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"La tragédienne du silence". Ida Rubinstein e le musiche di scena per "La Pisanelle" di Gabriele d'Annunzio

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10 Una svolta decisiva nell’evoluzione del melologo la portò Jiři AntonÍn Benda, musicista di origine ceca e formazione tedesca, il quale nei suoi due capolavori del 1775, Ariadne auf Naxos e Medea und Jason iniziò a sovrapporre la recitazione alla musica, andando oltre alla semplice giustapposizione praticata da Rousseau: in questo modo incominciano ad essere più stretti, quasi cogenti, i legami fra i valori musicali della parola in sé e la musica, tanto più se la declamazione è segnata in partitura con precisione, cioè – almeno in questo periodo storico – nei suoi valori ritmici. I lavori di Benda ebbero grande successo nella cultura tedesca, quanto – e più – l’esempio di Rousseau nel mondo francese (mentre l’Italia rimane fuori, per la presenza totalizzante del melodramma), e costituirono un esempio luminoso per Mozart, che li vide nel 1778 a Mannheim, per poi entrare in trattativa per comporne uno egli stesso (Semiramis). Se il progetto non andò poi a buon fine, altri due lavori del salisburghese contengono numeri di melologo, ossia Zaide e Thamos, König in Ägypten. Non è difficile dunque capire come, con questi presupposti, la tecnica del melologo si inserì naturalmente, in epoca romantica, nei generi teatrali “misti” tedeschi (Singspiel) e francesi (opéra-comique), proprio come elemento di transizione fra il canto e la musica 7 , come già aveva teorizzato Mozart, il quale affermava che il melologo «dovesse prendere il posto del recitativo e che, soltanto nei momenti di accesa tensione emotiva, il parlato dovesse sciogliersi in canto» 8 : esempio famoso di questo procedimento è nel Fidelio di Beethoven, nella cui terza versione (1814) vi è un melologo di eccezionale forza e tensione drammatica. 9 Ed è proprio con Beethoven che inizia una tradizione continua e coerente di musiche di scena, cioè di quel genere di composizione che comprende anche la Pisanelle di Pizzetti: si ricordino almeno – sempre di Beethoven – l’Egmont (1809- 1810), König Stephan oder Ungarns erster Wohlthäter (1811) e Die Ruinen von Athen (1811-1812). Ma – come afferma Giovanni Carli Ballola – «si può dire che in questi anni eroici della cultura tedesca non ci sia stato compositore che non abbia lasciato musiche di scena a commento di drammi di autori illustri od oscuri» 10 ; senza perdersi in eccessivi dettagli, vanno però ricordate, verso una tendenza «più espressiva e narrativa» 11 , almeno il Sommernachtstraum di Mendelssohn (1843) e il Manfred di Schumann (1852) – 7 Sull’argomento cfr. C. SCARTON, Il melologo, cit., pp. 91 sgg. 8 Ivi, p. 92. 9 Atto secondo, scena seconda, numero 12. 10 Cit. da GIOVANNI CARLI BALLOLA, Beethoven, Milano, Rusconi, 1985, p. 374. 11 Cit. da EMILIO SALA, Le musiche di scena e la drammaturgia musicale: problemi e prospettive, in «Drammaturgia», n. 10, 2003.
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Informazioni tesi

  Autore: Nicola Corrado Cattò
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2001-02
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Emilio Sala
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 276

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Parole chiave

balletti russi
d'annunzio
melologo
nave
opera
pisanelle
pizzetti
rubinstein
strumenti antichi
teatro

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