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Enduring Freedom. Retorica umanitaria e spersonalizzazione nella nuova guerra in Afghanistan

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5 Per mezzo dell’empatia, quindi, il problema dello spettacolo del dolore si collega strettamente a quello dei diritti umani. Che ruolo può essere attribuito ai media come mezzi di conoscenza delle sofferenze di popolazioni lontane? Quali meccanismi narrativi possono suscitare nell’audience una risposta empatica, capace di trasformarsi in azione? Quale concezione dei diritti umani emerge dalle diverse narrazioni? Nel mio lavoro ho cercato di mettere in luce come questi temi sono stati trattati da due organi di stampa italiani (il Corriere della Sera e il Foglio) e da alcuni operatori umanitari presenti in Afghanistan prima, durante e dopo Enduring freedom. Attraverso l’analisi degli aspetti comunicativi di alcuni conflitti della seconda metà del XX secolo (Vietnam, Golfo, Kosovo), ho delineato le condizioni in cui generalmente si trovano ad operare i giornalisti. Censura delle fonti e forme sempre più accurate e invadenti di news management hanno allontanato l’inviato dalla guerra e dalle sue conseguenze. I media, cerimonieri dell’evento, raccontano guerre che non vedono e attingono informazioni e immagini quasi esclusivamente da fonti ufficiali governative, senza alcuna possibilità di verifica. I canali vengono monopolizzati dal racconto di una guerra virtuale, che sembra però capace di soddisfare le attese di informazione del pubblico. Le guerre vengono raccontate secondo un pattern costante di framing ed espedienti retorici, volti a polarizzare e rassicurare l’opinione pubblica. Sodati eroici e leader giusti si contrappongono a milizie violente e dittatori sanguinari. Strategie, armi e tecnologie riaffermano miti importanti dell’identità occidentale e contribuiscono a dare un carattere razionale allo scontro. La guerra diventa racconto di azioni senza conseguenze, la sofferenza e la morte sono generalmente lasciate ai margini della trattazione: gradualmente scompaiono dalla vista dei soldati, dei giornalisti e dell’opinione pubblica. Osservare il dolore degli altri può essere un atto di voyeurismo, ma in molti hanno creduto e credono nella possibilità di far cessare, mostrandole, le sofferenze causate dalla guerra. Per Susan Sontag, solo una risposta attiva e diretta può fornirne una giustificazione morale per lo spettacolo del dolore. A partire dall’elaborazione teorica della “politica della pietà” 6 di Hannah Arnedt, Luc Boltanski sostiene la possibilità di sviluppare sentimenti empatici per i dolori di gruppi lontani e di voler agire a distanza per alleviarli, assolvendo così da un punto di vista morale la rappresentazione della 6 Arendt, Hannah, On revolution, Viking Press, New York, 1963. Traduzione italiana, Sulla rivoluzione, Edizioni Comunità, Torino, 1999.
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Enduring Freedom. Retorica umanitaria e spersonalizzazione nella nuova guerra in Afghanistan

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Informazioni tesi

  Autore: Ilaria Buselli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Enrico Menduni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 390

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Parole chiave

afghanistan
diritti umani
guerra umanitaria
intervento umanitario
media e guerra
organizzazioni non governative
spettacolo del dolore

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