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L'intervento in ambito penitenziario: una sfida per il terapeuta sistemico relazionale

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Barbara Martini Contatta »

Composta da 44 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 146 click dal 01/02/2018.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

Estratto della Tesi di Barbara Martini

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12 avere sulla vita, riflettendo sul passato, vivendo il presente e costruendosi un futuro. Così si dà dignità alla persona. L’appartenenza (negata) Qualche anno fa ho seguito un interessante seminario sul tema dell’Appartenenza. In particolare il gruppo cui ho partecipato era dedicato all’appartenenza negata di chi sta dentro il carcere (Ferreri, La Gioia 2013). La metafora del carcere è quella che viene esplicitata nel film di Ferrario “Tutta colpa di Giuda” (2009). Il regista fa dire al direttore del penitenziario che le persone in carcere sono come la spazzatura, le si mette sotto il tappeto. In effetti il passaggio dal carcere nel centro della città, come monito per gli altri ma anche come essere ancora inclusi (si pensi alle vecchie Nuove di Torino, a San Vittore, a Poggio Reale, nel centro della città) alla periferia, lontana dagli occhi, dà l’idea di appartenenza “altra”. Il carcere è un luogo estremo, l’ultima zona, il segmento finale di una costruzione ideologica e materiale della complessiva amministrazione. Non si parla di solidarietà, legata alla sfera intima di ognuno di noi, non si parla di compassione. Si parla di diritti, si parla di garanzie, si parla di appartenenze plurime. Sostanzialmente si presentano 3 gruppi: i poveri e poverissimi, i tossicodipendenti, gli stranieri. Spesso una persona appartiene a questi tre gruppi contemporaneamente. La situazione delle carceri italiane è al collasso. Sono in aumento i suicidi (si vedano i dati dal sito di “ristretti orizzonti”), la densità di popolazione carceraria aumenta mentre diminuiscono le opportunità per costruire percorsi di reinserimento. Essere operatori in questo contesto che cosa significa? A chi si appartiene? Chi entra in carcere come agente, psicologo, educatore, medico vive su una linea di confine tra dentro e fuori, l’appartenenza è confusa. I confini sono permeabili, gli elementi interconnessi, si diventa co-costruttori di significati e cambiamento. L’appartenenza, che ha in sé un senso di inclusione, è negata, che ha in sé l’esclusione. Un paradosso che rende bene l’idea di che cosa significhi essere reclusi e operare in un ambito penitenziario. Talvolta l’appartenenza al mondo carcerario è l’unica rimasta: si
Estratto dalla tesi: L'intervento in ambito penitenziario: una sfida per il terapeuta sistemico relazionale