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'Contafole' e personaggi in ''Paese Perduto'' di Dino Coltro

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Anteprima della tesi: 'Contafole' e personaggi in ''Paese Perduto'' di Dino Coltro, Pagina 9
         Analizzando attentamente il calendario contadino si nota subito la quasi perfetta coincidenza fra l’antico rito 
celtico e l’usanza contadina. Anche nella tradizione rurale, in un certo senso, i festeggiamenti venivano chiusi dopo 
circa dieci giorni, per la ricorrenza di S. Martino, che cadeva l’undici di novembre, data entro la quale i padroni 
stipulavano i contratti e i salariati, a volte, dovevano cambiare abitazione. 
         I festeggiamenti terminavano alla sera della festa con una candela accesa, i vecchi osservavano la direzione della 
fiamma e pronosticavano il futuro. L’antica credenza raccontava che l’inverno sarebbe stato asciutto
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 se la fiamma si 
fosse inclinata verso sud, mentre se si spostava verso est l’inverno sarebbe stato umido e nebbioso. Anche l’iconografia 
stessa di S. Martino riproponeva in chiave cristiana l’antico cavaliere celtico. 
         Il rito che maggiormente incarna l’arcaica religione pagana è il panevin che si ripropone anche ai giorni nostri 
sotto forma di gioco, il 6 gennaio, nelle piazze di paese e nei rioni periferici delle città. Per descriverlo mi sono 
accostata a una breve ma significativa ricerca compiuta da Michela Manera, una ragazza di seconda media, il 3 marzo 
del 1977 a Quinto di Treviso. La testimonianza è interessante anche perché la donna intervistata aveva, all’epoca, 
ottantadue anni e quindi Michela ha potuto attingere a ricordi più lontani nel tempo di quelli che sono riuscita a reperire 
io intervistando alcuni anziani. Scrive la Manera:  
 
Durante una intervista fatta ad alcuni vecchi contadini sulle usanze e le feste che venivano fatte in 
passato nelle campagne ci ha colpito in particolare il “rito del pane e vino”. Questa “cerimonia” di 
origine antichissima si faceva alla befana, ma veniva preparata molto prima. Nel tempo di luglio sia 
donne che uomini si avviavano al campo per mietere il grano e quando mancavano che poche spighe 
da tagliare il contadino che si era trovato a tagliarle doveva prenderle e portarsele a casa dove ad ogni 
una levava i chicchi e li pestava un modo da ottenere la farina. Il chicco all’apice dell’ultima spiga 
veniva diviso a metà di cui una parte fatta in farina e un’altra portata al campo dove l’avrebbe 
seppellita perché si credeva che in lui ci fosse una divinità che dava alla terra la potenza che 
                                                                                                                                                                                                 
erano, prima di agricoltori, un popolo dedito alla pastorizia. Di conseguenza, le feste più importanti erano legate al 
bestiame. Scrive lo studioso: ‹‹La festa d’Ognissanti era forse anticamente la più importante delle due, poiché pare che i 
Celti facessero cominciare l’anno da esso piuttosto che dal Beltan. Fino ai tempi recenti il I° novembre (vecchio stile) 
era considerato come Capodanno nell’isola di Man (Inghilterra), una delle fortezze dove la lingua e la civiltà celtica ha 
resistito più a lungo contro l’invasione dei Sassoni. Così a Ognissanti (vecchio stile) uomini mascherati andavano in 
giro cantando, nella lingua locale, una canzone detta Hogmanay […]. Nell’antica Irlanda si accendeva ogni anno un 
fuoco nuovo alla vigilia d’Ognissanti o di Samhain e da questa sacra fiamma si riaccendevano i fuochi di tutta l’Irlanda 
[…] Non soltanto fra i Celti ma per tutta Europa pare che l’Ognissanti, la notte che segna il passaggio dall’autunno 
all’inverno, fosse anticamente il tempo dell’anno in cui si supponeva che le anime dei morti tornassero alle loro case per 
riscaldarsi al fuoco e ristorarsi con le vivande per loro imbandite dagli amorosi parenti in cucina o nella sala da pranzo 
[…] Anche le streghe corrono allora per i loro malefici intenti›› (Ivi, pp. 737 e ss). 
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 Ci sono due proverbi che esprimono chiaramente l’importanza della stagione invernale secca e il pericolo della 
stagione invernale umida. Recitano così: “a polvere de genaro a impiena el granaro” (la polvere di gennaio riempie il 
granaio). “Ton de febraro chi ga quatro vache ghe ne magna un paro” (temporale di febbraio, chi ha quattro mucche 
dovrà mangiarsene due). Testimonianza orale di Silvio Malvestio (1900-1988), zona del Noalese. 

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Informazioni tesi

  Autore: Stefania Miotto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi Ca' Foscari di Venezia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Ilaria Crotti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 270

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