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Il mito di Marte nella fantascienza americana

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4 Introduzione Ora che Marte si è trasformato in “attualità”, che è visibile – e per certi versi “visitabile” – in televisione, sui giornali e su internet, sembrano lontani i tempi in cui a vedere il pianeta rosso erano soltanto gli occhi allenati degli astronomi e la fantasia degli scrittori. Eppure, a ben guardare, l’inizio dell’era marziana in cui ci troviamo non risale che a una quarantina di anni fa, quando la sonda americana Mariner 4, nel 1965, inviò le prime immagini ravvicinate del pianeta. Prima di allora la storia di Marte si presenta come un insieme di osservazioni, intuizioni, supposizioni, e molto spesso di veri e propri abbagli e costruzioni della fantasia. E sono stati proprio gli astronomi, a volte, i più inclini a valicare i limiti della scienza per dar libero sfogo all’immaginazione, come nel caso della celebre questione dei “canali”, che a fine Ottocento divise la comunità scientifica e alimentò le più incredibili ipotesi circa la natura del pianeta. Proprio da tanta inesattezza – e oggi potremmo dire ingenuità – scientifica la science fiction ha tratto continua fonte di ispirazione. Parlare del mito di Marte in campo letterario significa, infatti, parlare di come gli scrittori abbiano di volta in volta ripreso un’immagine di Marte che era, in parte o del tutto, quella “ufficiale”, e di come l’abbiano poi adattata alle proprie esigenze. E d’altra parte il termine stesso science fiction, così mal reso dall’italiano “fantascienza”, sta proprio a indicare non tanto una scienza fantastica (anche se poi molte opere corrispondono anche a questa definizione), quanto una narrativa che si fonda su presupposti scientifici. Riferiti a Marte, tali presupposti possono svolgere una funzione di pura cornice, come in Edgar Rice Burroughs e in Robert Heinlein, costituire parte fondante del testo, come in Kim Stanley Robinson, o infine essere volutamente anacronistici, come nel caso di Ray Bradbury e Philip Dick. I cinque autori appena citati sono, oltre che alcuni dei nomi più famosi della science fiction, esempi particolarmente rappresentativi del modo in cui la letteratura ha seguito l’evolvere del sapere scientifico. Essi mostrano chiaramente l’ampia gamma di topoi narrativi cui Marte ha dato vita, e, in maniera diversa e soprattutto con diversi gradi di complessità, il lato metaforico, oltre che fisico, del pianeta. In Burroughs Marte appare ancora come una semplice “trasposizione” da un ambiente a un altro. Barsoom – questo il nome che l’autore dà al pianeta – non è altro che un duplicato del West americano, una proiezione di quella frontiera definitivamente chiusasi a fine Ottocento. È
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Il mito di Marte nella fantascienza americana

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandra Francesconi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Macerata
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingue e Letterature Straniere
  Relatore: Valerio Massimo De Angelis
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 153

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Parole chiave

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edgar rice burroughs
fantascienza americana
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science-fiction

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