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Language and power: il discorso politico alle presidenziali in America nel 2016

Estratto della Tesi di Teresa Cornacchia

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10 della sua funzione in riferimento ad elementi linguistici e contestuali, non dei rapporti segno- significato che instaurano, ma del loro uso. Questa disciplina è frutto della collaborazione di diverse aree di ricerca, tra cui la filosofia del linguaggio, la semiotica e la psicologia, ed è il risultato degli studi riguardanti la comunicazione. Essa non si occupa della lingua intesa come sistema di segni, ma analizza gli scopi e le modalità con cui la lingua viene condivisa, soddisfacendo i diversi contesti comunicativi, insieme di fattori extralinguistici come la società, l’ambiente e la psicologia degli attanti. Charles William Morris per primo conia questo termine, per fare una distinzione tra la prospettiva sintattica, che si occupa dello studio della relazione dei segni tra loro a livello grammaticale, la prospettiva semantica, che si occupa dello studio della relazione dei segni con gli oggetti con cui si identificano, e dunque dei segni con i loro significati, e la prospettiva pragmatica, riguardante la relazione dei segni con i loro interpreti, gli utenti, e quindi il comportamento anche linguistico attraverso cui si realizza la relazione tra veicolo segnico, designatum e interpretante, tricotomia in rapporto con le convenzioni culturali e le intenzioni che regolano la comunicazione linguistica tra il parlante e l’ascoltatore (Morris, 1954: 11). L’idea che il linguaggio serva unicamente da etichetta per la realtà da descrivere risulta ormai totalmente superata, gli atti linguistici assumono una nuova forma. La filosofia del Novecento, soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta, è stata caratterizzata dalla cosiddetta “svolta linguistica”, che ha proposto di considerare la filosofia come un’attività di analisi del linguaggio, focalizzando la sua attenzione principalmente sugli aspetti riguardanti il funzionamento e il significato di determinate espressioni. Ludwing Wittgeinstein, filosofo austriaco, dà un forte contributo alla teoria del linguaggio ordinario, insistendo sulla molteplicità degli usi di esso e sull’importanza del suo corretto funzionamento, basandosi sull’idea che il significato di un’espressione è il modo stesso in cui la usiamo. Successivamente, anche altri filosofi hanno contribuito allo sviluppo della teoria del linguaggio ordinario, ridefinendone alcune tematiche. Il filosofo J.L. Austin, partendo dall’abbandono di una forma solo ideale del linguaggio, durante una lezione, “How to do things with words” (1955) esporrà la sua Teoria degli atti linguistici, riflessione sulla comunicazione vista come azione, processo, confronto tra parlante e ricevente. In questa dimensione pragmatica del linguaggio, il filosofo si basa sul presupposto che, oltre al suo ruolo di strumento conoscitivo e descrittivo, il linguaggio abbia anche quello di strumento attivo per esercitare un influsso sul mondo circostante. Il lavoro di Austin trova il suo punto di partenza nella nozione di enunciato performativo, asserzione che permette al parlante di compiere un’azione, e di atto linguistico in sé, che consta di
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Language and power: il discorso politico alle presidenziali in America nel 2016

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Informazioni tesi

  Autore: Teresa Cornacchia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e letterature moderne euroamericane
  Relatore: Mariacristina Nisco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

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