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Alla ricerca del padre perduto

Laurea liv.I

Facoltà: Psicologia

Autore: Elisabetta Alberti Contatta »

Composta da 27 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 123 click dal 26/06/2018.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

Estratto della Tesi di Elisabetta Alberti

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5 ANTICHITA’ E MITO Zoja, per farci comprendere il padre oggi, ha scelto di dare ampio spazio all’antica Grecia perchØ facendo una storia psicologica il suo percorso si interessa piø di simboli che di concetti, piø di miti e meno di ragione. E’ infatti dalla Grecia che abbiamo ereditato le immagini mitiche, tra cui il mito del padre, e sono proprio queste immagini che abitano la psiche di tutti gli abitanti dell’Occidente, formando uno strato profondo immaginale. La comprensione del padre odierno può essere favorita anche dal fatto che la figura paterna greca attraversò una crisi analoga a quella della nostra epoca. Per l’uomo occidentale, l’orizzonte storico del padre, (intendendo per orizzonte il confine cui si può arrivare senza interruzioni) è quindi greco. In realtà anche il mondo romano è radice di quello euro-americano moderno e molte sue leggi e istituzioni, riguardanti proprio il padre, sono da ricondursi in esso. Tuttavia Roma nasce dopo i Greci e ne rappresenta una sua continuazione, pertanto mi pare interessante soffermarmi sulle tre figure appartenenti al mondo greco trattate dall’autore che rappresentano in maniera efficace il mito delle origini paterne : Ettore, Ulisse ed Enea, tre personaggi per alcuni aspetti molto diversi, ma accomunati dall’essere padre, dal progetto e dalla responsabilità. Ettore incarna il padre-guerriero, eroico, spesso sottoposto a tentazioni che stuzzicano l’ira, o che scaturiscono dalle novità, seduttrici ricorrenti di Ulisse; tuttavia egli è tentato soprattutto dal calore e dalla ragionevolezza delle donne. La sua figura però è mancante di “hibrys”, l’arroganza che può scompigliare come un cataclisma interno l’anima, quindi riesce a mantenersi razionale e a respingere senza moralismi le proposte di compromesso e le richieste d’affetto estranee al suo mondo di doveri: anzichØ far prevalere il suo essere maschio, si permette di perdersi, come padre, nel rapporto con il figlio. Ulisse invece, pur essendo re di una piccolissima isola poco rilevante a livello storico, è diventato un personaggio leggendario grazie alla sua novità psicologica, da attribuirsi al proprio essere contradditorio e quindi tanto simile a noi uomini comuni. Egli non è infatti eroico, se non in particolari circostanze: per il resto è ambivalente, spesso molto furbo, a volte scorretto. Riempie l’Odissea con le sue avventure ma, a differenza dell’eroe tradizionale o del benefattore, non è interessato alle azioni nobili in sØ, quanto al vantaggio immediato e alla vittoria in tempi lunghi. La figura di Ulisse è quindi molto complessa: è un padre che pensa sempre al ritorno, pur lasciandosi tentare da varie figure femminili e dalla curiosità di esplorare lo spazio, ma alla fine rappresenta il ritorno della responsabilità in età paterna. Enea viene infine a rappresentare la catena delle generazioni. L’immagine emblematica del rapporto verticale tra padri e figli si esprime chiaramente nella scultura, diventata famosa, del Bernini che vede Enea, in fuga con padre e figlio: le braccia dell’eroe fondatore – il destro che conduce il giovane Ascanio, il sinistro
Estratto dalla tesi: Alla ricerca del padre perduto