Giappone: crisi strutturale dell'economia e investimenti diretti in Italia e in Europa

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22 maggior parte delle grandi imprese transnazionali proveniva dagli Stati Uniti, si è assistito alla crescita sia di imprese di altre nazionalità, sia all’arrivo di “mini- multinazionali”. 35 Negli ultimi anni si è assistito a una ripresa del peso delle multinazionali statunitensi: nel 1990 fra le prime cento, ventisei erano americane, e undici anni più tardi sono salite a ventotto (v. tab. 1.4). Tra il 1990 e il 2001 si è assistito inoltre al declino del peso delle imprese giapponesi, svedesi, svizzere, italiane e francesi, e all’ascesa di quelle britanniche e tedesche. Stabile quello delle aziende canadesi, australiane e olandesi. È interessante notare anche la scomparsa, fra le prime cento, della presenza belga, norvegese e neozelandese, a favore di Spagna e Finlandia. Si è inoltre registrata la presenza di quattro imprese appartenenti a paesi in via di sviluppo: Hong Kong, Singapore, Corea del Sud e Messico (sebbene le prime tre economie siano ormai equiparabili a quelle dei paesi avanzati). Da notare anche l’aumento di imprese binazionali: se nel 1990 troviamo due consorzi anglo-olandesi (Royal Dutch/Shell e Unilever), nel 2001 queste sono ben cinque (oltre alle due già citate, una terza anglo-olandese, la Reed Elsevier, una tedesco-statunitense, la Daimler Chrysler, e una anglo-australiana, la Rio Tinto). Se restringiamo la nostra analisi alle prime trenta nel 2001 (v. tab. 1.6), sei sono statunitensi, cinque francesi, cinque tedesche, due inglesi, due anglo-olandesi, due giapponesi, due italiane e due svizzere. Le restanti hanno la propria casa madre in Spagna, Australia, Paesi Bassi e Hong Kong. Abbastanza diversa la composizione nel 1990 (v. tab. 1.5): otto erano statunitensi, cinque giapponesi, quattro tedesche, tre francesi, due inglesi, due anglo-olandesi, due svizzere e due italiane. Le restanti appartenevano a Paesi Bassi e Australia. Appare quindi netta la diminuzione del peso delle multinazionali nipponiche. Per quanto riguarda le “mini-multinazionali”, bisogna considerare il fatto che sono sempre di più le piccole e medie imprese che stanno delocalizzando parte della propria produzione al di fuori dei confini nazionali. È comunque vero che buona parte degli IDE rimane concentrata nelle mani di un piccolo numero di compagnie. Infatti circa l’80% è condotto dalle 500 aziende più importanti del mondo. 36 35 Cfr. Hill, (2000), p. 7. 36 Ibid., p. 6.

Anteprima della Tesi di Yari Simone Prete

Anteprima della tesi: Giappone: crisi strutturale dell'economia e investimenti diretti in Italia e in Europa, Pagina 14

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Yari Simone Prete Contatta »

Composta da 250 pagine.

 

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