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Durban: la città marginale. Morfogenesi di un modello insediativo

Estratto della Tesi di Giulio Porcu

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9 8 Il caso sudafricano e l’urbanistica di stampo Apartheid 20-21- Fonte:Rai Storia, (Videodocumentario) Apatheid:Le origini, 1989; 22- Colin Marx e Sarah Charlton, “The case of Durban, South Africa”, 2002; 23-24-Fonte:Rai Storia, (Videodocumentario) Apatheid:Un nuovo ordine, 1989; 25-26- Errol J. HAARHOFF , “Appropriating modernism: Apartheid and the South African township”, 2011; 27-28- 29- Errol J. HAARHOFF , “Appropriating modernism: Apartheid and the South African township”, 2011; prensione dei processi formativi della città informale rappresenta la base per poter in- fluire su questi mediante il progetto. Per non eccedere in generalità, e posto che ci si pone come obbiettivo il progetto della città mediante lo sviluppo di un nuovo mo- dello insediativo, tale tipo di analisi verrà applicato alla realtà urbana di Durban, in Sud Africa, scelta come campo di studio per l’indagine morfologica della città infor- male e rappresentando una regione urbana che ben si presta alla ricerca sui temi sino- ra analizzati dal punto di vista teorico. Sul perché ed il come della lettura morfologica applicata alla realtà urbana di Durban si tor- nerà nel prossimo capitolo. Prima di passa- re allo studio formale di questa città è infatti necessario indagare alcuni aspetti legati alla questione dell’edilizia informale in Sud Africa e nello specifico a Durban. La questione della crescita informale della città in Sud Africa assume aspetti peculiari in quanto le tendenze generali di sviluppo degli slum, rilevate come comuni a molte re- altà del Sud del Mondo a partire dagli anni ’60, sono il risultato in questo caso anche di questioni politiche e sociali interne. Volen- doci focalizzare sugli aspetti della crescita urbana avvenuta a partire dalla seconda metà del secolo XXI ci si riferirà in questo caso alle politiche sociali di stampo Apar- theid portate avanti dal governo boero, su tutto il territorio sudafricano, a partire dal 1948 e sino ai primi anni ’90 (nel ’94 si regi- stra la caduta del regime Apartheid), trascu- rando le origini della segregazione razziale insite nei modelli di sfruttamento delle risor- se umane e territoriali già all’epoca delle pri- me colonizzazioni europee ( fu la Compa- gnia Olandese delle Indie Orientali a creare il primo insediamento stabile in Sud Africa nel 1652, quello che sarebbe in seguito di- ventato Città del Capo). 20 La storia moderna del Sud Africa è legata fortemente al governo Inglese e Boero (co- loni sudafricani di origine olandese) , inizia- to nella forma di sfruttamento mediante in- dustrie pesanti, alla fine del secolo XIX, con l’estrazione delle risorse minerarie, in primis diamanti e oro (1887 e 1888). 21 È a partire da questo periodo che si pongono le basi per uno sviluppo separato tra popolazioni europee e popolazioni autoctone, rappre- sentando queste il bacino di manodopera fondamentale per lo sviluppo industriale ad opera dei bianchi. Già agli inizi del XX seco- lo gli africani occupavano il 7% del territorio sudafricano, rappresentando però il 70% della popolazione del Sud Africa. 22 In segui- to alle guerre anglo-boere, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, e la formazione dell’U- nione Sud Africana, si istituzionalizzano le prime forme di sfruttamento delle popola- zioni Zulu, con l’imposizione di tributi legati al lavoro sui campi e nei giacimenti mine- rari. Nel 1910 alcuni intellettuali sudafricani pongono le prime questioni legate ai diritti delle popolazioni autoctone, registrando di conseguenza la nascita di una questione in- terna allo scontro politico tra Inglesi e Boeri, ove questi ultimi porranno da subito le basi ideologiche per la politica di segregazione razziale che sfocerà in seguito nel regime Apartheid. 23 Lo scoppio della seconda guerra mondiale portò un nuovo impulso alla industria ma- nifatturiera e delle armi, generando una migrazione di africani, senza precedenti, verso le aree urbane. In tal senso l’agen- da politica del governo boero, subentrato a quello inglese in seguito alle elezioni del 1948, fu segnata dal obbiettivo centrale del come organizzare uno sviluppo separato tra le comunità dei bianchi, di origine europea, e i neri e le restanti popolazioni autoctone. 24 L’urbanista Errol J.Haarhoff, in uno studio sui rapporti tra ideologia Apartheid e detta- mi del Movimento Moderno in urbanistica e architettura in Sud Africa, individua come fondamentale “il “problema” di come soddi- sfare la domanda di lavoro nero nelle aree urbane, e allo stesso tempo mantenere le città appannaggio e privilegio del capitale bianco” 25 , e la soluzione del governo boero sviluppata in due punti programmatici stra- tegici: “l’attuazione di un programma di edi- lizia di massa a basso costo nelle periferie urbane ed in zone designate come “nere”, e applicando la segregazione razziale per legge su tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica”. 26 Il programma di edilizia abitativa messo in atto dal governo fu giustificato con la costru- zione della città “moderna” e funzionale, e portò alla realizzazione formale della città Apartheid a partire dagli anni ’50. Un esem- pio concreto di questa pianificazione ci vie- ne mostrato ancora da Haarhoff, e riguarda il progetto di un’area insediativa a Reitz, nel 1951 (a lato). La carta ci mostra chiaramente come la divisione per “aree razzialmente omogenee” 27 si concretizzi in una pianifi- cazione funzionale di stampo moderno, in- fluenzata da “visioni pre-machine e garden city”. 28 La separazione delle aree residen- ziali e business areas dei bianchi, da quelle dei neri e delle industrie, avveniva median- te la creazione di cinture verdi e limiti fisici quali grandi strade o ferrovie, dovendo dare l’idea ai residenti bianchi di vivere in città separate dalle restanti popolazioni. I dettami della pianificazione urbana Apar- theid furono elaborati dal National Building Research, incaricato di sviluppare gli stan- dard per l’edilizia finanziata dallo Stato, ri- ducendo al minimo i costi. Le basi teoriche per lo sviluppo di tali standard vengono date da alcuni urbanisti sud africani incaricati dal governo, tra cui P.H.Connell e D. M. Cal- derwood, il quale pubblica nel 1953 uno stu- dio dal titolo Native Housing in South Africa. “Il lavoro adotta un approccio ampiamente tecnico incentrato su standard abitativi e di pianificazione di quartiere, legittimato dallo studio empirico e dal riferimento alla ricerca internazionale. Si includono così le opere seminali di Patrick Geddes e Lewis Mumford, e Clarence Stein ed il concetto di unità di vicinato, sviluppato a Radburn. Vie- ne anche citato il lavoro prodotto nel Regno Unito a cavallo degli anni ’40, compreso quello di Jane Drew, Maxwell Fry e Federi- co Gibberd, ed i primi lavori sul British New Town Movement. La pianificazione di Fran- coforte ad opera di Ernst May e l’espan- sione urbana nel 1930 con le città satellitari circondate da aree verdi, sono portate quali giustificazione per la posizione periferica delle aree residenziali separate da green buffer belts “. 29 Una parte significativa del lavoro di Cal- derwood si è concentrata quindi sulla crea- zione di standard basati su “aspetti sociali, In alto: esempio di piano zoonizazzione Apartheid. In basso: Unità abitative NE (No-Erupean), sviluppate dagli urbanisti del regime Apartheid;
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Durban: la città marginale. Morfogenesi di un modello insediativo

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Informazioni tesi

  Autore: Giulio Porcu
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Architettura
  Corso: Architettura
  Relatore: Carlo Aymerich
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 48

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Parole chiave

sud africa
sostenibilità urbana
housing
durban
slum
south africa
insediamenti informali
modello insediativo
morfologia urbana
abitare sostenibile

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