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La giovinezza di Paolo Mantegazza nelle pagine del suo diario (1848-1858)

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15 nonché tutte le «scritture del privato»: carteggi, autobiografie, memorie e diari, spesso salutati come «veri documenti» dell’intimità. Una grande cautela deve comunque animare il ricercatore che si trova a maneggiare questo tipo di materiali, anche quando, come nel caso del diario, non sembra che l’autore possa avere alcun motivo per lasciare una testimonianza non veritiera, ed anzi si premuri di sottolineare la propria intenzione di dire sempre la verità, come aveva fatto Paolo nell’introduzione al suo Giornale. Come mette in guardia Jacques Le Goff, «il documento non è mai innocente e può anche essere falso. È il risultato prima di tutto di un montaggio, conscio o inconscio, della storia, dell’epoca, della società che lo hanno prodotto, ma anche delle epoche successive nelle quali ha continuato a vivere, magari dimenticato, nelle quali ha continuato ad essere manipolato, magari dal silenzio. Il documento è una cosa che resta, che dura, e la testimonianza, l’insegnamento che reca devono essere in primo luogo analizzati demistificandone il significato apparente. (…) Al limite, non esiste un documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico non farsi ingannare». 15 Infatti, per quanto questo tipo di fonti possa sembrare immediato e spontaneo, «non si deve [sic] sottovalutare né le forme di autocensura, né lo spirito di esibizionismo sotto i quali ricade chiunque decide di affidare a delle lettere o a un diario le sue emozioni, i suoi atteggiamenti, volendo offrire in questa maniera una testimonianza, un’immagine di sé» 16 , essendo questi documenti comunque sempre sottoposti a delle norme «di galateo e di auto-rappresentazione dell’io che regolano la natura della loro comunicazione e lo statuto della loro finzione». 17 La «programmatica sincerità» dei diaristi è quindi insidiosa, perché può indurre a dimenticare che in un diario esiste sempre una parte di non detto, per quanto il suo autore creda di lasciare (e di ritrovare nella rilettura) una vera immagine di sé. Secondo Béatrice Didier tale contraddizione potrebbe originarsi anche dall’influenza degli imperativi appresi in famiglia durante l’infanzia: da una parte il comando di dire sempre la verità, ma dall’altra dei «principes de décence inculqués parallèlement» che spingono a glissare su diversi particolari della vita privata, fisica, sessuale 18 . Leggendo il Giornale di Mantegazza, si potrebbe di primo acchito ritenere che nella sua scrittura queste censure non abbiano operato, perché, come vedremo, vi abbonda la registrazione di elementi e di fatti di cui normalmente si avrebbe riserbo a parlare, senza contare certe analisi impietose dei propri difetti e delle proprie mancanze frequentissime soprattutto nei primi volumi, che sono nettamente più freschi e spontanei rispetto a quelli redatti a partire dal soggiorno pavese 19 . 15 J. Le Goff, Storia e memoria, Torino, Einaudi, 1977, p. 454. 16 P. Sorcinelli, Il quotidiano e i sentimenti…, cit., p. 185. 17 Ph. Ariès – G. Duby, La vita privata, vol. IV, L’Ottocento, a cura di M. Perrot, Roma-Bari, Laterza, 1988, p. 6. 18 B. Didier, Le journal intime, cit., pp. 113-114. 19 Dall’autunno del 1850 fino all’inizio del 1854 Paolo abitò a Pavia per frequentarvi i corsi universitari della Facoltà di medicina.
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Informazioni tesi

  Autore: Rossana Gatti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Maria Luisa Betri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 281

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