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Quando i media staccano la spina. Storia del blackout informativo durante gli ''anni di piombo''

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Introduzione Il rapporto tra media e terrorismo 10 principalmente, nei comunicati di rivendicazione diffusi a seguito delle azioni. Un binomio che il guerrigliero brasiliano Carlos Marighella, leader del movimento “Ao Libertadora Nacional”, aveva definito come “propaganda armata” nel suo Piccolo manuale della guerriglia urbana: “Il coordinamento delle attività di guerriglia urbana, inclusa ogni azione armata, è il principale mezzo per fare propaganda armata. Queste azioni, eseguite con specifici obiettivi e scopi, diventano inevitabilmente materiale di propaganda per i sistemi di comunicazione di massa. Gli assalti alle banche, gli agguati, l’esproprio di armi, il soccorso dei prigionieri, le esecuzioni, i rapimenti, i sabotaggi, gli atti di terrorismo sono tutti casi in questione. Anche il dirottamento di aerei in volo o il sequestro di navi e treni, possono essere eseguiti solo per scopi di propaganda. Ma il guerrigliero urbano non deve mai dimenticare di allestire una tipografia clandestina e deve essere capace di preparare copie ciclostilate usando alcool o cliché o altri apparati di riproduzione espropriati che non possono essere comprati per produrre piccoli giornali clandestini, opuscoli, volantini e stampe di agitazione e propaganda contro la dittatura. Il guerrigliero urbano incaricato della propaganda clandestina facilita enormemente l’ingresso di un gran numero di persone nella lotta, aprendo un fronte di lavoro permanente per quei volenterosi che vogliono fare la propaganda, anche quando così facendo agiscono da soli e a rischio della propria vita. […] Nastri registrati, occupazione di stazioni radio, uso di altoparlanti, graffiti sui muri o in altri luoghi inaccessibili, sono altre forme. […] Questa influenza - esercitata nel cuore del popolo da ogni possibile mezzo di propaganda, che gira attorno alle attività della guerriglia urbana - non indica che le nostre forze hanno l’appoggio di tutti. E’ sufficiente conquistare l’appoggio di una parte della popolazione e questo può essere fatto rendendo popolare lo slogan ‘che chi non vuol fare niente per la guerriglia non faccia nulla contro di essa’” 8 . Nell’esperienza italiana, tuttavia, tale legame tra azione e parola, teorizzato dagli stessi guerriglieri, viene meno quasi subito. A nulla vale l’escalation sempre più cruenta degli attentati, cui fa da contraltare la via via più contorta stesura dei comunicati. Quella che avrebbe dovuto essere una sintesi perfetta tra “atto” e “detto” diviene in breve la combinazione coatta di momenti non più riconducibili l’uno all’altro. A questo proposito, osservano Vittorio Dini e Luigi Manconi nel loro Il discorso delle armi: “La propaganda armata ha sempre previsto […] in qualunque esperienza e teoria della lotta rivoluzionaria e della guerriglia, una piena unità e coerenza tra gesto e parola, tra azione armata e sua motivazione. Fino – si può dire – alla sussunzione della parola nel gesto: talmente inequivocabile vorrebbe essere il discorso contenuto nel gesto e l’eloquenza del gesto stesso. Ma nell’universo della comunicazione armata entrata in corto circuito – per molte ragioni, da molti osservatori individuate – gesti e parole, azioni e comunicati hanno assunto una totale reciproca autonomia: di conseguenza, è facile che il linguaggio delle parole, resesi indipendenti dagli oggetti, dalla materialità e corposità degli atti, diventati vaniloquio, e l’azione armata – sganciata dalla forma logico-razionale che assumono i pensieri organizzati in parole – diventi efferatezza. La parola appare ‘disarmata’ rispetto a qualunque intento persuasivo e di attrazione (di proselitismo, dunque) e l’azione armata appare analfabeta rispetto a una presunzione di incidenza e trasformazione” 9 . Un concetto, peraltro, sottolineato anche dal sociologo Franco Ferrarotti che, in un intervento dedicato proprio a L’ipnosi della violenza, ribadisce la superiorità evocativa del gesto sulla parola, nell’azione armata: “Mi ha sempre colpito, nella lettura dei documenti delle Br, il contrasto stridente fra la raffinatezza del loro tempismo psicologico e delle loro risorse dal punto di vista della manipolazione psicagogica di massa e la rozzezza, il primitivismo approssimativo e imparaticcio dei loro documenti ideologici e delle loro dichiarazioni politiche. […] Se si 8 C. Marighella, Piccolo manuale della guerriglia urbana, stampato in proprio, 1969, p. 31. 9 V. Dini, L. Manconi, Il discorso delle armi. L'ideologia terroristica nel linguaggio delle Br e di Prima Linea, Savelli, Milano, 1981, pp. 50-51.
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Quando i media staccano la spina. Storia del blackout informativo durante gli ''anni di piombo''

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Informazioni tesi

  Autore: Gilberto Mastromatteo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Paola Magnarelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 282

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