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La Cina tra globalizzazione e democratizzazione

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17 quali specialmente la crescente presenza di imprese interamente di proprietà straniera 10 : infatti, l’aumento dell’occupazione nel settore non statale urbano è stato di circa 80 milioni di unità nell’ultimo quinquennio (Boltho, 2003) 11 . Nonostante ciò, non è questa la caratteristica che in assoluto rende più vantaggioso l’utilizzo della manodopera cinese: se si guardasse solamente al costo orario del lavoro, si potrebbe tranquillamente notare come almeno Indonesia (0,45), Filippine (0,75) ed India (0,80) non sarebbero in una posizione di svantaggio rispetto alla Cina (Rosen, 2003). In realtà, ciò che veramente attrae della forza lavoro cinese è la sua innata laboriosità 12 , alla quale si somma la capacità di sostituire nel processo di produzione la componente tecnologica e di capitale con una quantità di lavoro che nei Paesi industrializzati sarebbe insostenibile da utilizzare, dato l’elevato costo che lì quest’operazione implicherebbe. Proprio questa osservazione conduce direttamente all’analisi della trasformazione del ruolo della Cina nell’economia mondiale. Infatti, da semplice paese esportatore di prodotti ad alta intensità di lavoro il Paese si sta specializzando nelle attività di assemblaggio, processing e re-esportazione di componenti e prodotti non solo low-tech ma sempre più high-tech. Questi cambiamenti, che riflettono un sempre maggiore sfruttamento del vantaggio competitivo cinese, sono testimoniati dal progressivo mutamento nella composizione merceologica delle esportazioni e delle importazioni cinesi. 10 L’arretramento della presenza statale nell’economia e l’incremento della componente privata risulta avere un effetto ambivalente sul livello reale dei salari: se da una parte tale fenomeno contribuisce alla crescita delle remunerazioni poiché le imprese private offrono ai lavoratori cinesi salari maggiori di circa il 30% rispetto a quelli offerti dalle imprese pubbliche, da un altro punto di vista non bisogna dimenticare il fatto che le imprese private, diversamente da quelle statali, non garantiscono ai propri lavoratori alcuna protezione in termini di servizi sociali gratuiti, il cui costo quindi deve essere conteggiato nei salari dei dipendenti privati, anche se offrono loro migliori standard in termini di sicurezza e salubrità del posto di lavoro. 11 Interessante, in proposito, è il sistema cinese di definizione dei minimi salariali: ogni città, ed addirittura ogni quartiere, può stabilire la propria quota, a cadenza mensile, in base ad un parametro deciso dal governo di Pechino ed aggiornato annualmente che tenga conto di fattori come il costo locale della vita, la media dei salari ed il tasso d’inflazione. Come esempio generale della distribuzione dei salari si può utilizzare la città di Shenzhen, città creata dal nulla all’inizio della politica della “porta aperta” ed oggi ha quasi 3 milioni di abitanti, la quale nel 2001 aveva due diversi standards: la zona più interna, cuore commerciale della città, faceva registrare i più alti salari minimi dell’intero Paese, pari a 72 dollari mensili, mentre nella periferia industrializzata le retribuzioni minime si aggiravano sui 55 dollari al mese. Ma i livelli possono scendere ancora a causa del fatto per cui le amministrazioni locali tentano di attirare gli investitori promettendo salari inferiori alle soglie stabilite. 12 Ross e Chan (2002) mostrano che nel settore calzaturiero il numero medio delle ore giornalmente lavorate dagli operai è pari ad undici.

Anteprima della Tesi di Francesco Pipitone

Anteprima della tesi: La Cina tra globalizzazione e democratizzazione, Pagina 15

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Francesco Pipitone Contatta »

Composta da 238 pagine.

 

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