiranno e che inevitabilmente si arricchisce di valenze ermeneutiche personali. E’ impossibile e dannoso, per una giusta comprensione di tutti gli aspetti, disgiungere quelle che si possono definire le due situazioni di partenza di questa come di qualsiasi altra ricerca. Da una parte il contenuto che nasce da una domanda veicolante il bisogno stesso di un cammino che verifichi le linee d’ombra del pensiero e della pensabilità: fin dove è possibile penetrare, fin dove l’interpretazione può dirsi soddisfacente e può dire di aver raggiunto una soluzione o invece debba, ed è questa la posizione che qui è adottata, enunciare il proprio essere costitutivamente “aperta” e quindi una non-soluzione. Dall’altra parte il discorso sulla composizione implicante consapevolezza critica e metodologica, dove è sottintesa la necessità di non forzare i testi al fine dell’assoluta dimostrabilità del proprio costrutto teorico. A ciò si aggiunga che questo stretto legame tra il carattere di non esaustività della interpretazione e quello di non totale penetrabilità dell’oggetto di studio finisce con il caratterizzare lo scritto per il suo, apparente, proseguire a vuoto. Ma veniamo all’argomento

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