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Il lavoro dei religiosi

Estratto della Tesi di Stefano Nardelli

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1.1 Inquadramento generale 9 In tal modo, sostiene BOTTA, « nell’ambito dell’ordinamento dello Stato, la capacità del religioso resta regolata dalle norme nazionali, sicché il professo può contrarre matrimonio, riconoscere o adottare figli, e, se infermo di mente, essere interdetto o inabilitato, al pari di ogni altro cittadino». 33 Prosegue l’A. sottolineando come la qualità di religioso rilevi « solo allorché il legislatore ritenga opportuno (di propria iniziativa o in ottemperanza ad accordi internazionali, in specie con la Chiesa) di dettare per i propri subditi legum, che siano anche religiosi, una disciplina diversa da quella prevista per gli altri cittadini in alcune fattispecie particolari». 34 Per altri autori, 35 essendo il religioso assoggettato ad un duplice ordinamento, quello canonico e quello statuale, diventa « inevitabile un raccordo tra i due ordinamenti, che viene assicurato attraverso il rinvio ricettizio alla normativa canonica. Si possono venire così a creare diverse situazioni: a) il religioso è assoggettato alle norme canoniche relative a tale status, che sono indifferenti per lo Stato [...]; b) il religioso, come cittadino italiano, è assoggettato alla normativa italiana in tutto ciò che è relativo alla sua condizione civile, prescindendo dalla sua appartenenza ad un Istituto religioso [...]; c) il religioso è assoggettato alle norme del diritto canonico e, contestualmente, per la sua diritto civile « prima della professione perpetua, con valore decorrente dal giorno della professione stessa ». 33 Ivi, 743. Di fronte alla legge civile, « il religioso è pienamente capace, non può rinunciare alla sua capacità né impegnarsi validamente a non valersene, e s’egli vuole adeguarsi alle leggi canoniche, deve fare ciò attraverso mandati, o rinunce, o trasferimenti, comunque attraverso atti civilmente validi che ottengano come risultato ultimo di conformare la situazione patrimoniale del religioso al diritto della Chiesa»: così JEMOLO, cit. da BOTTA, ibidem. 34 Ivi, 743. In tal senso, si assiste ad una « progressiva parificazione dei religiosi ai cittadini che tali non sono»; ciò in ragione del fatto che « alla luce dei principi costituzionali e in particolare di quelli espressi dall’art. 2 Cost., la posizione del religioso nell’ordinamento dello Stato non può altro esprimere che l’identificazione, in via di sintesi, di una particolare modalità di esercizio della fede, della realizzazione, cioè, in forma associata della ‘vocazione alla santità’, che ogni Christifidelis è chiamato ad assolvere». In altri termini, « si tratta di una posizione la cui rilevanza è frutto di un ‘giudizio di meritevolezza’ costituzionale dell’impegno spirituale del cittadino espresso attraverso la ‘professione dei voti’: giudizio il cui esito positivo – ai fini, appunto, della rilevanza della suddetta posizione personale – è subordinato alla verifica della effettiva realizzazione, in queste forme associate di esercizio della ‘vocazione alla santità’, della ‘promozione’ della persona umana, che rappresenta, giusta l’art. 2 Cost., il parametro di ‘meritevolezza’ della tutela, e quindi della rilevanza, di ogni forma sociale di impegno del cittadino». 35 Luciano RAMACCINI e Luca RAMACCINI, La prestazione lavorativa dei religiosi, Roma, Aracne, 2002.
Estratto dalla tesi: Il lavoro dei religiosi

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Il lavoro dei religiosi

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Informazioni tesi

  Autore: Stefano Nardelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giuseppe Rivetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 149

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