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Principio di legalità, nomofilachia e cultura del precedente nel sistema penale. Un’analisi comparata con l’esperienza inglese

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Pinto
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2018-19
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Renzo Orlandi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 269

Il presente lavoro di ricerca muove i suoi passi dall’esigenza di creare una maggiore coesione e dialogo tra il nostro sistema penale e quello degli ordinamenti di common law.
La necessità di certezza delle situazioni giuridiche, specialmente in una materia sensibile come il diritto penale, è un elemento imprescindibile che non può mancare in uno Stato di diritto e che porta inevitabilmente la dottrina penalistica interna ad avere un occhio di riguardo per quella famiglia giuridica con cui da sempre conviviamo nello spazio europeo.
L’ampia prospettiva della legalità convenzionale che verrà analizzata nel Capitolo I dell’elaborato e, in particolar modo, la celebre vicenda del caso Contrada hanno permesso, infatti, il diffondersi di un benefico dibattito relativo al fin troppo trascurato tema del diritto penale giurisprudenziale o, in altre parole, della c.d. “law in action”.
Il nullum crimen sine lege di matrice illuministica - se riletto alla luce della giurisprudenza di Strasburgo - non può più rimanere insofferente di fronte a tutte quelle situazioni di incertezza interpretativa (e applicativa) di una norma penale che, specie in un contesto caotico come quello italiano, finiscono per inficiare tanto la “conoscibilità” del precetto quanto la “calcolabilità” dell’esito giudiziario: due obiettivi che il principio in esame vorrebbe, al contrario, salvaguardare.
Il modello di common law, analizzato nel Capitolo II, sembra oggi più che mai un indiscutibile punto di riferimento anche e soprattutto per i sistemi di stampo romanistico che, in forza del richiamo alla “responsabilità ermeneutica” lanciato dalla Corte EDU, si devono necessariamente interessare alle istanze garantistiche offerte dal sistema della doctrine of binding precedent, per assimilarne gli istituti e la «cultura del precedente», i soli capaci di “svecchiare” il nostro ordinamento dalle formule rigide della legalità classica.
La presente riflessione muove, quindi, dalla convinzione che non sia più sufficiente l’astratta previsione legale del “tipo” per assicurare un esito processuale del tutto prevedibile e certo, ma che, come sostenuto chiaramente dai giudici di Strasburgo, sia di fondamentale importanza garantire l’«accessibility» e la «predictability» del precetto, con una serie di meccanismi interni capaci di rendere certo, uniforme e conoscibile il «diritto vivente» ruotante attorno alla norma di legge.
Lo spostamento dalla prospettiva in the books ad una dimensione in action della legalità penale mi ha portato quindi, nel Capitolo III, ad affrontare le “patologie” che da troppo tempo indeboliscono il nostro assetto ordinamentale: una svariata serie di concause che non permettono al cittadino di prevedere in anticipo le conseguenze giuridiche dei propri comportamenti.
Rendere effettiva la legalità penale comporta, in primis, ristabilire quel compito di orientamento, composizione e stabilizzazione della giurisprudenza affidato dall’art. 65 dell’Ordinamento giudiziario alla nostra Corte di Cassazione. Un tale obiettivo esige, a sua volta, oltre a profonde riforme a livello ordinario, anche profondi cambiamenti “di sistema”, di tipo costituzionale, istituzionale, organizzativo e soprattutto culturale, capaci di ripristinare l’annichilita funzione nomofilattica della Corte.
Le recenti riforme ai codici di procedura civile e penale (da ultimo la c.d. “Riforma Orlando”), insieme ad alcune proposte (futuribili ed auspicabili) de lege ferenda, verranno analizzate in chiusura dell’elaborato, nella speranza che possano contribuire a risanare la legalità penale troppo spesso tradita dalla law in action italiana.
Hanno infine arricchito ed integrato il presente lavoro le interessanti osservazioni e riflessioni scaturite da un doppio ordine di colloqui che ho avuto la possibilità di sostenere a Roma nella fase finale di stesura dello scritto: mi riferisco agli entusiasmanti incontri con il Professor Sabino Cassese e con il Consigliere Giorgio Fidelbo, per le cui autorevoli parole rimando all’appendice dell’elaborato.

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5 Introduzione Il progressivo processo di “europeizzazione” del diritto ha assunto, oggi, una capacità espansiva tale da abbracciare inesorabilmente ed inevitabilmente anche le maglie della materia penale, da sempre considerata saldamente legata a doppio filo al solo dialogo democratico interno. Nel concetto sopradetto confluiscono tanto il diritto dell’Unione Europea, che con Lisbona ha lasciato cadere anche l’ultimo tabù terminologico inserendo un esplicito riferimento alle “pene” e ai “reati” nei Trattati istitutivi dell’Unione (artt. 83 e 86 TFUE), quanto il sistema convenzionale nato dal Consiglio d’Europa, la cui Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (CEDU) ha svelato ormai, nell’ultimo decennio, tutte le sue potenzialità di incidenza nell’ordinamento interno. Il dialogo sempre più incessante che si è venuto a creare, specie tra Corti e Carte dei diritti, in forza di questa caratura “europea” del diritto penale, ha fornito l’humus favorevole all’accendersi di ampi dibattiti in dottrina circa l’opportunità di una maggiore coesione del nostro sistema con tutte quelle istanze garantistiche extranazionali, le quali permetterebbero, a detta di alcuni, sia di innalzare la tutela dei diritti individuali sia di definire standard minimi inviolabili che prescindano dalle tutele concesse nel singolo contesto interno. E’ in queste coordinate che si inserisce il punto focale della nostra ricerca, ovvero la discussione sul valore del precedente in materia penale, aperta nella comunità dei penalisti soprattutto grazie alle ricerche e agli studi del lungimirante Alberto Cadoppi risalenti alla fine del secolo scorso. La più ampia prospettiva della legalità convenzionale che verrà analizzata al Capitolo I dell’elaborato e, in particolar modo, la celebre vicenda del caso Contrada (definita da Massimo Donini come «la prima vera “messa in mora” del sistema giuridico italiano rispetto all’irresponsabilità dell’interprete in

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Parole chiave

common law
civil law
nomofilachia
precedente
corte edu
contrada
riforma orlando
binding precedent
law in action
contrasti giurisprudenziali

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