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Il restauro virtuale

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Parte I – Il restauro virtuale 15 Principi Così come viene inteso nel «restauro cosiddetto tradizionale» 1 , lo scopo di un intervento consiste nel mantenimento del più alto livello di informazioni storico-artistiche trasmesse da un bene culturale, attraverso un’azione diretta (fisica e/o chimica) sui materiali e sulle strutture dell’oggetto, che ne rallenta o cura i processi di degradazione possibilmente senza ostacolarne la lettura o falsarne la storia. Apparentemente quindi, le operazioni virtuali così come sono state precedentemente descritte non potrebbero essere definite “restauro” nel vero senso della parola in quanto la loro prima e principale caratteristica è proprio quella di non interagire con la materia 2 . Ciò nonostante, bisogna considerare che il restauro virtuale, nel senso di opportuna modifica di una serie di numeri/punti nei quali è stata trasformata (informatizzata) l’immagine dell’opera, non ha nulla di meccanico e di automatico, non potendo prescindere affatto dalle capacità tecniche, dalle abilità operative e dalle conoscenze intellettuali del restauratore: « esistono oggi programmi elaborati specificamente per le discipline umanistiche talmente sofisticati e potenti da poter essere utilizzati soltanto da ricercatori specializzati in quella determinata disciplina. […] Di fronte a tali programmi anche il miglior esperto di informatica che non abbia una formazione o un’esperienza specifica può trovarsi a mal partito. Lo specialista di quella disciplina avrà certo bisogno dell’informatico “neutro” per la cosiddetta assistenza sistemistica; potrà chiedergli di collaborare con lui allo scopo di ovviare ai limiti o di introdurre miglioramenti nel programma; ma soltanto lui sarà in condizione di determinare gli usi più efficaci di quel programma, di valutarne i risultati, di progettarne sviluppi» 3 . Il restauro virtuale non avviene infatti nella massima libertà di azione e senza vincoli, sia per caratteristiche proprie del computer stesso che per volere dell’utente che lo comanda: «l’ordinatore od elaboratore elettronico per la sua natura e il suo procedimento fondamentale è un macchina che non inventa e non può inventare nulla, non può interferire con sue iniziative, modificare o interpretare, può solo constatare e restituire» 4 . Essendo quindi soltanto un mezzo elettronico impiegato come potenziale allargamento e accrescimento delle possibilità già offerte dalle tecniche tradizionali (e più affermate) di documentazione grafica e fotografica, esso viene impostato di volta in volta sulle necessità reali di cui l’intervento ha bisogno o che si propone: «in questa chiave va inserito il tentativo di elaborare un sistema efficace ma duttile, aderente alla realtà del caso singolo, ma che non sia limitato a questo, vale a dire che sia adattabile alla soluzione di problemi simili che possano sorgere su opere diverse. Infine, che mantenga costante la possibilità del conservatore e del restauratore di interagire direttamente con il metodo, che indubbiamente necessita del loro apporto per fornire migliori risultati, senza che questo richieda eccessive specializzazioni informatiche» 5 . Infine, seppure con implicazioni diverse rispetto a quelle dell’intervento fisico, restano validi anche per le elaborazioni digitali i presupposti teorici ed etici mutuati dalla teoria del restauro, quali ad esempio la riconoscibilità, la reversibilità e il minimo intervento 6 ; anzi, non agendo praticamente sull’opera d’arte si può in un certo senso dire che questi vengono rispettati ancor più che nell’intervento fisico, nel quale «la conservazione dei materiali originali, la reversibilità di tutti quelli che si usano nelle operazioni di restauro, sono, in realtà, criteri di orientamento; inevitabilmente sottoposti al vaglio di un programma culturale: un buon restauro dell’Ottocento si poneva scopi certamente diversi da un buon restauro degli anni cinquanta, e differenti sono gli arbitri a cui si sentivano autorizzati rispetto alla semplice conservazione di un dipinto» 7 . La riconoscibilità 8 è il principio per il quale ogni parte aggiunta nell’intervento di restauro deve essere distinguibile da quella originale dell’oggetto, per non consentire una lettura falsata dell’opera attraverso l’assimilazione indebita delle parti reintegrate a quelle originali 9 . Il restauro virtuale non solo rispetta questo principio, ma riesce anche ad ovviare al problema opposto di non recare comunque un pregiudizio alla lettura integrale dell’opera: bisogna infatti rifiutare, tanto le integrazioni di fantasia, quanto l’esasperazione troppo zelante di questo principio che «ha trasformato spesso le opere d’arte in un insieme di pezze e ritagli, in cui si è persa per sempre la possibilità di una lettura unitaria e godibile dal punto di vista estetico dell’opera
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Il restauro virtuale

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Informazioni tesi

  Autore: Cristina Uva
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Pittura e restauro
  Corso: Restauro pittorico
  Relatore: Silvia Gaggioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

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