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La normativa comunitaria sul trasferimento d’impresa e l’apporto interpretativo della Corte di giustizia

Estratto della Tesi di Maria Tuttobene

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8 98/50 aveva introdotto una nuova disciplina dei trasferimenti di impresa attuati nell’ambito di procedure concorsuali o in presenza di crisi aziendali (art. 4-bis). La rivisitazione della precedente direttiva aveva inoltre toccato le disposizioni finali della stessa: in particolare, a rafforzamento della clausola di maggior favore contenuta nell’art. 7, era stata riconosciuta ai legislatori nazionali, oltre alla facoltà di introdurre disposizioni legislative, regolamentari o amministrative migliorative per i lavoratori, la quale restava (e tuttora resta) intatta, anche la possibilità di consentire e addirittura incoraggiare “l'applicazione di accordi collettivi o di accordi tra le parti sociali più favorevoli ai lavoratori” (art. 7). Inoltre la novella del ‘98, sulla scia delle precedenti pronunce della Corte di Giustizia che sottolineavano la necessità di sanzionare adeguatamente l’eventuale violazione degli obblighi gravanti sui datori di lavoro 50 , e in virtù dello stesso art. 5 del TCEE 51 (divenuto poi art. 10 TCE, abrogato dal Trattato di Lisbona e sostituito, nella sostanza, dall'articolo 3 bis, par. 3, del TUE, rinumerato 4, par. 3), aveva inserito nel vecchio testo comunitario una nuova norma finale: l’art. 7 bis. Quest’ultimo obbligava gli Stati membri ad introdurre nei rispettivi ordinamenti nazionali “i provvedimenti atti a consentire a tutti i lavoratori e ai loro rappresentanti, che si ritengono lesi dall'inosservanza degli obblighi derivanti dalla presente direttiva, di tutelare i loro diritti con un'azione in giudizio dopo eventuali ricorsi ad altri organi competenti”. Diversamente dalla direttiva di prima generazione, questa seconda direttiva era stata recepita nell’ordinamento giuridico italiano con una certa tempestività, apportando tramite il D. Lgs. 50 Si fa qui riferimento alla sent. Corte di giustizia 8 giugno 1994, causa 382/92, Commissione delle Comunità europee contro Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, in Racc., 1994, pp. 2435 ss. (punto 55 della motivazione), ove i giudici di Lussemburgo hanno ricordato che gli Stati membri “pur conservando un potere discrezionale in merito alla scelta delle sanzioni, devono vegliare a che le violazioni del diritto comunitario siano sanzionate, sotto il profilo sostanziale e procedurale, in termini analoghi a quelli previsti per le violazioni del diritto interno simili per natura e per importanza, e che in ogni caso conferiscano alla sanzione stessa un carattere di effettività, di proporzionalità e di capacità dissuasiva”. Nel caso di specie la Corte ha condannato il Regno Unito appunto perchØ “… omettendo di comminare sanzioni efficaci in caso di mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori da parte del datore di lavoro, è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti a norma della direttiva e dell' art. 5 del Trattato CEE”. 51 Il citato articolato imponeva, infatti, ai legislatori nazionali di adottare tutti i provvedimenti necessari a garantire la portata e l’efficacia del diritto comunitario. Così il testo dell’art. 5 del TCEE recitava letteralmente: “Gli Stati membri adottano tutte le misure di carattere generale o particolare atte ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dal presente Trattato ovvero determinati dagli atti delle istituzioni della Comunità. Essi facilitano quest’ultima nell’adempimento dei propri compiti. Essi si astengono da qualsiasi misura che rischi di compromettere la realizzazione degli scopi del presente Trattato”.
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La normativa comunitaria sul trasferimento d’impresa e l’apporto interpretativo della Corte di giustizia

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Tuttobene
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze delle pubbliche amministrazioni
  Relatore: Mariapaola Aimo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 231

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