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Comunità di destino. Educare alla complessità nell'era planetaria secondo il pensiero di Edgar Morin

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nostro nome in arabo. A tredici anni, con buona pace del mio ragazzo dai capelli rossi, ero certa che avrei sposato una persona di colore, perché ero contro il razzismo e a favore dell’intercultura. L’amicizia più grande che tutt’ora coltivo attraversa un ponte di oltre 10.000 chilometri. L’amore per la natura, se certo traduceva il rispetto per il creato, aveva assunto una connotazione ben precisa quando, in quarta elementare, la maestra mi fece leggere “Susy e l’ecologia”; ma, fondamentalmente, è un debito immenso alle mie estati nei prati di B, alle pareti di ceresio translucide nel sole del primo mattino, alla terra nera da coltivare, ai mucchi di fieno profumati nelle sere di giugno, quando i rintocchi del cuculo si fanno sentire al limitare del bosco… Perché Morin La prima volta che ho avuto a che fare con questo autore risale ormai all’estate 1999, quando, terminata la maturità pochi giorni prima, cominciai a dare un’occhiata ai due testi che la presentazione in Internet del corso di laurea in Scienze dell’Educazione – al quale ero intenzionata ad iscrivermi – indicava come fondamentali: Il paradigma perduto 1 e La danza che crea 2 . L’idea di mantenere come riferimento centrale l’opera di Morin deriva da una duplice esigenza: da un lato la volontà di scandagliare in profondità il solido percorso di un autore chiave per il mio percorso di studi. Anni fa mi avevano insegnato che J.S. Bach, prima di arrivare a comporre il suo Clavicembalo ben temperato, avesse trascritto per anni e anni le partiture dei maestri di contrappunto. Molto più umilmente, il mio procedere voleva provare – attraverso un’immersione nelle parole e nel metodo di Morin – a respirare un poco lo stile della complessità che indaga le questioni dell’uomo nel mondo. Non nego che il rischio di inebriamento possa a volte aver nascosto quello di intossicazione. Dall’altro, poiché sono molte le cose che mi interessano (e che mi in- tessono) e alle quali avrei voluto dedicare un lavoro di tesi, quest’analisi mi ha consentito di trattare contemporaneamente, di connettere e di “tenere insieme” – sparsa colligo, dice lo stesso Morin – gli elementi che avvertivo come i più importanti: la relazione empatica con ogni individuo della specie umana, l’istanza religiosa, la questione ecologica, la missione dell’educazione, i timori sul futuro, la riscoperta del passato, l’amore per la Terra e per l’uomo e il loro legame con il cosmo. La saggezza simbiosofica, il sentimento matri-patriottico, l’idea di relianza, la comunità di destino sono concetti che hanno saputo ospitare e incarnare quanto mi stava più a cuore e che, da sola, non avrei saputo esprimere. La comunità di destino L’idea di comunità di destino mi è sembrata l’espressione più aperta e adatta a comprendere in sé tali questioni, come se potesse indicare la strada verso cui muovere i passi tentennanti nel presente panorama di incertezza. Nella stesura della tesi, questo concetto ha certamente subito una traduzione (e forse un tradimento) da parte della sottoscritta rispetto all’accezione originaria indicata da Morin. Lavorare su questo tema mi ha dato la sensazione di sentirmi legata, come dice Panikkar, alla Terra sotto, agli 1 Morin, Il paradigma perduto, op. cit.. 2 Ceruti, La danza che crea, op. cit.. 12

Anteprima della Tesi di Marta Antoniolli

Anteprima della tesi: Comunità di destino. Educare alla complessità nell'era planetaria secondo il pensiero di Edgar Morin, Pagina 3

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Marta Antoniolli Contatta »

Composta da 162 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.