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Philip K. Dick, tra filosofia e mito

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6 singola esperienza umana legata al sublime contemporaneo 7 e la falsifichi puntualmente. L’infallibilità della scienza; la fede nelle possibilità del progresso tecnologico; il tempo; l’immortalità; la possibilità di nuovi mondi come ricerca di un paradiso perduto (che era stato il filo portante di molta fantascienza degli anni ‘50), la perfettibilità tecnica e persino morale dell’uomo in virtù di una tecnologia che lo libera dalle costrizioni cui ha dovuto sottostare per secoli. Questi ne sono solamente alcuni esempi. Tale falsificazione della realtà condivisa è quella che potremmo definire la “pars destruens” della sua opera. Vi è poi una “pars costruens”, che sembrerebbe nel suo sviluppo ancora più terrificante della precedente. Essa consiste infatti nella creazione di nuovi miti o nel dar nuova voce a quelli che già erano sorti in seguito all’era industriale. Suo tramite è il ricorso ai pensatori greci, talvolta usato inconsciamente come egli stesso ammetterà più volte nelle interviste e nelle conferenze. Fra di essi il maggiore influsso è rivestito dalla filosofia platonica e plotiniana, benché nell’influenzare i suoi scritti abbiano avuto forti ascendenze anche pensatori dell’epoca moderna quali Spinoza, Leibniz, Kant e Marx.. Ma la nuova mitologia di cui si fa interprete è fatta di rovine e macerie, di polveri perenni che aleggiano attorno alla Terra oscurandone il cielo e rendendone irrespirabile l’aria, come nel caso di “Modello Due” (1952), dove un disastro atomico ha causato la necessaria emigrazione dal pianeta di tutte e due le fazioni che lo avevano causato: l’America e la Russia. E non solo qui il terrore della guerra fredda, che allora imperversava nel mondo reale, influisce sul suo universo di fantasia. Quasi grottescamente umoristico in alcuni tratti è il caso de “Il Sognatore d’Armi” (1963), che mostra proprio la corsa agli armamenti, i quali si presentano nelle fogge più avveniristiche e futuribili, progettati da telepati ed esseri precognitivi. Diametralmente all’opposto abbiamo invece il racconto “Foster, Sei Morto” (1953), dove la minaccia atomica si rivela per quello che è o potrebbe essere: solo l’ultimo dei miti, una grande beffa sfruttata dal potere economico e dalle leggi del mercato. Ma a Philip K. Dick si deve soprattutto lo studio, se così lo possiamo definire, della figura dell’androide. Anch’esso personaggio mitico, la cui storia si sviluppa attraverso la figura greca del minotauro, alla creatura del dottor Frankenstein di Mary Shelley (1818) e al più recente robot asimoviano. Ciò che però riesce a fare 7 Si veda a questo proposito: Carlo Formenti, “La penultima Verità”, in Dentro la Matrice. Filosofia, scienza e spiritualità in Matrix, Albo Versorio, Milano 2004, pp. 241-247.
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Philip K. Dick, tra filosofia e mito

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Informazioni tesi

  Autore: Fabio Boverio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Elio Franzini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 95

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