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Il curatore fallimentare e la revocatoria delle rimesse in conto corrente

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6 Coloro che si muovono in questa direzione rafforzano la propria tesi facendo espresso riferimento alla relazione prevista dall’art. 33 l. fall. la quale presuppone lo svolgimento di un’attività di ricerca e di indagine e che, anche per quanto “può interessare ai fini dell’istruttoria penale”, comporta la necessità di effettuare quelle ricerche il cui svolgimento conferisce la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria (art. 221 c.p.p.). L’art. 33 l. fall., oltre alla relazione iniziale (che ha soprattutto lo scopo di fornire al giudice delegato notizie e valutazioni su fatti e circostanze anteriori al fallimento), prevede la presentazione, da parte del curatore, di relazioni mensili. Tali relazioni, definite dalla norma “esposizioni sommarie”, hanno anch’esse scopo informativo nei confronti del giudice delegato ma soprattutto relativamente a fatti accaduti dopo la dichiarazione di fallimento e un particolar modo all’amministrazione del curatore. Si esclude che le relazioni di cui si discute abbiano efficacia probatoria dal momento che, tra gli atti provenienti dai pubblici ufficiali, fanno prova fino a querela del falso solo quelli che siano stati redatti al fine specifico di documentazione o attestazione (art. 476 cod. pen. e 2700 cod. civ.). Le relazioni in questione, invece hanno lo scopo di fornire elementi di conoscenza e di valutazione al giudice delegato, elementi che sono strumentali all’esercizio del potere di direzione e di vigilanza che fa capo a tale organo. Descritte le funzioni che fanno capo al curatore, l’art. 38 l. fall. stabilisce che egli “deve adempiere con diligenza 14 i doveri del proprio ufficio”, osservando l’articolata serie di tutele specificate dalla legge fallimentare. In particolare deve tenere un registro, preventivamente vidimato dal giudice delegato, in cui devono essere annotate giorno per giorno le operazioni relative alla sua amministrazione (art. 38, 1° comma); deve depositare entro cinque giorni in un conto intestato all’ufficio fallimentare, aperto presso l’ufficio postale o presso un istituto di credito indicato dal giudice delegato, le somme riscosse a qualsiasi titolo, dedotto quanto lo stesso giudice delegato ritiene necessario per le spese di giustizia e di amministrazione; nei primi cinque giorni di ogni mese deve presentare al giudice delegato un’esposizione sommaria della sua amministrazione ed esibire, su richiesta, documenti giustificativi (art. 33, 4° comma l. fall.); compiuta la liquidazione dell’attivo e prima del riparto finale deve presentare al giudice delegato il conto della sua gestione (art. 116 l.fall.). 14 Si ritiene che la diligenza richiesta dal curatore per l’adempimento dei doveri del proprio ufficio sia quella del buon padre di famiglia prevista dal mandatario all’art. 1710 cod. civ.; P. PAJARDI, Il curatore, op. cit., p. 68 ss, precisa che “con specifico riferimento alla curatela essa si concretizzerà nel conformarsi alle direttive del giudice delegato, sia a quelle generali, riferite al fallimento nel suo complesso, sia a quelle particolari riferite ai singoli atti, ma soprattutto nel porre in essere la delicatissima attività di indagare, di accertamento, valutazione, relazione, controllo, ecc…, i cui risultati, riferiti al giudice delegato, metteranno detto organo nelle condizioni di dirigere con profitto la procedura”; G. CASELLI, op. cit., p. 220, quanto al grado di diligenza precisa che si tratta di “diligenza media da valutarsi in relazione alla natura professionale dell’attività esercitata dal curatore. Di conseguenza, nello svolgimento della sua attività, egli risponderà per colpa lieve, oltre che naturalmente per dolo e colpa grave. E secondo questo criterio egli sarà tenuto non soltanto per l’attività propriamente di gestione del patrimonio fallimentare, ma anche per l’assolvimento degli altri doveri d’ufficio, sempre che, ovviamente, alla violazione di essi possa essere derivato un danno patrimonialmente risarcibile”; G. F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale 3, Torino, 2001, p. 344, il quale afferma che “il curatore è tenuto al risarcimento dei danni causati dalla sua gestione, anche se si tratta di atti compiuti previa autorizzazione del giudice delegato o del tribunale. Egli gode, infatti, di autonomo potere decisionale e deve astenersi dal compiere atti, pur autorizzati, che lo espongono a responsabilità nei confronti del fallito e direttamente nei confronti dei singoli creditori”. Sulla natura contrattuale e/o extracontrattuale della responsabilità del curatore per violazione dei doveri d’ufficio si veda G. CASELLI, op. cit., p. 223 e ss.
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Il curatore fallimentare e la revocatoria delle rimesse in conto corrente

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Informazioni tesi

  Autore: Daniela Fodde
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Gabriele Racugno
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 126

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Parole chiave

banche
curatore fallimentare
fallimento
rimesse bancarie

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