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Il retaggio della tradizione ebraica nella musica di Alon Yavnai e Shai Maestro

Laurea liv.I

Facoltà: Jazz

Autore: Gabriele Ceccarelli Contatta »

Composta da 143 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 81 click dal 21/12/2016.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

Estratto della Tesi di Gabriele Ceccarelli

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10 da quelli tonali (cfr. Pease e Pullig, 2001/2009), ma sempre attribuendo ai modi le prerogative tipiche delle scale di cultura europea: l’ordine progressivo delle note, la prima delle quali è il centro tonale, e la delimitazione nell’ambito dell’ottava. La storia della musica occidentale tra i secoli XIV e XVII, con il progressivo abbandono degli antichi modi gregoriani in favore dell’armonia tonale costruita sul binomio dei due soli modi maggiore e minore, spiega in parte la semplificazione del concetto invalsa nel tempo; tuttavia, come vedremo, l’idea ‘scalare’ di modo è incompatibile con la maggior parte delle culture musicali extraeuropee. Uno dei primi teorici dell’armonia, Giuseppe Tartini, nel suo Trattato di musica secondo la vera scienza dell'armonia (1754), riferendosi a fonti greche, scriveva così: Il modo inteso nel senso antico in genere […] significa una cantilena determinata per legge a confine di grave, e acuto; a intervalli; ad ascesa, e discesa; ad accenti musicali relativi al metro; e a strumento, che accompagnava il canto del musico Poeta. A ragguaglio poi delle materie, che si trattavano nella Poetica orazione, o meste, o allegre, o oneste, o lascive; o furiose, e baccanti, o gravi, e religiose ec. […] Ciascun modo aveva il suo nome particolare, Dorio, Frigio, Lidio, Eolio ec. ed era precisamente adattato alla materia particolare, a cui conveniva, e per cui era istituito. Colpisce la molteplicità di aspetti che Tartini cita come caratterizzanti i modi dell’antichità: non solo gli intervalli che li componevano, ma anche il senso ascendente e discendente, gli strumenti da utilizzare come accompagnamento, persino la destinazione d’uso in poesia, secondo una rigida classificazione per argomenti desunta dalla Poetica di Aristotele. In una prospettiva più ampia, Bruno Nettl (si vedano Agamennone et al., 1991, pag. 164) definisce il modo un “percorso attraverso cui le altezze di una scala sono utilizzate in una composizione”; Idelsohn (1929), riferendosi in particolare alla musica orientale, definisce il modo come un insieme di motivi all’interno di una data scala. In altre parole, non la successione ordinata dei suoni, ma i tratti distintivi del processo con cui sono organizzati nel contesto di una melodia è ciò che caratterizza un modo nella sua unicità. Lo studio comparato delle varie tradizioni orali mostra tutti i limiti della definizione occidentale: per citare un esempio eclatante, nella musica del Nord dell’India, i migliaia di rāg (modi) si distinguono non solo sulla base della scala utilizzata (țhāț), ma anche su altri fattori, come le note da porre in enfasi (vādi e samvādi), le possibilità di abbellimento,
Estratto dalla tesi: Il retaggio della tradizione ebraica nella musica di Alon Yavnai e Shai Maestro