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La lingua dei diavoli nell'Inferno dantesco

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XIV dell’accozzaglia di uomini che vivono nell’eternità quello che sulla terra hanno creduto non avere affatto senso. Dobbiamo fare un salto al canto XXVI 14 del Paradiso per concludere le teorie di Dante sulla lingua delle origini. Nel De Vulgari, infatti, aveva affermato che il «sacratum ydioma» parlato da Adamo si era conservato, dopo la confusio babelica, solo nel popolo ebreo, il popolo eletto. Nella terza cantica della Comedìa, invece, il poeta corregge quelle affermazioni, dando la parola proprio al «primo parente»: La lingua ch’io parlai fu tutta spenta innanzi che a l’ovra inconsummabile fosse la gente di Nembròt attenta: ché nullo effetto mai razïonabile, per lo piacere uman che rinnovella seguendo il cielo, sempre fu durabile. 15 Il senso di queste parole (e di quelle che continuerà a dire Adamo), è chiaro: Dante giunge alla conclusione che la lingua è creazione dell’uomo, il quale ha ricevuto da Dio, invece, il dono della parola. La differenziazione dei linguaggi viene dal mutamento delle abitudini e usanze dell’uomo 16 . 14 Vd. il saggio di G. RATI, Il canto XXVI del “Paradiso”, in «L’Alighieri», XXXII, 1, gennaio- giugno 1991, pp. 35-38. 15 Pd XXVI 124-129. 16 Questo concetto lo aveva espresso già nel De Vulgari: «[…] homo sit instabilissimum atque variabilissimum animal, nec durabilis nec continua esse potest, sed sicut alia que
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La lingua dei diavoli nell'Inferno dantesco

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Informazioni tesi

  Autore: Valeria Pilone
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Foggia
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Sebastiano Valerio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 118

FAQ

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