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Ingmar Bergman: l'anelito dell'essere

Kenosis: era una discesa nell’uomo quella proposta sin dalle prime pagine di questa tesi, un viaggio, un percorso iniziatico giù nella vita colta nel suo mistero. Bergman, senza voler mai insegnare niente, ci ha sempre messi in guardia sui naufragi inevitabili a cui si va incontro salpando per questa meta. L’orizzonte funesto del vuoto palpita d’angoscia, eppure impariamo ben presto che il nostro cammino deve continuare: la vita, il tempo, scorrono inarrestabili propinandoci sentimenti di paura. Il silenzio di Dio, il suo inesplicabile disegno che chiede fede in luogo di assenza, si presta facilmente, a volte troppo facilmente, alla ferocia ideologica degli uomini. É molto più semplice ricreare violentemente la giustizia, cedere ad alibi di follia, deviare, corrompere il senso dell’arte e di tutto il nostro essere, lontano dalla luce della dignità e dalla forza della ribellione onesta, piuttosto che scegliere di guardare in faccia il vuoto ed accettare il dolente fardello da portare lungo la sequela dell’amore. Non è facile, non lo è affatto, cio nonostante è l’unica vera via: siamo soli e senza scuse! Chiamati ad ascoltare la voce dell’essere anziché tentare miseramente di ricrearlo, rivestendolo di sacro. L’evidenza di un oggetto è solo la volontà del credente, invece la morte è la morte, la guerra è la guerra ed ogni nostra mancanza è una mancanza reale. Sull’altare sacrificale dei nostri tiepidi giorni immoliamo poesie e pensieri, ragioni e speranze. L’abbrutimento dell’esserci grida la sua violazione, eppure quanta forza ancora alberga nell’uomo, lo leggiamo nei volti aperti oltre il nichilismo della paura.
La verità non ha bisogno di essere “ideata”, non ha bisogno di essere “prodotta”. Come frantumi di specchio, rimane e rimarrà sempre inafferrabile, ma ciò che rende grande un uomo è la sua speranza nel possibile. Giunti al bivio abbiamo esempi d’amore e di morte, possiamo scegliere di farci travolgere dal timore di svanire e dar sfogo a tutta la violenza, uccidendo e sacrificando l’altro che si offre a noi, per comunicare, per farsi “dimorare” e “divorare”... oppure possiamo seguire lo scandalo del Cristo, senza voli pindarici nella metafisica, con dignità laica ed aprire le nostre braccia, le nostre strade al numinoso, in un irrinunciabile e pacifico gesto d’amore. É tutto ciò che abbiamo, è tutto ciò che siamo, oltre il rumore. oltre la vergogna... UOMINI.

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3 INGMAR BERGMAN Il grande regista svedese nasce ad Uppsala, il 14 luglio del 1918. Figlio del cappellano della corte reale, il piccolo Ingmar viene educato secondo i concetti luterani di peccato, confessione, punizione, perdono e grazia, temi fortemente ricorrenti nella sua produzione artistica. Come se non bastasse, non era infrequente che a scopo punitivo il bambino fosse rinchiuso nell'armadio luogo in cui, rannicchiato, maturava il suo odio per il padre e la sua rabbia contro il Dio-padrone. A diciannove anni si iscrive all'Università di Stoccolma e si stabilisce nella capitale, con alle spalle una famiglia non troppo benestante.

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Informazioni tesi

  Autore: Luca Rossetti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Giovanni Attolini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 121

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